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Direttore: Vincenzo Di Guida

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19 Settembre 2019

Proibire le armi: via facile (ma inutile)


Tre stragi in pochi giorni negli Stati Uniti e, ovviamente, si scatena la guerra alle “armi facili”. Il problema, però, rischia di essere molto più complesso
Tre sanguinosi atti di follia sono accaduti in pochi giorni negli Stati Uniti: a Gilroy, in California, dove al festival dell’aglio uno spostato ha ucciso 3 persone e ne ha ferite altre 18; quindi a El Paso, in Texas, dove un altro giovane squilibrato ha ucciso 20 persone in un grande magazzino della catena Walmart e ne ha ferite almeno altre 25; infine a Dayton, in Ohio, dove un 24enne ha ucciso senza pietà in pochi secondi 8 persone prima di essere freddato dalla polizia che fortunatamente era sul posto.
Denominatore comune, l’uso di fucili ad alta capacità di fuoco, i cosiddetti fucili d’assalto, ideali per chi cerca il capro espiatorio delle “armi facili” per spiegare questi delitti sanguinari.
È la solita vecchia storia: troppe armi in giro, troppo facile venderle, e troppo alta la loro capacità di fuoco, come se un revolver a sei colpi dotato di caricatori veloci non potrebbe fare un danno identico.
Ma analizzando in dettaglio, senza fermarsi alla pelle del problema e pontificare con superficiale spirito pacifista, non può sfuggire un altro inquietante elemento comune: la giovane età degli autori di questi atti efferati. Aveva infatti 24 anni Connor Betts, l’attentatore di Dayton; solo 21enne era invece l’attentatore di El Paso, catturato vivo dalla polizia; ancor più giovane, di 19 anni, era infine l’attentatore di Gilroy, suicidatosi dopo la sparatoria.
Altro elemento controverso di questa vicenda sono le cosiddette “gun free zone”, cioè aree di ogni città nelle quali non è consentito portare armi (legalmente, s’intende!) neppure a chi sia in possesso delle prescritte licenze dell’autorità. Dei tre teatri delle sparatorie degli ultimi giorni, almeno due erano “gun free zone”: il festival dell’aglio a Gilroy e, a quanto pare, anche il grande magazzino Walmart di El Paso, benché il Texas sia uno degli Stati americani nei quali la legislazione in materia di armi è più libertaria.
Non sono al momento disponibili informazioni su Dayton, ma la questione rischia di essere irrilevante nella misura in cui l’attentatore è stato lì ucciso in meno di un minuto dall’inizio della sparatoria perché, casualmente e fortunatamente, erano già sul posto agenti di polizia armati che hanno potuto intervenire immediatamente. In effetti, considerando la potenza di fuoco che poteva esplicare l’attentatore, il bilancio dei morti è paradossalmente contenuto. Più che doppio quello di El Paso, dove invece la polizia è intervenuta, secondo le testimonianze, dopo circa una ventina di minuti dall’inizio della sparatoria. A Gilroy il bilancio di vittime è risultato più contenuto, ma si è verificato un elevato numero di feriti, si dice a causa della cattiva mira dell’assassino. Un aspetto paradossale è costituito dal fatto che il festival si teneva in un’area “gun free” recintata nella quale i partecipanti dovevano passare un controllo all’ingresso, per accertare che non fossero armati; l’attentatore in tal caso ha, banalmente, tagliato la recinzione introducendosi clandestinamente (questi americani sono così ingenui…). Allo stesso modo, non era possibile per il 19enne acquistare in California l’arma che ha utilizzato per la strage, ma questo non sembra averlo fermato. È infatti sufficiente passare il confine col Nevada per potersi approvvigionare persino di lanciarazzi anticarro!
A questo punto è necessario fermarsi a riflettere: la guerra contro le cosiddette “armi facili” è indubbiamente la risposta più facile al problema, e non si può negare che negli Stati Uniti esistano sicuramente molti punti deboli sulla normativa in materia di armi, in particolare in rapporto all’Europa.
Gli Usa si sono sempre fatti vanto del secondo emendamento della loro Costituzione (“Essendo una milizia ben organizzata necessaria alla sicurezza di uno Stato libero, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non può essere infranto”). Naturalmente questo enunciato risale ai tempi del vecchio West, anzi, ancor prima, ai tempi della guerra d’indipendenza (1775 – 1783), tuttavia nel corso dei secoli si è sempre rivelato foriero di libertà per i cittadini, agendo a protezione degli stessi. Tuttavia è evidente che l’estensore di tale emendamento aveva in mente Stati Uniti minacciati alle frontiere da Inglesi, Francesi, Messicani, tribù di nativi e bande di predoni senza legge, non certo gli States di oggi! In ogni caso l’emendamento non si tocca, e forse è giusto così.
Va ricordato che anni or sono, a causa dell’impossibilità temporanea di eleggere lo sceriffo di una contea della West Virginia, il governatore di quello stato impose ai capifamiglia di quel territorio di andare in giro armati. La criminalità scese del 95% in poche settimane, e da allora fu deciso di mantenere perennemente quello status!
L’elemento sul quale, però, apparentemente nessuno si focalizza dopo stragi di questo genere è il fatto che essi vengono ormai quasi sistematicamente compiuti da ragazzi, se non adolescenti, spesso vittime di emarginazione negli istituti scolastici, con fissazioni maniacali per videogiochi violenti e talvolta con nevrosi o problemi psichici. Appare difficile poter concordare su chi proponga come soluzione definitiva del problema l’eliminazione di determinate categorie di armi, quando ci si trova al cospetto di giovani che, invece di affacciarsi alla vita con positività e voglia di costruire, studiano con analitica precisione come uccidere altre persone mettendo in conto, ed è l’aspetto più agghiacciante, di sacrificare la propria vita.
Occorrerebbe – e su questo concordo con quanto ha affermato il presidente americano – una più attenta analisi psicologica e comportamentale, che permetta di evidenziare gli individui che potrebbero generare problemi se in possesso di un’arma. Ma anche questa strada non è facile da percorrere: troppo facilmente si cadrebbe nella prevaricazione da parte egli organi preposti e delle forze politiche. Se tizio mi da fastidio, dico che non può portare armi e risolvo il problema. Già, salvo il fatto che tizio si procurerà un’arma clandestina e così avremo un potenziale assassino che ha già un reato sulle spalle prima ancora di cominciare a sparare (e non è detto che lo faccia). È una situazioni spinosa, difficilissima da dipanare , ma non è vietando le armi automatiche che si può risolverla. E nemmeno vietando tutte le armi come qualche imbecille ogni tanto propone. La situazione criminale di Londra di questi anni (la capitale più proibizionista in fatto di armi di tutta l’Europa), dovrebbe insegnare una lezione molto importante: il mezzo con il quale si perpetra l’omicidio conta fino a un certo punto. Come ebbi a scrivere anni fa: “… sono gli uomini che uccidono gli uomini, e per far ciò si servono di coltelli, bastoni, veleni, sedie elettriche, corde, sacchetti di plastica (ah, il progresso!), animali feroci, mani nude, forza di gravità e molte altre cose, tra cui le armi”.
Ciò che in realtà abbisogna di una analisi approfondita e di misure importanti di contrasto è, con tutta evidenza, l’affacciarsi di soggetti sempre più giovani per i quali la vita umana non ha alcun significato, privi evidentemente di empatia, probabilmente psicotici, capaci di covare un rancore violentissimo nei confronti della collettività o di particolari fasce della popolazione (gli ispanici, i neri, eccetera). Il che pone evidentemente interrogativi sui modelli educativi e sociali della scuola primaria e secondaria, della famiglia e del sistema sociale nel suo complesso. Se non si riflette su questi aspetti, la messa al bando dei “black rifle” non servirà a niente.

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