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Direttore: Vincenzo Di Guida

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24 Marzo 2019

Il Sessantotto… e dopo (1a parte)


L’instabile equilibrio generale dell’Italia della seconda metà degli anni Sessanta fu travolto, alla fine di quel decennio, da una nuova ondata di lotte operaie. Ma non si trattò di un fatto isolato. Tutto il mondo capitalistico industrializzato fu scosso, in quel periodo, da eventi politici significativi, segnale di cambiamenti di vasta portata.
La crisi investì tutta l’area della società, come sempre avviene quando sono in gioco punti essenziali dell’ordinamento. In primo luogo fu messo in discussione, sul terreno culturale, il sistema dei valori tradizionali, facendo scendere in campo, in prima fila, la gioventù. La scintilla si era accesa nelle università americane, percorse dalla rivolta contro la Guerra del Vietnam (1955-1975). Ma il movimento giovanile si era rapidamente esteso in Europa. Quel che più conta è che l’attacco che venne portato al sistema tradizionale, ottenne il risultato di bloccare la capacità di reazione delle forze che erano state dominanti per un lungo periodo di tempo. Si legittimò così, senza un’adeguata risposta razionalmente critica, un comportamento che affastellava, in un unico giudizio negativo, tutti gli aspetti della cultura tradizionale, anche quelli di una sinistra che incominciò a definirsi “storica”, mentre non si coglievano le debolezze e le contraddizioni di un pensiero confuso, che lasciava largo spazio all’irrazionalità. Accadde così che alla consolidata tradizione culturale fu inferto un colpo violentissimo, con la creazione di un vuoto che, in buona sostanza, non si è mai colmato. Il movimento giovanile, in Europa, ebbe la sua punta più alta in Francia, negli avvenimenti del maggio 1968. In quel paese, il movimento studentesco suscitò un’ondata di contestazioni in quasi tutti i settori della società ed in particolare tra gli intellettuali. Non riuscì invece a stabilire un collegamento con il movimento operaio, che rimase su posizioni ben distinte, fortemente allineato sui partiti della sinistra tradizionale.
Il Sessantotto fu un’onda lunga, uno “tsunami”. La sua influenza sociale si manifestò ben oltre la breve durata della sua esplosione, a conferma della profondità della crisi allora vissuta e ben oltre il fallimento politico, pressochè totale del movimentismo. Lo sviluppo del lavoro intellettuale, la scolarizzazione di massa, in cui trovarono collocazione professionale i giovani formati in quella temperie, crearono le condizioni per dare continuità all’influenza di quel confuso complesso di idee e di sentimenti. E ciò fu enormemente facilitato dal fatto che né le classi preminenti né la cultura di sinistra seppero dare adeguate risposte.
Anche in Italia il tutto si mosse con la reazione giovanile. Essa assunse, in un primo momento, un carattere di contestazione delle strutture universitarie e scolastiche. Non si fermò però a questo stadio e, ben presto, all’interno di un movimento nato nelle università, si venne delineando una posizione di protesta radicale dell’ordinamento sociale. Si andò così alla ricerca di collegamenti con le posizioni più radicali e ci si orientò, solamente, verso una critica, quasi sempre feroce, della sinistra tradizionale.
Alla rivolta studentesca, si sommò rapidamente una ripresa delle lotte operaie. I cambiamenti portati dall’espansione economica, come era inevitabile, ebbero ripercussioni non indifferenti. L’Italia era diventata un paese molto più moderno, la conoscenza del mondo esterno non era più limitata agli emigranti, il livello di istruzione era molto più elevato. Un sistema fondato sui bassi salari e su una posizione subalterna, anche socialmente, della classe operaia, veniva ormai respinto dalla coscienza del paese.
Di ciò, si cominciò a rendersene conto nella prima ondata degli aumenti salariali del ’62 e del ’63. Nella fase di stabilizzazione che seguì, si sviluppò fortemente la richiesta di unità sindacale, da qualche anno assai assopita, che appariva essere una condizione necessaria per ristabilire, su basi permanenti, il potere contrattuale effettivo dei lavoratori. Alla base della ripresa del sindacato non vi fu una proposta politica nuova o la richiesta di riforme e nemmeno la pressione per l’allargamento dello stato sociale. I capisaldi furono solamente i salari, che dettavano i ritmi, le condizioni del lavoro e la salute nelle fabbriche. Da lungo tempo ormai, dopo il tentativo del “Piano del Lavoro”, la Cgil (salvo alcune eccezioni nella politica agraria in cui si cercò di legare l’obbiettivo dell’occupazione a quello delle trasformazioni) non stava portando avanti una rivendicazione complessiva di politica economica. La novità più importante fu il tentativo, abbozzato, di rivendicazioni salariali aziendali, che avrebbero finito per porre la questione del legame con la produttività, portato avanti però in modo episodico, senza una revisione del complesso della “politica rivendicativa”. Ma per la Cgil, la proposta unitaria era parte integrante della posizione complessiva.
L’unità sindacale fece decisivi passi in avanti, quando anche la Cisl si spostò in questa direzione. Quell’organizzazione era nata dalla rottura dell’unità sindacale antifascista, riprendendo in parte la tradizione delle “leghe bianche” (primo nucleo del sindacalismo cattolico) e collocandosi anche nel contesto statalistico, cui la Dc affidava ormai una funzione essenziale per mantenere la propria influenza. In alcuni momenti e situazioni, come quelle dalla Fiat, ad esempio, la corporazione aveva assunto una posizione di rottura, con comportamenti da sindacato padronale, ma l’evoluzione della situazione l’aveva costretta a tener conto dei nuovi orientamenti. Le basi più generali dell’unità sindacale erano comunque assai incerte, soprattutto in relazione al rapporto tra organizzazione di lavoratori e partiti, su cui rimaneva sempre un equivoco. Tutti in sindacati avevano legami con i partiti, la Cgil con i partiti di sinistra, la Cisl con la Democrazia Cristiana, la Uil con i socialdemocratici e repubblicani, anche se la difficoltà maggiore si creava per la prima. Il Psi aveva ormai compiuto la sua evoluzione, ma finchè il Pci continuava ad essere un’opposizione al sistema, un rapporto tra un sindacato unitario, sintesi di varie tendenze e tale partito diventò molto problematico. Anche per questa ragione, quindi, nello sforzo unitario, si cercò di accantonare i nodi reali, purchè, attraverso l’unità, potesse aumentare il potere contrattuale nelle rivendicazioni immediate.

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