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Direttore: Vincenzo Di Guida

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19 Settembre 2019

Lo squadrismo fascista: contrastata realtà storica


Sono state sinonimo di spavalderia, di forza, di assolutismo, di cattiveria, di sadismo. Criticate e condannate da moltissimi che credevano nell’ideologia del momento, venivano tollerate, temute, molte volte sfruttate. Era questo il fenomeno dello “squadrismo fascista”, che divise in due il Regime.
Nel 1920, l’allora Capo del Governo, Giovanni Giolitti, si trovò, rispetto al fascismo, in una situazione di spirito non senza analogia con quella sua precedente verso il socialismo. Egli vide i due movimenti sullo stesso piano di azione e controazione economico-politica. Il nascente Partito Fascista gli sembrò un utile contrappeso al massimalismo. Ma gli sfuggì, come a tutti i leaders liberali, la vera natura di quel fenomeno politico, determinata dagli elementi psicologici e sociali che lo componevano. Non comprese, e gli altri ancor meno di lui, che la violenza, “epifenomeno” del movimento socialista, era la sostanza stessa del fascismo, il quale si andò consolidando su di una organizzazione di bande armate, dirette alla conquista ed al mantenimento del potere, attraverso la distruzione fisica degli avversari.
La formula giolittiana della neutralità, sia dello stato che del governo, nei conflitti tra le classi, cominciò a valere non più come protezione del movimento socialista dalle sopraffazioni borghesi, bensì come incoraggiamento delle forze antisocialiste all’azione diretta. La tolleranza, che fino a poco prima aveva avvantaggiato il sovversivismo del PS, venne ad agire a favore di quello conservatore. Quella liberalità era anche stata, marginalmente ed occasionalmente, una rinuncia a far valere, in pieno, l’autorità del governo per la tutela dell’ordine legale. Di fronte al nuovo movimento politico, tale abnegazione si avviò a divenire abituale ed essenziale. Involuzione non dovuta ad un piano di Giolitti, come molti credettero, ma a quella sua insufficiente comprensione di quel sistema, combinata con la pressione delle forze sociali antisocialiste e reazionarie, inclusa in queste, la stessa alta burocrazia, sia civile che militare. Ma qui, più che mai, è necessario osservare che una siffatta cristallizzazione del governo fu favorita da quella diffusa benevolenza o almeno equanimità iniziale, di cui si è detto, e reciprocamente la favorì.
A partire dalla fine del 1920, ebbe inizio la pianificazione metodica e sistematica delle “squadre” o “bande” fasciste e delle cosiddette “spedizioni punitive”: due cose in una, poiché la squadra era reclutata per la spedizione e la spedizione creava di per sé la squadra. Per l’organizzazione e l’azione squadrista fece scuola il Friuli Venezia Giulia. Ma questa regione era troppo eccentrica (a parte la sua legislazione speciale) per formare una base di operazione ed il centro di irradiazione della guerriglia. Quella e questo si ebbero, invece, nel triangolo Bologna-Ferrara-Piacenza, da dove si arrivava facilmente al Pavese, al Veneto ed alla Toscana.
Queste compagini erano formate da giovani, ed anche giovanissimi: erano figli della borghesia agraria piuttosto che industriale, ex combattenti, ex arditi, disoccupati, “attivisti” di varia ispirazione e convinzione (sul comune sfondo patriottico e fanatismo nazionalistico), disadattati, scontenti, avventurieri, per arrivare ai facinorosi puri e semplici, dai temperamenti sanguinari e sadici.
Le “bande” avevano le loro basi di approvvigionamento e armamento in quasi tutte le principali città italiane. Si muovevano su autocarri, verso paesi e campagne. I loro obbiettivi di attacco, di devastazione e di incendio, erano le Case del Popolo, le Camere del Lavoro, le sedi di leghe operaie, le cooperative, le sezioni, i circoli (anche di cultura e ricreativi), le sedi dei quotidiani comunisti e socialisti e, poi, anche quelli popolari e cattolici. All’azione contro gli edifici e gli oggetti, si associava quella contro le persone: bastonature, rapimenti, uccisioni, bandi. Si mirava alle dimissioni delle amministrazioni locali avversarie, allo scioglimento delle leghe e, più in generale, alla paralisi totale della loro organizzazione economico-politica. Dopo qualche mese di serrata attività, si potevano già contare, a decine, i morti e a migliaia i feriti, i torturati, le case invase, saccheggiate e date alle fiamme.
Qualche esempio tra i mille. A Trieste, dopo i fatti del 1920, con la distruzione del “Narodni Dom” (in sloveno Casa del Popolo o Casa nazionale), il quotidiano “Lavoratore” fu bruciato il 9 febbraio 1021; il 28 febbraio, la Camera del Lavoro fu attaccata per la terza volta ed abbattuta. Sulla costa istriana, da Pirano a Pola, si esercitò un’opera sistematica di distruzione “di tutto ciò che è bolscevico”. Camere di lavoro e Circoli Culturali scomparirono a decine.
In Emilia, a Parma, venne devastata, in aprile, la Casa del Popolo dell’Unione Sindacale ed in provincia, quelle di Salsomaggiore e di Borgo San Donnino. A Reggio Emilia, nel centro del “sistema corporativo evangelico” di Camillo Prampolini, politico socialista, l’8 aprile fu incendiata la Camera del Lavoro. Ed ancora fatti di questo tipo, a Vicenza, Padova, Belluno, Udine. A Mantova, l’Associazione Agraria, non contenta di denunciare il patto agricolo, dichiarò che non si sarebbe dato più lavoro se non agli iscritti al “Fascio”.
Particolarmente brutali e violente furono le azioni squadriste in Toscana ed in Umbria, dove la risposta dei socialcomunisti ebbe una vivacità ed una crudezza senza precedenti. Anche nel Mezzogiorno, specialmente in Puglia, furono toccati , in tal senso, eccessi inauditi.
Contro simili reazioni, la forza pubblica reagì energicamente; cosa che non accadde mai nei riguardi delle “camicie nere”. Ma ben al di là di ciò, gli “agenti dell’ordine” partecipavano, frequentemente, alle spedizioni punitive. Si potevano vedere, dietro agli autocarri fascisti, quelli dei carabinieri che ne cantavano gli inni. Abbondarono i casi di forniture di armi da parte delle autorità di polizia o militari. Si capisce come nascesse la credenza di un piano ordinato dal potere centrale.
Con tali metodi ed in tale ambiente, alla liquefazione delle organizzazioni socialiste rispose, dalla fine del 1920, l’incremento esponenziale degli effettivi al Fascio. Questi i numeri: 190 a metà ottobre, più di 800 a fine anno, più di 1000 nel febbraio 1921, e 2200 nel mese di novembre.

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