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Direttore: Vincenzo Di Guida

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21 Febbraio 2019

Bergoglione e gli immigrati


Perché Papa Bergoglio è uno dei principali sostenitori dell’immigrazionismo positivistico targato ONU? Perché fornisce legittimazione religiosa e morale alla sostituzione? Perché nonostante la giusta critica all’uso indiscriminato della tecnica aderisce a un progetto palesemente tecnicistico?
Tutto ha inizio l’8 luglio del 2013, con il discorso di Lampedusa, nel quale, denunciando l’indifferenza verso i migranti che ha causato i morti in mare, il Papa chiedeva «perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi», e al tempo stesso associava costoro a «Erode, che ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi» (Omelia in occasione della visita a Lampedusa, 8 luglio 2013).
Una durezza politica inusitata, che abbiamo visto spesso riaffiorare nei cinque anni successivi, fino alle recentissime dichiarazioni sulla «paura che rende pazzi» e che porta a costruire appunto «i muri della paura». In effetti, i migranti sono la preoccupazione storica ed etica principale del Pontefice, come dimostra la recentissima pubblicazione che raccoglie tutti i suoi interventi (fino al 2017) su questo tema.
A luglio 2018 viene ribadito l’impegno a favore dell’accoglienza, «un impegno di fedeltà e di retto giudizio che ci auguriamo di portare avanti assieme ai governanti della terra e alle persone di buona volontà. Per questo seguiamo con attenzione il lavoro della comunità internazionale per rispondere alle sfide poste dalle migrazioni contemporanee» (Omelia in occasione della Santa Messa per i migranti, 6 luglio 2018).
Viene qui evocato il Global Compact, per la cui adozione Papa Bergoglio si è speso pubblicamente e ufficialmente in varie occasioni, fino ad un discorso di poche settimane fa: «la Santa Sede si è adoperata attivamente nei negoziati e per l’adozione dei due Global Compacts sui Rifugiati e sulla Migrazione sicura, ordinata e regolare.
In particolare, il Patto sulle migrazioni costituisce un importante passo avanti per la comunità internazionale che, nell’ambito delle Nazioni Unite, affronta per la prima volta a livello multilaterale il tema in un documento di rilievo. Nonostante la non-obbligatorietà giuridica di questi documenti e l’assenza di vari Governi alla recente Conferenza delle Nazioni Unite a Marrakech, i due Compacts saranno importanti punti di riferimento per l’impegno politico e per l’azione concreta di organizzazioni internazionali, legislatori e politici, come pure per coloro che sono impegnati per una gestione più responsabile, coordinata e sicura delle situazioni che riguardano i rifugiati e i migranti a vario titolo» (Discorso ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 7 gennaio 2019).
Questa sintonia è stata sancita dalla presenza a Marrakech del Segretario di Stato cardinale Parolin, il quale, dichiarando che «poter migrare è un diritto», mentre «la non accoglienza non è un diritto» (Intervista a RaiNews24 del 13 dicembre 2019), ha fissato un punto di non ritorno, ergendo la Chiesa a garante religioso e spirituale della politica migratoria dell’ONU, giudice delle decisioni politiche dei singoli Stati in merito all’accoglienza.
Una convergenza ovvia, poiché l’humus politico da cui è sorto il Global Compact e quello in cui si sviluppano le odierne posizioni della Chiesa sui migranti presentano uno strato di contiguità stretta. A comporre infatti la frattura tra la laicità secolarizzata per molti versi ostile al Cristianesimo dell’ideologia-ONU e l’ineliminabile religiosità della visione bergogliana è la teologia della liberazione, mediatrice occulta ma indiscutibile fra queste due posizioni, perché in essa il marxismo è presente in modo coessenziale ed è stato rivitalizzato in forma nuova.
È proprio qui infatti che si mostra la saldatura fra la Chiesa di Bergoglio e l’ONU: entrambe tendono a sostituire l’uomo occidentale con un’umanità nuova, frutto del mescolamento di popoli e dell’indebolimento dell’Occidente tradizionale, esattamente come volevano i teologi della liberazione, che teorizzavano «un’altra forma di vita, completamente diversa da quella che oggi viene imposta», alla ricerca «di un’utopia universalizzabile storicamente», che porti alla nascita di un «uomo nuovo» che possa «sostituire l’uomo vecchio, che domina come ideale della cosiddetta civiltà cristiana, nordatlantica e occidentale» (I. Ellacuria, Utopia e profetismo, in Mysterium Liberationis, I concetti fondamentali della teologia della liberazione, trad. it. Roma 1992, p. 359).
L’esortazione papale ad «accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti» senza riserve, non investe infatti solo la dimensione etico-religiosa, ma si colloca nel quadro sociale, politico e perfino istituzionale, elaborando proposte concrete e operative (Messaggio per la Giornata Mondiale del migrante 2018, 15 agosto 2017).
Se tuttavia, come accade nel Global Compact, ridurre le persone a masse e spostare queste ultime come se fossero pedine è positivistico, lo è anche una prospettiva che equipara una singola persona o piccoli gruppi di persone a grandi masse, perché nell’intenzione di accogliere l’altro si finisce per accogliere tutti, infrangendo i diritti personali stessi e imponendo l’accoglienza forzata, lasciando trasparire una concezione materialistica, in cui la differenza ovvero l’identità spirituale viene affossata esattamente come nel marxismo vengono abolite con la violenza le differenze sociali e soprattutto individuali.
Papa Bergoglio sembra smarcarsi da questa identificazione, ripetendo spesso che «i migranti non sono pedine sullo scacchiere dell’umanità» (Messaggio per la Giornata mondiale del migrante 2014, 5 agosto 2013), ma la volontà immigratoria che egli manifesta è propria di una concezione naturalistica che riduce lo spirito dei popoli e delle singole persone ad agglomerato biologico, come sostiene la dottrina marxista dell’internazionalismo.
Se materialistica è l’impostazione del Global Compact su princìpi non negoziabili come il concetto di persona e la difesa della vita, l’adesione della Chiesa a questo patto è un compromesso in perdita, spiegabile con la priorità che Papa Bergoglio assegna alla lotta politica, a sua volta fondata sulla preesistente adesione al materialismo storico che la teologia della liberazione, abbandonando la metafisica e abbracciando l’azione sociale, aveva concretizzato.
Il Pontefice condanna il materialismo consumistico delle società capitalistiche, e tuttavia sostiene una forma di materialismo, quello appunto scientistico (la tecnoscienza delle migrazioni adottata dall’ONU), laicista e secolarizzante, che è infinitamente più deleterio del primo, schierando così la Chiesa su posizioni per essa sostanzialmente inedite, insostenibili e pericolose. Se la Chiesa diventa positivista, ad essere minacciato infatti è lo spirito, e se lo spirito viene disgregato, a subirne le conseguenze sarà il mondo stesso, Chiesa inclusa.

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