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17 Giugno 2019

La canzone americana: storia, cronaca e costume (2a parte)


In realtà, che cosa attirava gli americani e ben presto anche gli europei, verso quella nuova musica? Indubbiamente si avvertiva in quelle canzoni, che nascevano all’ombra dei grattacieli, una forza misteriosa, un fascino diverso dal solito. Un quid che le distingueva. Avevano il sapore dolce-amaro di un cocktail, evocavano insieme mondi antichi e nuovi modi di vivere.
In fondo, mentre in Francia, in Italia, in Inghilterra e ovunque nel mondo, la canzone lavorava su un filone tradizionale, seguendo le mode del momento, pur rimanendo più o meno coerente con il passato, oltre oceano l’eco lontana di tutte queste melodie si fondeva con i rumori della nuova società che nasceva. Si viveva in pieno romanticismo, ma a ritmo di “fox-trot”: Broadway rigurgitava di commedie melensi, ma nel finale si ballava il “charleston” e Hollywood diede presto carta bianca ad Al Jolson per scrivere “Il cantante di jazz” ed inaugurare così la nuova epoca del cinema, quella del parlato e, ovviamente, del cantato. Neppure avendo radicate tradizioni sulle spalle, si poteva resistere al fascino di quella mistura. La canzone americana esprimeva quella nuova società, con la sua smania di vivere, di divertirsi, con il frenetico desiderio di ballare, con la fiducia in se stessa e nel proprio successo, con i suoi complessi culturali. I “cantori” del nuovo mondo sono i Berlin, i Gershwin, i Rodgers, i Porter, i Carmichael, gli Warren.
Berlin scrive, nel 1924, “All Alone”; nel 1925 “Remember” e “Always”; nel 1927 “Blue Skies” e “The Song Is Ended”. Le canzoni di “Top Hat”, fra cui il celebre motivo “Cheek to Cheek”, che Ginger Rogers e Fred Astaire portarono al successo in tutto il mondo, sono del 1935; il celeberrimo “White Christmas”, del ’42. “Always”, tanto per fare un esempio, valzer romantico e garbato, ha fruttato, nei primi quarant’anni, centoventimila dollari di diritti d’autore. E per quei tempi! Forse anche perchè, “Star Dust” (Polvere di stelle), di Hoagland “Hoagy” Carmichael, fu uno dei motivi più trasmessi dalla radio. E la radio, quando Berlin scrisse “Always”, aveva sette milioni di ascoltatori, per i quali, avendo a disposizione solo dieci stazioni, si organizzarono 357 ore di trasmissioni al mese, ripartite in: 56 ai bollettini, discorsi e notizie in genere; 42 alla musica classica e 259 alle canzoni. Certo, per lo più, fu un fiume di banalità musicali, firmate da “complessini” che pasticciavano con la musica, non sapendo ancora cosa fare. Quando andava bene, suonava l’orchestra di Paul Whiteman, un altro falso “re del jazz”, che aveva come cantanti i “Rhythm boys”, un trio vocale nel quale militava, però, un certo Bing Crosby, destinato a diventare uno dei più consistenti miti dell’America degli Anni Trenta.
E non fu che il principio. L’americano medio conduceva, una vita attiva, logorante, confuso nella massa vociante dei suoi compatrioti, che crescevano di numero con travolgente rapidità. A New York, camminava fra milioni di persone e sviluppava, suo malgrado, una privacy di tipo inglese, che lo metteva al sicuro dalle troppe invadenze altrui, ma che lo faceva sentire disperatamente solo. Soltanto nelle canzoni, che lo lusingavano con dolci storie d’amore e lo spingevano a dimenticare il suo senso di frustrazione sociale, l’uomo medio poteva credere di scoprire se stesso e la propria storia.
Irving Berlin compose motivi garbati, con un’aria vagamente europea, nella quale mischiò sempre e deliberatamente un pizzico di America, magari prendendola in prestito dal jazz. E ciò mise a suo perfetto agio l’ascoltatore: gli diede il passato, il presente ed il futuro, accarezzando il suo orgoglio di uomo, che si era fatto da sé.
Forse Jerome Kern, figlio di New York, dove era nato nel 1885, fu più svincolato dall’aura romantica. La sua cultura borghese, il suo umorismo di marca cittadina, lo spinsero a velare d’ironia la musica. Ma probabilmente nessuno se ne accorse. Era figlio di un mobiliere, che aveva ambizioni di inserimento nella “New York bene”. Studiava musica e pensava alle canzoni, ma senza parlarne in famiglia, perchè conosceva le mire del padre, che sognava per lui una scrivania da capitano d’industria. Quando finalmente riuscì a convincerlo che la sua strada era un’altra, si mise volontariamente a confronto con gli uomini dell’operetta, come Sigmund Romberg o Victor Herbert. Ma allineò un fiasco dopo l’altro. Non era il suo genere. Non riusciva a prendere seriamente gli esili valzer che il pubblico dell’operetta si attendeva. Cambiò rotta, lavorò in collaborazione con noto l’umorista inglese P. G. Whodehouse (quello dell’impareggiabile Jeevs, per chi lo ricorda) ed il suo nome incominciò a diventare popolare. Il pieno successo giunse nel 1927, con la commedia musicale “Show Boat” (quel “Battello Spettacolo”, ripreso dal cinema nel 1932 e nel 1946). Le sue canzoni diventarono popolarissime negli Stati Uniti e non solo. Ricordiamo “Ol’ Man River” e “Smoke Gets in Your Eyes”, che fu una delle sue cose più belle.
Contrariamente a Berlin, che subì i lati negativi della sua estrazione sociale, pur nell’ambito di un’intelligenza vivissima e di una notevole sensibilità musicale, Kern trasse la sua ispirazione dal folclore, che rielaborò con piena libertà e con una certa dignità. Ma in realtà non ebbe molta fortuna, perchè non credette sufficientemente in se stesso. Fu l’aspetto meno confortante della sua posizione di uomo di cultura, in una società per lo più basata sull’improvvisazione, dove ognuno cominciava necessariamente da zero.
George Gershwin, al contrario, fu sempre molto sicuro di sé. Era il più giovane dei tre. Nacque a Brooklyn, ma come Berlin era di origine russa e non provò mai la sua povertà. Visse a contatto con un ambiente schiettamente popolare, ne assorbì tutte le caratteristiche, diventando musicista a forza di volontà, lavorando otto ore al giorno come “commesso-pianista”, presso un editore di canzoni, che fece di tutto per dissuaderlo dalla Composizione. Fu il classico “self-made man” americano. La sua infanzia, decisamente benestante anche se non ricca, la sua adolescenza, i caratteri borghesi della famiglia furono il “vantaggio di partenza”, che lo spronarono e gli consentirono l’ascesa. La sua prima canzone, pubblicata, fu del 1916. Dal titolo “When you want’em, you can’t get’em, when you’ve got’em, you don’t want’em”, indubbiamente originale per la lunghezza e per ciò che significava (Quando le volete, non potete averle, quando le avete, non le volete), aveva un contenuto musicale tale da scoraggiare i più ottimisti. Non c’era nulla del Gershwin maturo. Bisognò attendere fino al 1919 per scoprire il talento di questo eroe della musica americana, quando Al Jolson lanciò “Swanee”, un motivetto un po’ balordo come costruzione, ma con un andamento dinamico e originale. La sua scrittura musicale, tuttavia, assumerà un aspetto definitivo e maturo solo nel 1922, con pezzi come “I’ll Build a Stairway to Paradise”, “Oh, Lady Be Good!” e, due anni più tardi, come “The Man I love”, per proseguire fino alla splendida “A Foggy Day”, del 1937, anno della sua morte.
L’anno dopo, cantando “A-Tisket A-Tisket”, si fece largo una giovane cantante di colore, una certa Ella Fitzgerald, scoperta tre anni prima, ad un concorso per dilettanti, dal batterista Chick Weeb. Voleva fare la ballerina ed invece diventò, con Sarah Vaughan, forse una delle voci più popolare ed amata nel mondo. Era esile ed impacciata. In trent’anni di carriera attiva, ha veduto oltre trentacinque milioni di dischi e CD. Un record anche per la società del benessere, che ha sempre giudicato il disco un genere di consumo di prima necessità. Fu lei che, negli Anni Cinquanta, riunì tutti le arie di Gershwin in una specie di “opera omnia” discografica, segnale tangibile dell’importanza e della popolarità del compositore di Brooklyn, che in meno di quarant’anni di vita, seppe influenzare tutta la musica leggera, pur guardando oltre i confini della canzone e sognando una musica nazionale. Da quello spirito, nel quale credeva ciecamente, nacquero la “Rhapsody in Blue”, il “Concerto per pianoforte e orchestra”, “An American in Paris” e l’opera negra “Porgy and Bess”.
Perchè Gershwin, malgrado l’impegno che pose nel suo lavoro, nonostante lo studio e la precisa volontà di dare agli americani, come detto, una musica nazionale che poteva stare sullo stesso piano di quella “dotta” europea, rimase pur sempre un autore di canzoni. Furono, infatti, le canzoni a renderlo ricco e celebre, furono le canzoni che ancora oggi lo fanno ricordare, in ogni angolo del pianeta.

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