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30 Ottobre 2020

Conte disarma i militari: andranno a parlare di pace


Nuovo “sgarro” dell’anima pentastellata del Governo al sacrificio dei nostri militari in armi.
Nel corso dell’intervento di Conte a Rondine Cittadella della Pace tenutosi venerdì scorso il Premier, dopo aver ringraziato per l’invito, ha così pensato di conquistarsi le simpatie della platea:

“E vi porto anche un gesto che rimane simbolico, un piccolo gesto che rimane simbolico ma un gesto concreto: cinque fucili della nostra difesa. Verrà rinunciato l’acquisto a cinque fucili per sostenere le vostre iniziative.
Voi pensate sia stata una cosa facile: cinque fucili, potevano essere 500! Io sto parlando di bilanci già approvati, di poste di bilancio già definite, di programmazione già avanzata. Si è arrestato tutta una macchina per rinunciare all’acquisto di questi cinque fucili. Non è stata una cosa semplicissima perché l’obiezione da parte dell’amministrazione della difesa è stata: – ma ci saranno cinque dei nostri che sono senza fucile – E va bene, andranno nelle retrovie parlar di pace.
Quindi ringrazio anche, in particolare, il Ministro della Difesa Elisabetta Trenta perché ha compreso assolutamente lo spirito dell’iniziativa e quindi mi ha consentito di realizzare questa anticipazione che era nell’aria sin dallo scorso febbraio”.

Una iniziativa assolutamente inutile sul piano della concretezza, del resto come anche lui sottolinea, ma che mira a nascondere uno dei più grandi disastri in tema di politica estera (aver perso il ruolo di interlocutore privilegiato con la Libia, paese ricco di risorse petrolifere, per aver valutato malissimo il peso del Generale Haftar sino ad ora) e che ha suscitato non poche polemiche negli ambienti dei militari, Servitori dello Stato usi “ad obbedir tacendo”, che iniziano davvero a sentirsi come ospiti sgraditi in casa propria a causa di un Governo la cui anima di sinistra, espressa dagli esponenti M5s, invece di valorizzarne la figura e i notevoli sacrifici non perde occasione di demotivarli o metterli alla berlina.
Ed è così che, dopo le patetiche critiche del Ministro della Difesa Elisabetta Trenta sul gesto simbolico del Generale C.A. Paolo Riccò reo, a suo dire, di aver abbandonato signorilmente la cerimonia del 25 aprile dove il locale presidente ANPI aveva pesantemente offeso il valore del soldato italiano, le parole irriverenti di Conte ”andranno nelle retrovie a parlare di pace”, addirittura mimando la simbolica retrocessione inflitta al povero soldato italiano (NDR: la foto a corredo si riferisce proprio a quell’istante), fanno ribollire il sangue di un altro alto Ufficiale, il Generale C.A. Giorgio Cornacchione, che così replica al Presidente del Consiglio:

“Presidente,
ho appena visto, sul sito della Presidenza, il video del suo intervento a Rondine Cittadella della Pace (Arezzo) e Le esprimo tutto il mio disappunto. Mai avrei pensato di giungere a questo e di sentire il bisogno forte di manifestarlo pubblicamente, non fa parte della cultura di chi ha prestato -come me- giuramento alla Repubblica!
Ho servito in uniforme il mio Paese per quasi 44 anni. Avendo iniziato la professione militare negli anni ‘70, sono abituato da sempre a registrare le critiche e le avversioni da ogni parte politica alla mia scelta di servire in uniforme; me ne sono sempre fatto una ragione in quanto, come recita un nostro motto, “uso a obbedir tacendo”. Ma oggi no. Dopo aver visto il Suo sorriso e sentito le espressioni ironiche da Lei pronunciate, sto tradendo per la prima volta quel motto.
Io ho avuto l’onore, e il profondo dolore, di accompagnare in Italia dall’Iraq e dall’Afghanistan le bare di molti nostri caduti in quelle terre. Ho visitato e incontrato in ospedale e fuori tanti nostri feriti e mutilati in maniera grave e permanente, inchinandomi sempre davanti al loro senso del dovere, all’accettazione serena di ogni menomazione convinti e orgogliosi di averlo fatto per l’Italia. Non parlavano di guerra, non si esaltavano al ricordo degli scontri a fuoco, erano convinti -come me, loro Comandante- di aver fatto quello che il Paese voleva da loro, con paura certo, ma con grande coraggio!
Io penso che oggi Lei li abbia profondamente offesi, la sua frase detta sorridendo e sollevando le risate della platea “andranno nelle retrovie a parlare di pace” non può essere accettata, nemmeno in campagna elettorale.
Voglio chiudere con un riferimento personale. Nelle settimane scorse ero negli USA e mi è capitato più volte di qualificarmi come “veteran” ma italiano, senza grado o altre qualifiche, ogni volta venivo immancabilmente ringraziato -con mio grande imbarazzo- con la mano sul cuore per il servizio reso al mio Paese. Altra cultura, altro senso dello Stato espressi dai semplici cittadini che mi trovavo di fronte.

Generale di Corpo d’Armata (riserva) Giorgio Cornacchione, 152° Corso dell’Accademia Militare di Modena.
Già Consigliere Militare del Presidente del Consiglio (2012-2014)”

Insomma mai il ruolo delle nostre Forze Armate è stato così messo in discussione, e modalità “dual use” (in pratica si chiede alle Forze Armate di perdere la loro connotazione e il loro tipico impiego per assumere le vesti volta per volta di Protezione Civile, Forze dell’Ordine, Nettezza Urbana, etc.) cosi cara alla Trenta e ora il “mandiamo nelle retrovie il soldato italiano” sono temi che suonano come un affronto per i tanti che hanno preferito pagare con l’onore e col sudore, talvolta col proprio sangue, una dimensione umana e un’identità professionale del tutto differente.
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Riferimenti:
www.governo.it/articolo/intervento-rondine-cittadella-della-pace/11608

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