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23 ottobre 2018

Giovanni Tria, più di 2 schiaffi alla UE !


Il rapporto deficit pubblico / PIL, il Prodotto Interno Lordo, sarà al 2,4% per tre anni. Forti pressioni dalla UE, al limite delle ingerenze, per far fare dietrofront all’Italia.

 

All’inizio dell’ottavo capitolo dei “Promessi Sposi”, il nostro Don Abbondio, quello che il “coraggio uno non se lo può dare”, mentre stava leggendo un libro per caso, gli capita di leggere il nome di un filosofo per caso “Carneade chi era costui?”, di cui lui non conosceva nulla, se non che forse l’aveva sentito nominare almeno una volta lungo il pavido, inutile corso della sua vita. Ora noi potremmo dire la stessa cosa… la “politica” che razza di animale è? Un sarchiapone che inquieta solo a nominarlo, o un unicorno uscito da una sorta di bestiario contemporaneo. Se la politica il coraggio non se lo può dare, a cosa serve? Ora sembra che il governo giallo/verde di coraggio ne abbia da vendere, determinato a liberarsi dalle sacche finanziarie in cui è stato cacciato. Manovra demagogica ha detto qualche barbagianni in tour mediatico, dimenticando che invece il DEF ha rappresentato finalmente l’affermazione della politica sulla finanza, sfidando la maglia di veti e vincoli europei, che hanno contribuito ad aumentare il livello di povertà in Italia, ridotta a fanalino di coda dell’UE. Demagogica al contrario è stata la politica dell’UE, che ha raccontato bufale a partire dal trattato di Maastricht, ha introdotto il prolisso e delirante trattato di Lisbona, imposto ai popoli europei dopo che Francia e Olanda avevano bocciato la costituzione, adottato una moneta unica che ha massacrato l’economia dei paesi Piigs, definiti con un termine dispregiativo per la prima volta dopo la Seconda Guerra Mondiale, utilizzato un sistema finanziario terroristico, composto di una BCE privata, uno spread da golpe, agenzie di rating che condannano o assolvono gli stati, come vestali protettrici dell’unico dio denaro, e imbrogli continui da parte del paese “locomotiva”, che in realtà ha disegnato Maastricht a proprio uso e consumo, producendo il surplus più alto del globo, con politiche inflazionistiche e protezionistiche, proibite a tutti gli altri membri. Proprio la Germania, che dopo due guerre mondiali combattute per l’egemonia in Europa, ora l’ha ottenuta tramite una moneta unica ed un surplus da record. Altri gufi e strigiformi tuonano e fulminano dallo Spiegel “L’Italia sta pianificando un’orgia di spesa per i prossimi tre anni e continuerà ad aumentare il suo debito già gigantesco”. Il loro mestiere da mestieranti è quello di inquinare il senso comune, per difendere il potere liberista che ha dominato finora ed ancora domina. Tuttavia la sfida del governo populista è iniziata e proseguirà con determinazione finché ci saranno le condizioni per farlo. Non solo è stato snobbato il ministro Giovanni Tria, che voleva limitare il deficit all’1,6 per cento, ma con lui anche la Commissione europea. “Il messaggio dall’Italia è chiaro: sfidiamo l’Europa“, afferma Guntram Wolff, direttore dell’influente think tank Bruegel. Anche dal Parlamento europeo sono arrivate aspre critiche. Il vice della CSU Markus Ferber ha parlato di “uno schiaffo in faccia alla Commissione europea”. L’Italia dovrebbe avere “un chiaro impegno a ridurre il deficit del bilancio strutturale”. Ignorando tutto ciò, Di Maio e Salvini “portano l’Italia sempre più vicina al limite dell’abisso”.Poi il presidente del Parlamento italiano, Antonio Tajani, si è detto molto “preoccupato”. I bilanci governativi “non aumenteranno l’occupazione, ma rappresentano un problema per il risparmio degli italiani”. L’eurodeputato verde Sven Giegold ha descritto il bilancio italiano come “non solo economicamente irragionevole, ma anche contro le leggi europee”.I mercati hanno già reagito a modo loro. Alla Borsa di Milano, i titoli di stato italiani hanno avuto il loro peggior momento in tre mesi. Lo spread così detestato è balzato al livello più alto delle ultime tre settimane. L’Italia dovrà pagare tassi di interesse significativamente più alti per i suoi debiti, vecchi e nuovi. L’obiettivo di deficit al 2,4% del Pil per il triennio 2019-2021 è stato comunque una scelta necessaria e coraggiosa, perché anche se non significativamente espansiva, tuttavia può risollevare l’economia reale, in particolare la domanda interna, secondo riconosciuti parametri keynesiani, e in contrasto con quelli del Fiscal Compact. Evita soprattutto il tradimento delle promesse elettorali del voto del 4 Marzo, affidando speranze e risposte alla prepotente domanda di riscossa sociale delle periferie e delle classi medie, proponendo un possibile riscatto alla demolizione dei diritti sociali imposta dalle deliranti politiche eurocratiche degli ultimi anni. L’obiettivo scritto nella “Nota di Aggiornamento al Def” non dovrebbe essere rischioso per la stabilizzazione del debito pubblico, perché la crescita dovrebbe essere assicurata, favorita dall’aumento della massa monetaria in circolazione, grazie alla quale il debito pubblico si trasforma quotidianamente in ricchezza privata… e il debito lo si ripaga solo attraverso una crescita economica progressiva. La reazione della BCE e il comportamento dei principali acquirenti dei nostri Titoli di Stato sono ancora tutti da prevedere. Ma l’UE non può fare a meno dell’Italia. I governi di Stati Uniti, Russia e Cina visitati di recente dai nostri Ministri economici e dal Presidente del Consiglio, per i loro interessi geo-politici nel vecchio continente, azioneranno le leve dei loro potenti fondi più o meno sovrani? Si apre un dibattito inedito, ma finalmente, ritorna il primato della politica sull’economia, condizione necessaria, per affermare il primato della sovranità costituzionale. Insomma sembra sia passato un secolo dalla notte del 27 maggio, quando Sergio Mattarella aveva appena rispedito al mittente la squadra dei ministri proposta da Lega e M5S. Mattarella faceva resistenza e tentava di mettere in pista un nuovo governo Cottarelli, che non sarebbe stato votato da nessuno, tranne forse che dal Südtiroler Volkspartei, poi le cose si ricomposero con un compromesso (forse anche con una spintarella trumpista), con la nomina di Giovanni Tria al MEF, al posto di Paolo Savona. Un nome di tutta tranquillità, un professore che doveva garantire il Colle, che doveva frenare le turbolenze del governo, ma che sembrò accettabile dalla maggioranza giallo-verde. Alla fine il ministro Tria, che ha passato mesi a garantire il rispetto dei vincoli, ha dovuto cedere ed è stato costretto ad accettare il deficit al 2,4%. Orrore orrore! Ma di che cosa parliamo? Se sotto i governi liberisti abbiamo avuto i seguenti rapporti Deficit/Pil: 2011 al 3,5%, 2012 al 3,0%, 2013 al 2,9%, 2014 al 3,0%, 2015 al 2,6%, 2016 al 2,5%, 2017 al 2,3% … e comunque il debito pubblico è progressivamente aumentato. Oggi però tutti a stracciarsi le vesti e a gridare al rischio bancarotta per un 2.4%. Il percorso della manovra è solo all’inizio, e magari il 2,4% sarà sfondato, però finalmente una manovra che ridistribuisce reddito tra i cittadini bisognosi e rifiuta di fare il bankomat delle banche (85 miliardi negli ultimi 6 anni). In queste prime ore di schizofrenia politico mediatica, dove i media massacrano il governo, che invece continua a mantenere un alto consenso popolare, c’è almeno un aspetto inequivocabile: la sfida all’UE è solo all’inizio, vedremo quale sarà il limite del coraggio. Per il momento se Bruxelles boccia in tronco la manovra regala consenso ai populisti, se la approva sconfessa i vincoli di bilancio. In ogni caso le vie verso la dissoluzione sono molteplici e le prossime europee potrebbero cambiare tutti gli equilibri del vecchio continente. Per la prima volta sono giunti al potere partiti anti-europeisti: non tanto per principio, quanto per la miseria che è diventata questa Europa, che va sempre peggio, nella quale l’Indice di Gini (la disuguaglianza sociale) è sempre in aumento, nella quale in ogni Paese s’avvertono solo “necessità di tagliare”. Via welfare, via scuole, via ospedali. Il guaio DEF è capitato in un grande Paese: l’Italia. Al punto che, se si dovesse giungere ad uno scontro veramente duro, quel Paese potrebbe sottoporre ai suoi elettori un referendum consultivo (come per il referendum consultivo per l’adesione, nel 1989) e decidere, vista l’impossibilità di rimanere insieme, d’andarsene. E sarebbe la fine dell’Unione Europea. Alcuni burocrati Europei l’hanno capito (Moscovici, ad esempio, più “morbido”) mentre Juncker – che non è un gran politico, la sua formazione è prevalentemente economica – sembra non volerlo capire. Alle prossime elezioni europee lo capirà: coraggio, Juncker, non è mai troppo tardi!

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