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Direttore: Vincenzo Di Guida

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20 Maggio 2019

Il Regno di Zvonimiro


Adolf Hitler, impegnato ad organizzare una grande campagna militare nei Balcani, per aiutare l’alleato Benito Mussolini e consolidare la situazione strategica della Germania, decise, il 27 marzo 1941, di dare inizio all’invasione di quelle terre, dopo aver appreso dell’assunzione del potere, a Belgrado, di militari favorevoli alla Gran Bretagna. La Wehrmacht diede una nuova impressionante dimostrazione di superiorità militare; Hitler ed i suoi alleati poterono frantumare il territorio jugoslavo ed organizzare governi collaborazionisti.
La politica Mussolini-Ciano, diretta al dissolvimento della Jugoslavia, aveva raggiunto il suo scopo. L’aveva raggiunto in condizioni tali che il danno virtuale, insito in un simile dissolvimento, per l’assetto europeo e per la posizione internazionale dell’Italia, si tradusse immediatamente in un nuovo gravissimo passo avanti fatto dall’imperialismo di rapina della Germania hitleriana, a danno, innanzitutto, dell’Italia.
La sistemazione, se pur così poteva chiamarsi, della Jugoslavia, vinta ed occupata, fu questa. La Slovenia andò divisa tra Germania ed Italia, con la creazione della nuova Provincia di Lubiana e con misure particolari di riguardo al carattere etnico del nuovo acquisto.
L’Italia ebbe parte della costa dalmata e fu istituito il regno “indipendente” di Croazia. Il 18 maggio 1941, una delegazione croata, con a capo Ante Pavelić, “Poglavnik (Guida) dello Stato Indipendente”, venuta a Roma, chiese al Re Vittorio Emanuele di designare un principe sabaudo come regnante. Cosa che avvenne immediatamente (tutto era stato concordato in precedenza) nella persona di Ajmone di Savoia-Aosta, Duca di Spoleto, che avrebbe assunto il nome di Zvonimiro (dall’ultimo sovrano del regno medievale di Croazia), ma che di fatto non prese mai possesso del trono e mai si recò nel Paese. Continuò a governare, dittatorialmente, Pavelić, che in giugno aderì al Tripartito. In Serbia, i Tedeschi instaurarono un governo fantoccio; il Montenegro venne formalmente restaurato e posto sotto il protettorato dell’Italia occupante.
Arse ben presto una guerriglia molteplice, in diverse regioni, con atrocità in cui si sfogò l’odio fra Croati e Serbi, cattolici romani ed ortodossi, affermandosi, soprattutto, un movimento insurrezionale contro gli invasori e i governi “quisling” (che collaborano con il nemico invasore, collaborazionisti) da loro istituiti. Ungheresi, Rumeni, Bulgari furono soddisfatti, a spese della Jugoslavia e della Grecia. Quest’ultima divenne anch’essa zona di occupazione italiana e tedesca (con prevalenza della prima), ed un altro governo fantoccio fu insediato ad Atene. Deboli forze inglesi, accorse in aiuto dei Greci, dovettero sgomberare e non poterono neppure rimanere a Creta, occupata dai nazisti.
Man mano che l’Italia partecipava alla dilagante occupazione tedesca, le sue forze si sparpagliavano e si frantumavano fuori della zona vitale di difesa italiana e del territorio nazionale. Cominciava così una molteplice infiltrazione tedesca sul nostro suolo, favorita dalla strettissima associazione, e quasi mescolanza, delle due azioni bellico-politiche.
In Libia, il comando supremo era passato di fatto a Rommel. E, nel settembre del ’41, il “Diario” di Ciano annota che cellule armate tedesche si stavano installando nelle principali città italiane. Poco dopo furono, apertamente, i reggimenti e le divisioni tedesche a calare dal Brennero ed occupare posizioni vitali. Al dominio militare si aggiunse la spoliazione economica, attraverso le fortissime incette di ogni genere, fatte dai Tedeschi, con la loro moneta di valore superiore.
Non bisogna, in tutto ciò, credere che Mussolini vedesse questo stato di cose di buon occhio (e, tanto meno Ciano). Si assisteva, anzi, a vere e proprie esplosioni di “tedescofobia” mussoliniana.
Proprio il 10 giugno, primo anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia, e otto giorni dopo il nuovo convegno del Brennero con Hitler, il Duce pronunciò (riferì Ciano) “la sua più dura requisitoria”.
“Non ha importanza”, disse, “che i Tedeschi riconoscano sulla carta i nostri diritti in Croazia, quando in pratica si prendono tutto e a noi lasciano un mucchietto di ossa. Sono canaglie in mala fede e vi dico che così non potrà durare a lungo. Non so nemmeno se gli intrighi tedeschi permetteranno ad Ajmone (Savoia-Aosta) di salire veramente sul trono croato. Io, del resto, ho la nausea dei Tedeschi da quando List fece l’armistizio con la Grecia alle nostre spalle ed i fanti della Divisione “Casale” – forlivesi che odiano la Germania – trovarono al Ponte di Perati un soldato germanico, a gambe larghe, che sbarrava loro il cammino e rubava il frutto della vittoria. E, personalmente, ne ho le tasche piene di Hitler e del suo modo di fare. Questi colloqui, preceduti da una chiamata di campanello non mi piacciono: col campanello si chiamano i camerieri. Poi che razza di colloqui sono? Debbo, per cinque ore, assistere ad un monologo, abbastanza noioso ed inutile. Ha parlato per ore ed ore di Hess, della Nave “Bismarck”, di cose più o meno afferenti alla guerra, ma senza un ordine del giorno, senza sviscerare un problema, senza prendere una decisione. Io intanto continuo le fortificazioni del Vallo Alpino. Un giorno serviranno. Per il momento non c’è niente da fare. Bisogna urlare coi lupi. Ed è così, che oggi alla Camera, farò una sviolinata alla Germania. Ma il mio cuore è pieno di amaro”.
La “sviolinata” fu fatta ed il discorso raccolse critiche unanimi. Il Consigliere dell’Ambasciata Tedesca, un certo Bismarck (che si dichiarava un discendente del Cancelliere), riferì le parole di un suo funzionario (o furono proprio le sue): “Ho ascoltato diciassette discorsi di Mussolini. Questo, fuori discussione, è il peggiore!”. Ma che cos’altro poteva dire il Duce, dal momento che la decisione pratica, da lui stesso formulata, era che bisognava continuare a servire?
Infatti, pochi giorni dopo quel discorso, Mussolini compì un altro e più grave errore, nel disastroso atto di subordinazione alla Germania: l’invio di un Corpo di Spedizione in Russia. Le sue parole, dettate al genero Galeazzo Ciano, il 6 luglio 1941, furono: “Scrivi che io prevedo come inevitabile una crisi fra Italia e Germania. Ormai è evidente che si preparano a chiederci di portare il confine a Salorno e forse anche a Verona. Il che produrrà una formidabile crisi in Italia, anche per il regime. La supererò, ma sarà la più dura di tutte. Sento ciò nel mio istinto di animale ed ormai mi pongo seriamente il quesito se, per il nostro futuro, non è più auspicabile una vittoria inglese che una vittoria tedesca”.
Ma, al finale della storia ci si arrivò per strade assai più contorte e disastrose.

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