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Direttore: Vincenzo Di Guida

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16 Dicembre 2018

Il lupo perde il pelo ma non il vizio


Il lupo perde il pelo ma non il vizio, dice il proverbio. E in Germania, in particolare in Baviera, quello di pensare all’Europa come terra di conquista è un vizio che non sembra destinato a interrompersi. Lo ha dimostrato Horst Seehofer, il leader e candidato della Csu per la guida della Baviera, in un comizio a Ingolstadt. Davanti alla platea dei suoi colleghi di partito, il ministro dell’Interno tedesco se n’è uscito con una provocazione infelice riguardo la Grecia: “I bavaresi hanno governato la Grecia per un po’, ma sarebbe stato meglio se fosse durato di più”. L’ironia del politico tedesco faceva riferimento al regno di Ottone di Grecia, principe di Baviera, e che governò sul popolo ellenico dal 1832 al 1862. Monarca anche abbastanza disprezzato dal popolo greco, visto che finì la sua vita in esilio fuggendo su una nave da guerra britannica. Evidentemente la storia non ha insegnato molto a Seehofer, se ha usato questo esempio per ricordare a tutti come l’amministrazione germanica, in quel caso bavarese, fosse nettamente migliore di quelle nazionali. Una battuta infelice che ha trovato ovviamente la reazione critica di molti esponenti politici greci che, dopo aver incassato per anni le imposizioni volute da Berlino, adesso non vogliono sentirsi anche oggetto di scherno per ottenere qualche centinaio di voti in più in un’elezione locale.Storia a parte, la battuta del ministro tedesco non è però un fulmine a ciel sereno. Non è un mistero che in Germania molti considerino la loro politica e la loro amministrazione come migliore rispetto alle altre dell’Unione europea. E non è neanche un mistero che la stessa Unione europea possa essere considerata una sorta di costruzione di un’Europa a immagine a somiglianza dei sogni egemonici di Berlino. E la Grecia forse è l’esempio più evidente di questa malcelata idea della Germania di essere la potenza leader dell’Europa “unita”. In questi anni le manovre imposte dalla Troika, e con il supporto della Bundesbank, hanno non solo impoverito i cittadini greci e mandato sul lastrico un intero Paese, ma hanno anche dato il via a una privatizzazione e successiva svendita senza precedenti del patrimonio greco che, in larga parte, è finito in mani tedesche. Prova più eclatante gli aeroporti turistici, vero volano dell’industria ellenica, diventati quasi tutti di proprietà tedesca. Ma Atene è solo una delle “vittime” dell’ideale tedesco. In realtà sono molti i Paesi che subiscono quest’idea non troppo remota di Berlino di essere il Paese che vuole controllare l’Europa. L’Italia è sicuramente una delle vittime preferite da parte dei ministri e dei politici tedeschi, accusata di essere una sorta di ventre molle dell’Europa a trazione franco-tedesca. E il fatto che la nostra economia si basi sullo spread tra Btp e Bund è già di per sé un indizio. Ma sono in genere i Paesi mediterranei a essere quelli più additati dalla Germania come nemici della loro idea di Europa. La loro idea: non quella degli europei. Ed è su questa “piccola” divergenza di vedute che è nato in larga parte il fenomeno sovranista. L’idea che non possa essere Berlino a decidere le sorti di un intero continente. Un vento che è iniziato a spirare da Est, con l’Europa di Visegrad, che si è spostato a sud, nel Mediterraneo, e che ha ricevuto una spinta fondamentale da Ovest, al di là dell’Atlantico, con gli Stati Uniti di Donald Trump a cavalcare l’ondata di risentimento contro la Merkel che dilaga in tutta Europa. Ed è proprio su questo punto che è importante soffermarsi. Se infatti per molto tempo è stata la parte “povera” dell’Unione europea a ribellarsi ai dettami di Francoforte e Berlino, adesso l’assedio è diverso: insieme ai ribelli ci sono anche gli Stati Uniti. Trump ha messo da subito la Germania nel mirino per la sua politica commerciale. Ma dietro a questo conflitto economico fra Washington e Berlino, c’è anche un obiettivo strategico che da sempre caratterizza l’altra sponda dell’Atlantico: evitare che la Germania prenda il sopravvento proprio attraverso l’Unione europea. Un’idea che piace tanto a molti esponenti della politica tedesca. Seehofer docet. La Disunione Europea, volutamente creata dalla Germania, getta la maschera: se l’Italia non rispetta il patto di stabilità, insieme alle regole europee sui conti pubblici, non avrà più diritto ai fondi dell’Unione Europea. È il ricatto che Emmanuel Macron, la marionetta, e Angela Merkel stanno preparando, sintetizza Chiara Sarra sul “Giornale”: è infatti in arrivo all’Eurogruppo (riunione straordinaria a Bruxelles) un’ipotesi di piano congiunto franco-tedesco per creare un bilancio unico dell’Eurozona. Come rivelano il “Financial Times” e la stessa “Repubblica”, che ha avuto accesso alle bozze, la proposta del presidente francese e della cancelliera tedesca prevede che il bilancio, finanziato con i contributi dei singoli paesi e con una “tassa sulle transazioni finanziarie”, punti a «stimolare la crescita attraverso investimenti, ricerca e sviluppo, innovazione e capitale umano, cofinanziando la spesa pubblica». Ma soprattutto, aggiunge il “Giornale”, il documento prevede che siano i ministri delle finanze dell’Eurozona, anzichè la Commissione Europea, a progettare i programmi di investimento in settori come la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione. Clausola: dovranno essere esclusi dall’accesso ai fondi Ue i paesi che non perseguono «politiche in sintonia con gli obblighi». In altre parole: se non rispetta le “regole europee”, l’Italia «può dire addio ai contributi finanziari», Germania e Francia sono i paesi con meno titoli per imporre regole di condotta, specie se ammantate di sospetto moralismo. La Germania, ricorda l’imprenditore italiano Andrea Zoffi, ha un debito pubblico reale ben lontano da quello dichiarato, fermo all’80% del Pil: i conti di Berlino sono molto più in rosso (addirittura il 287% del Pil) se si calcola l’immenso debito “sommerso” della Germania, non contabilizzato da Bruxelles. Quanto alla Francia, il panafricanista Mohamed Konare riassume: Parigi “drena” ogni anno ben 500 miliardi di euro a 14 ex colonie dell’Africa Sub-Sahariana. Una cifra enorme, pari al 20% del Pil francese, anche questa “bypassata” dai guardiani dell’Eurozona nonostante Parigi gestisca in proprio il franco Cfa, la moneta coloniale imposta all’Africa centro-occidentale. Quel 2,4% è troppo poco, spiega l’economista Nino Galloni, per sperare in effetti visibili: il “moltiplicatore” della spesa pubblica (chi più spende meno spende, perché dall’anno seguente l’investimento frutterà 3-4 volte tanto, in termini di Pil) avrebbe bisogno in Italia di un deficit più robusto, almeno il 4-5%, per rilanciare l’economia. Ma quell’esiguo 2,4% basta e avanza a spaventare i padroni dell’Ue, che a pochi mesi dalle elezioni europee temono che “cattivo esempio” dell’Italia possa contagiare il resto d’Europa, spingendo altri paesi a rompere le righe e ribellarsi alla camicia di forza (ideologica) dei vincoli del rigore, che servono solo a deprimere l’economia e accelerare il trasferimento delle leve economiche in pochi, grandi gruppi, a spese del sistema nazionale delle aziende. Per contro, la mossa franco-tedesca avrà forse il pregio di aprire gli occhi ancora socchiusi, svelando la reale natura dell’attuale Unione Europea, priva di una Costituzione democratica e gestita da una Commissione autocratica, non eletta dal Parlamento Europeo. La scure sull’Italia agitata da Macron e Merkel è teoricamente una manna, dunque, per la prossima euro-campagna elettorale di Di Maio e in particolare di Salvini: additando il “nemico” esterno, verrà loro più facile giustificare i risultati, finora non esaltanti, del governo giallo-verde. La separazione tra stato e cittadini, del resto, grazie a una politica compiacente e/o venduta, è in atto da decenni. Per quanto riguarda le crisi, dobbiamo registrare dei dati molto importanti: si calcola che fra il 1971 (anno in cui il dollaro è stato ufficialmente stampato dal nulla (in altre parole senza una copertura aurea) e il 2011 la finanza ha provocato in tutto il mondo più di 150 crisi sistemiche o micro-sistemiche, e più di 218 crisi valutarie, ovvero dei debiti cosiddetti “sovrani”. Ecco con chi abbiamo a che fare. Un’ulteriore riflessione, infine, riguarda la crisi europea. L’Europa è il continente-esperimento per quanto riguarda la progressione del progetto del Nuovo Ordine Mondiale, il che, visto ciò che sta accadendo in molti paesi dell’Eurozona a livello politico con l’ascesa di forze nazionaliste, ci lascia qualche speranza. Nessuno in Europa, infatti, vuole creare un’altra Grecia, neanche l’élite: la povertà, del resto, va generata piano piano, deve essere “elaborata” dai cittadini, e crearla così su due piedi genera solo un profondo malcontento verso le istituzioni europee, cosa che si deve cominciare ad evitare visto l’accentramento dei prossimi anni. I governi nazionalisti come sembrerebbe oggi anche il nostro sono e restano un problema, ma il compromesso si rende indispensabile al momento. Ecco perché credo che la BCE, a dispetto delle agenzie di rating, non declasserà i nostri titoli, così come non chiederà alle nostre banche di rientrare nelle loro linee di credito consegnando loro titoli di stato dal valore praticamente nullo. Sarebbe l’omicidio dell’Italia ma anche il suicidio dell’Europa, e questo lo si deve evitare. Come scrive Hans Werner Sinn sullaFrankfurter Allgemeine Zeitung: «La politica europea durante la crisi non si è fondata sulle riforme strutturali dell’eurosistema, ma sui salvataggi finanziari… Sono state salvate in primo luogo le banche e gli investitori francesi, tedeschi e degli altri paesi. I salvataggi sono iniziati con gli scoperti di conto sui saldi Target… poi è arrivato il “Securities Markets Program” della Bce dall’estate del 2011… nel 2012 è arrivata la promessa da parte del presidente della Bce Mario Draghi (“Whatever it takes”)… nel 2015 poi è arrivato il programma di “quantitative easing” con cui si sono comprati titoli di Stato dei paesi euro per 2.100 miliardi, dei quali il 17% è attribuibile al riacquisto di titoli italiani da parte di Bankitalia…». Il 17% di 2.100 miliardi sono 360 miliardi, quindi Bankitalia negli ultimi anni ha creato su mandato della Bce una cifra enorme, 360 miliardi. Questo passa quasi inosservato perché avviene nei mercati finanziari, ma è la “creazione di denaro” moderna, fatta con il computer delle Banche Centrali. Nel frattempo il governo suda per trovare 8 miliardi, ce ne rendiamo conto? Le soluzioni ci sarebbero e le abbiamo già proposte. Inutile ora ripeterle. Sarebbero anche nel contratto di governo. I minibot sono stati persino visti come una opzione efficace da un noto esperto di economia e finanza come Wolfgang Münchau. Ma altre ora sembrano le priorità del governo. Le ruspe in casa Casamonica, come la lotta alla corruzione, possono certo aiutare a mantenere alto il consenso, ma al Nord produttivo del Paese interessano poco.

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