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Direttore: Vincenzo Di Guida

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24 Marzo 2019

Cosa sta succedendo?


Sono più di 10 anni che siamo in crisi economica, e le conseguenze per la popolazione ed il nostro territorio sono simili a quelle di una guerra. Anzi forse peggio di una guerra.Si può parlare di crisi economica per un paese povero di risorse, senza capacità produttiva, costretto ad importare la maggior parte dei beni e servizi di cui ha bisogno. Oppure si può parlare di crisi economica se una particolare congiuntura richiede un riassetto delle strutture produttive.In realtà sono ormai quasi trent’anni che assistiamo al lento ed inesorabile degrado dell’Italia, da 4° potenza industriale mondiale nel 1994 ad uno dei paesi più indebitati al mondo e senza crescita economica.Come è stato possibile? Eppure siamo sempre lo stesso territorio e lo stesso popolo che nel passato ha prodotto la civiltà romana, il mondo medievale, l’arte rinascimentale e barocca, che ha insegnato al mondo la politica, l’economia, il diritto, la cultura, l’arte e la tecnologia.Solo per restare in ambito economico, siamo noi ad aver inventato le banche e la partita doppia, che sono alla base della contabilità bancaria.Il concetto di crisi economica prevede un peggioramento momentaneo o al massimo breve, della situazione precedente, ma oggi, dopo più di 10 anni dal crollo dei titoli subprime e dal fallimento della Lehman Brothers, si può ancora dire che siamo in crisi?Per decenni si è pensato alla crisi del ’29 come alla peggiore situazione economica accaduta. Quella sì che fu una crisi, ma la situazione fu recuperata nel giro di una manciata d’anni da tutte le economie mondiali. Quella che stiamo vivendo oggi è una crisi che assomiglia sempre di più ad una guerra, che però è già durata il doppio della seconda guerra mondiale e il triplo della prima guerra mondiale.Una guerra dove l’aggressore combatte tutti i giorni 24 ore al giorno, mentre noi italiani, e non solo italiani, dormiamo 24 ore al giorno.Perché dormiamo? Perché non ci rendiamo conto di essere in guerra da 10 anni e soprattutto non vediamo il nemico e cosa ci sta portando via.Ma se non sappiamo di essere in guerra, come potremo mai vincere?L’Italia è, dopo gli Usa, la nazione con più militari in servizio all’estero, stupidamente andiamo a fare i poliziotti in giro per il mondo mentre abbiamo i ladri in casa.Solo che la guerra che stiamo combattendo non è militare ma economica, ed ha come obiettivo lo smantellamento delle strutture economiche e monetarie del nostro paese, fino a ridurlo a semplice colonia del potere economico e finanziario mondiale.In questi ultimi 30 anni abbiamo perduto la nostra moneta nazionale, la gestione del debito pubblico, il controllo del sistema bancario, le nostre migliori aziende strategiche, i nostri migliori marchi del Made in Italy.Le politiche di qualsiasi Governo devono ormai sottostare a tali norme e vincoli da ridurre le politiche economiche alla semplice adozione delle stesse ricette che fino ad oggi non hanno funzionato ed anzi hanno aggravato la situazione di crisi economica.Negli ultimi 10 anni ci hanno convinto a fare politiche di austerity, con la scusa che l’anno dopo ci sarebbe stata la ripresa, ma in realtà abbiamo avuto solo una ripresa … per i fondelli !La realtà è che tutto ciò non è frutto del caso, ma è voluto e programmato da anni, ed ha come obiettivo la colonizzazione finanziaria di una delle popolazioni più ricche al mondo per patrimonio artistico e culturale, risorse ambientali ed umane e per risparmio privato.Per la mancanza di soldi e per i ricatti dei mercati finanziari, le cosiddette politiche di austerity distruggono territorio, edifici e infrastrutture, e uccidono la popolazione per suicidi, povertà e malattie.Le nostre soluzioni per uscire dalla crisi economica non sono più una scelta politica, ma una questione di sicurezza nazionale.Sarebbe una rivoluzione di portata epocale, visto che da anni il processo culturale, economico e politico è sempre andato nella direzione di trasferire ad una ristretta cerchia di privilegiati, il potere di creare e distribuire il denaro senza alcuno controllo da parte di Stato e cittadini.Un cambiamento di questa portata, è avvenuto negli ultimi 30/40 anni senza che la maggior parte delle persone se ne rendesse conto e nel più totale disinteresse sia della classe politica, dei mezzi di informazione e/o degli esperti economici, che anzi hanno sempre giustificato queste scelte con motivazioni che si sono rivelate false ormai da anni, oltre che prive di qualsiasi fondamento scientifico.La crisi economica, politica, sociale e istituzionale che stanno vivendo le democrazie occidentali, in particolar modo quelle europee, non inizia nel 2008, e neppure nei primi anni duemila, con l’introduzione dell’euro, come recita la vulgata. È una crisi che ha origini molto più lontane, che risalgono almeno alla metà degli anni Settanta. È a quel punto che il cosiddetto modello keynesiano, che aveva dominato le economie occidentali fin dal dopoguerra, entra in crisi. Come sappiamo, si trattava di un modello basato su una forte presenza dello Stato nell’economia (per mezzo di politiche industriali, sostegno agli investimenti e alla domanda eccetera), un welfare molto sviluppato, politiche del lavoro tese verso la piena occupazione e la crescita dei salari (più o meno in linea con la crescita della produttività) e l’istituzionalizzazione dei sindacati e della concertazione come strumento di mediazione tra gli interessi dei lavoratori e quelli delle imprese.Perché, dunque, il modello keynesiano entra in crisi negli anni Settanta? Le ragioni sono molteplici: economiche, politiche, strutturali. Dal punto di vista economico, l’alta inflazione che caratterizzò quegli anni ma soprattutto le lotte sindacali per il salario e per il miglioramento delle condizioni di lavoro avevano cominciato ad esercitare una crescente pressione sulle rendite e sui profitti. L’Italia è un caso esemplare: il ciclo di lotte che si aprì nell’autunno del 1969 e che proseguì, più o meno ininterrottamente, sino al 1973, fu senza eguali per intensità e durata dell’opposizione. Questo determinò, in tutti i paesi avanzati, una riduzione senza precedenti nella storia dei redditi e dei patrimoni dell’1 per cento più ricco della società (ossia di quella che potremmo chiamare la classe dominante).Questo causò una crescente insofferenza da parte delle classi elevate nei confronti del modello keynesiano: diversi documenti, riservati e non, cominciarono a parlare apertamente della necessità di una reazione da parte dell’establishment capitalistico, onde evitare di vedere annichilito il proprio potere economico e politico (si pensi per esempio al “memorandum” di Lewis Powell del 1971, in cui l’allora giudice della Corte Suprema statunitense invitava i capitalisti americani ad assumere un atteggiamento «molto più aggressivo» in difesa del sistema della libera impresa). Reazione che, come vedremo, si manifesterà poi in quella che i due economisti francesi Gérard Duménil e Dominique Lévy hanno definito la «controrivoluzione neoliberista».Sarebbe riduttivo, però, vedere la crisi del modello keynesiano semplicemente nei termini di un processo politico di “restaurazione” per così dire “soggettivamente determinato” da parte delle classi dominanti; né si può ridurre tale crisi a una semplice conseguenza dell’offensiva ideologica sferrata, a partire dalla fine degli anni Sessanta, dall’«intellettuale collettivo» neoliberista, come sosteneva Luciano Gallino.È importante comprendere, anche ai fini dell’analisi delle possibili vie d’uscita dalla crisi attuale, che il sistema keynesiano/socialdemocratico in quegli anni cominciò a mostrare dei limiti strutturali oggettivi: esso si basava, infatti, su un “compromesso di classe” imperniato intorno all’idea che una crescita stabile dei salari poteva coniugarsi con una crescita stabile dei profitti, e anzi ne era il presupposto necessario (secondo l’assioma keynesiano secondo cui i profitti dipendono in primo luogo dalla domanda aggregata).E per qualche decennio così è stato. Negli anni Settanta, però, le basi di questo compromesso cominciarono a venire meno, a causa di diversi fattori: l’aumento del prezzo delle materie prime, la crescente concorrenza tra potenze capitalistiche (in seguito alla re-industrializzazione di Europa e Giappone), il rallentamento della produttività eccetera, ma soprattutto, come detto, il diffondersi di richieste sindacali sempre più radicali.L’unica cosa da fare e lo ripeterò fino alla morte è quella di dar luogo ad una nuova filosofia di vita che incida anche sui processi decisionali e economici questa alternativa esiste ed è stata sperimentata proprio da noi italiani per primi ma purtroppo avvenimenti avversi hanno fatto in modo che questo modello angloamericanosionista ,che è la sintesi filosofica settecentesca del capitalismo con il suo motto” Il capitalismo ha bisogno dei vizi e non delle virtù”, abbia preso il sopravvento, questo deve cambiare non esiste il diritto senza il dovere questo vale per chi protesta per il lavoro che manca ma vale soprattutto per chi legifera si ha il dovere di fare le cose per il popolo non contro il popolo.

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