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30 Settembre 2020

Nell’Italia d’oggi forse qualcosa non va


Sarà il caldo, sarà l’afa insopportabile di questi giorni, o forse saranno le punture di qualche nuova specie di zanzara assassina proveniente da chissà quale continente, certo è che qualcosa non sta funzionando come dovrebbe. Si direbbe che qualche molla si sia rotta o che qualche ingranaggio si sia guastato, perché vediamo accadere quasi ogni giorno e con una discreta regolarità avvenimenti che ci fanno dubitare della salute mentale di buona parte della specie umana.
Non vi annoierò con lunghi elenchi che avevo già pronti, estrarrò solo alcune perle dal mazzo.
Una che, ad esempio, mi ha molto colpito è stata l’alzata d’ingegno dell’intera compagine piddì a Montecitorio che poche settimane or sono ha votato a favore dei cosiddetti ‘minibot’ insieme alla lega, al M5S e a tutto il centrodestra. Anzi, a tutta la Camera, dato che la mozione è stata approvata all’unanimità, quindi compresi i geni della sinistra più radical (chic o no, non sposta i termini del problema). Tra i voti a favore spicca quello dell’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il quale in questo modo ha dato ampia dimostrazione della competenza che durante i mesi dei governi Renzi e poi Gentiloni ha messo al servizio dello Stato. Grazie dottor Padoan. È ben vero che dopo poche ore la direzione del Nazzareno ha fatto retromarcia arrampicandosi su ogni specchio le capitasse sotto mano, con un effetto ancor più devastante sugli scarsi resti del proprio elettorato più accanito e ottuso, ma il danno ormai era fatto e gli sforzi di Zingaretti di sembrare intelligente più che al tentativo di riportare la barra al centro facevano pensare alla barzelletta dell’uomo che cadendo da un grattacielo giunge al primo piano e pensa: “Finora mi è andata bene!”
Figuratevi se una cappella del genere l’avessero fatta i deputati del PC di Berlinguer o della DC di Andreotti: a parte la probabile immediata crisi di governo e contemporanea uscita di scena di buona parte dei peones non indispensabili, pensate a quale sorta di cazziatone sarebbero stati sottoposti dai rispettivi segretari nel segreto delle rispettive direzioni di partito! Oggi invece la cosa è stata – nei limiti del possibile – tacitata, perché la classe dirigente politica italiana ha capito la lezione del marziano a Roma e sa benissimo che il bombardamento mediatico che tutti noi, volenti o nolenti, subiamo ogni minuto della nostra vita avrebbe presto coperto la megatopica con la coltre di mille e mille altri accadimenti più o meno scandalosi.
Venendo a pochi giorni fa, un altro episodio ci ha dato da pensare: durante un controllo in un club milanese frequentato da omosessuali dove la polizia sospettava girasse della droga, elemento immancabile in certi giri di ‘balletti verdi’, è accaduto qualcosa che sembra uscire da commedia dell’assurdo.
La scena deve essere stata simile a una di quelle delle commedie sexy all’italiana degli anni ’80, in cui il grottesco e il ridicolo condivano i passaggi più godibili insieme alle grazie di Edwige Fenech o di Gloria Guida. Sì, perché trovare un magistrato della Procura di Milano nel bel mezzo di un festino gay, vestito con un costume da volpe con due code, non è certo cosa che gli agenti si potessero aspettare!
E invece – a quanto riporta il Giornale – è successo davvero. Così, nella notte tra lunedì e martedì scorsi, gli agenti hanno fatto scattare un blitz nel locale procedendo all’identificazione dei presenti e ai controlli di rito. Dei risultati dell’operazione si sa poco, a parte che al locale è stata sospesa la licenza e il particolare più curioso, appunto l’ignoto pm travestito da volpe nel pieno di una serata trasgressiva. Possiamo solo immaginare i commenti e i sorrisetti dei questurini. Va detto – come spiega il Giornale – che la toga (o togay?) in questione, per l’occasione in pelliccia, risulta del tutto estranea al consumo di stupefacenti e alle altre irregolarità contestate ai gestori del club. Intanto però nei corridoi del Tribunale di Milano è già partita la caccia… alla volpe. A noi resta la curiosità di sapere dove l’insolito pubblico accusatore si fosse apposto la seconda coda.
Ma l’episodio che più di tutti ha fatto vacillare la nostra fede nel diritto degli esseri umani di calpestare questo pianeta nella veste di specie dominante è stato quello accaduto poche ore fa in quella Francia che da alcuni anni sembra essersi fatta paladina dell’anti-italianità ad ogni costo.
Infatti un comunicato del municipio della capitale francese annuncia che “Le due capitane della Sea Watch III, Carola Rackete e Pia Klemp, riceveranno la medaglia Grand Vermeil, la massima onorificenza del Comune di Parigi, per aver salvato migranti in mare”. La medaglia vuole simboleggiare, secondo la municipalità protetta da Santa Genoveffa (curiosamente figlia di un magistrato e protettrice dei poliziotti), “la solidarietà e l’impegno di Parigi per il rispetto dei diritti umani” e va alle due operatrici umanitarie tedesche “ancora perseguite dalla giustizia italiana”, si legge nel documento.
Questa è oggi la Francia: il paese di coloro i quali rimandavano a calci i migranti sui treni per l’Italia, di coloro i quali hanno intere zone nelle loro città dove vige la sharia e non il codice civile, zone off limits anche per la polizia, chiamate graziosamente “banlieue” ma regno quasi incontrastato di violenza e droga.
Questi sono i giani bifronte che predicano un’Europa pacifica e prospera ma che hanno istituito il franco coloniale con cui affamano popolazioni di 14 stati africani, dopo aver abbattuto Gheddafi, l’unico baluardo a sud del Mediterraneo che con la sua Jamahiriya folle e geniale teneva unite tribù nemiche e soprattutto ci preservava dall’invasione dei falsi profughi.
Questi aguzzini ipocriti che predicano libertà uguaglianza e fratellanza passano impunemente i nostri confini per riportare qui e magari bastonare dei poveracci che di stare in Italia non hanno nessuna intenzione, tengono a Ventimiglia altri poveracci confinati sugli scogli come fossero cozze e allo stesso tempo fanno gli usurai del lavoro a casa loro e riducono lo stato sociale a povera cosa, scarna immagine di quel welfare teorizzato in prima istanza da Beveridge, quindi attuato dal governo laburista di Attlee e poi a seguire da tutti i Paesi più civili dell’Occidente.
Questi pezzenti che condiscono il pane con il sudore non della fronte ma delle ascelle e non possono nemmeno lavarsi la faccia da deretano per carenza cronica del civilissimo bidè si permettono parole e atti ributtanti nei confronti dello Stato e del popolo italiano. La nullità gerontofila che alligna nei sottoscala dell’Eliseo, promossa a campione di una compagine di pupi manovrati da banche d’affari e da faccendieri internazionali, tacendo avalla questi atti e queste parole. Parole che, si badi bene, potrebbero suscitare una risata se pronunciate in un’osteria di Montmartre, ma che una volta ufficializzate suonano come un vero e proprio insulto.
La comandante della Sea Watch III è tuttora indagata in Italia e la sbruffonata dei suoi burattinai di querelare il Ministro degli Interni italiano non scalfisce l’idea che le persone raziocinanti si sono fatte, quella cioè di una presuntuosa marionetta colma di prosopopea e di una disgustosa ostentazione di plutocratica sicumera che la porta a fregarsene delle nostre leggi.
Il fatto grave è che in questi suoi convincimenti è stata sorretta anche da una giudicessa agrigentina, la quale ha pensato bene di concedersi qualche momento di celebrità fornendo ai giornalai dalla lingua pelosa (e tutt’altro che profumata) l’occasione di versare altri litri di inchiostro su una storia che in qualsiasi altro stato d’Europa, Francia compresa, si sarebbe già conclusa da settimane. Non parliamo poi dei decerebrati che hanno versato denaro non appena il partito lo ha richiesto, allo scopo di pagarle le spese legali, salvo poi accorgersi che quei soldi prenderanno tutta un’altra strada.
In poche parole, ritengo che il conferimento di un’onorificenza di così alto spessore a persone che hanno deliberatamente violato le leggi di un Paese amico ed alleato, speronando al contempo una delle sue navi da guerra debba essere considerata a livello diplomatico al pari di un atto di guerra e richieda pertanto come minimo il richiamo del nostro ambasciatore e contemporaneamente la convocazione del loro omologo per ricevere chiarimenti e scuse ufficiali.
Tutto ciò ovviamente non accadrà e continueremo a farci prendere a calci da questi e da altri semicivili coinquilini di un Continente ormai in declino.
In effetti, pensandoci bene, non è corretto domandarsi se c’è qualcosa che non va ma piuttosto chiedersi cosa ancora funziona e soprattutto quanto ancora il giocattolo funzionerà prima di rompersi.

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