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Direttore: Vincenzo Di Guida

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19 agosto 2018

Una nave dimenticata


Il 15 aprile del 1912 recuperò dal mare 705 persone, dopo il naufragio più famoso della storia, quello del “Titanic”. Ma poco più di sei anni dopo, il 17 luglio del 1918, quasi alla fine della Prima Guerra Mondiale, proprio un secolo fa, raggiunse anche lei il fondo dell’Oceano Atlantico, dopo essere stata silurata da un sommergibile tedesco.
E’ la storia del trasatlantico “Carpathia”, la nave che arrivò per prima alle cooordinate di 41° 43′ 55” latitudine Nord e 49° 56′ 45” longitudine Ovest, dove il “Titanic” aveva terminato, contro il ghiaccio, la sua navigazione. Arrivò alle 4 del mattino, un’ora e mezzo troppo tardi: oltre 1.500 persone erano già morte, affogate o assiderate nelle gelide acque.
Chi ha visto il film “Titanic” di James Cameron, se lo ricorderà sicuramente. Rose Carton DeWitt Bukater (Kate Winslet), la ragazza “upper class”, insofferente dei gioghi sociali e familiari e sopravvissuta, a stento, all’abbraccio mortale del mare, grazie al sacrificio di Jack Dawson (Leonardo di Caprio), si risveglia dopo essere stata ripescata. Intorno a lei, altri scampati al disastro dell’”inaffondabile” transatlantico, di proprietà della Compagnia Marittima “White Star Line”, vengono assistiti e rifocillati sul ponte di una nave. Su una paratia compare il suo nome, “Carpathia”, appunto. Molto meno famosa del “Titanic”, anche lei fu protagonista di una bella storia.
Varata nel 1902, apparteneva alla “Cunard Line”, una compagnia di navigazione britannica, rivale della “White Star”. Siamo agli inizi del XX Secolo, quando le società armatrici di tutti i grandi Paesi si davano battaglia, per conquistare passeggeri e merci, sulle principali rotte commerciali, prima fra tutte quella transatlantica. Più o meno, tutti sanno che la tragedia del “Titanic” fu provocata dalla follia, da parte del Capitano Eduard Smith, di spingersi, a tutta velocità, su un percorso che si sapeva infestato dagli iceberg, per conquistare il famoso “Nastro Azzurro”, per la traversata più veloce. Vincere il nastro, del resto, non era vanagloria, bensì il guadagno di tantissimo denaro. Inoltre, chi se ne fregiava, poteva contare su un formidabile ritorno pubblicitario. Sempre in quegli anni, il mondo della navigazione era entrato in uno spietato gioco di acquisti, vendite e fusioni, non dissimile da quello che coinvolge, ai nostri giorni, il settore delle compagnie aeree.
E questo gioco spietato resse i fili della vicenda. La Cunard, a rischio scalata della “International Mercantile Marine”  e, quindi, bisognosa di risorse finanziarie, decise che era meglio lasciar perdere i grandi transatlantici e puntare su navi più piccole, meno costose e più rapide da costruire. Il Carpathia (13.555 tonnellate di stazza lorda e 165 metri di lunghezza, contro le 46.328 tonellate ed i 269,9 metri del Titanic) e le sue gemelle “Ivernia” e “Saxonia”, furono impiegate sulla rotta atlantica e destinate soprattutto al trasporto degli emigranti che, all’epoca, non era illegale ed assai redditizio. Ciò consentiva di montare motori meno potenti e quindi di risparmiare carburante, poiché a quei passeggeri non era necessario “offrire” viaggi brevi. Poteva ospitare 2.450 persone, di cui solo 250 erano viaggiatori di prima e seconda classe. Gli altri erano relegati nei ponti inferiori. Un particolare abbastanza curioso: il “Carpathia” era uno delle pochissime imbarcazioni, che offriva anche il vitto, oltre all’alloggio, in un’epoca in cui la maggior parte dei passaggi marittimi prevedeva che i naviganti si portassero il cibo da casa.
Nel 1904 la nave era stata spostata su una rotta atlantico-mediterranea, generalmente utilizzata nella bella stagione. Al momento del disastro del “Titanic”, il “Carpathia” era in rotta da New York  al porto austriaco di Fiume (oggi Rijeka, in Croazia). Era partita dagli Stati Uniti l’11 aprile. Il suo marconista, Harold Cottam, finito il turno, si era messo a vagare per l’etere e aveva captato messaggi privati provenienti da Cape Cod, sulla costa orientale degli USA, destinati al “Titanic”. Volendo rendersi utile, a mezzanotte e 11 minuti si era messo in contatto con la sala radio di quest’ultima per avvisarla. E aveva sentito gli SOS del transatlatico che stava colando a picco. Di corsa era salito in plancia comando, per avvisare gli ufficiali. Il comandante, Arthur Henry Rostron, non perse tempo: fece rotta a tutta velocità (ma la velocità, come già detto, non era il suo forte) verso il “Titanic”. Disinserì, addirittura, l’impianto di riscaldamento, per ottenere un’oncia di vapore in più. Fece preparare cibi e bevande calde per i naufraghi, allestì le sale di rappresentanza come dormitori, avvisò l’infermeria di essere pronta a curare eventuali feriti ed organizzò contenitori pieni d’olio, da versare nelle toilettes, che scaricavano in mare, per calmare le acque attorno alla nave ed avere meno difficoltà nel recupero dei naufraghi. Quando ricevette il messaggio dal “Titanic”, il “Carpathia” era a 107 chilometri di distanza. Con la sua massima velocità possibile, non ci avrebbe impiegato meno di tre ore e mezzo di navigazione. Troppe, anche perché alle 02,45 la nave arrivò nella zona degli iceberg e dovette giocare a rimpiattino con le montagne di ghiaccio. Il resto è storia.
Dopo il recupero dei naufraghi e il loro ritorno a New York, il Comandante del “Carpathia” fu premiato con varie medaglie ed onorificenze,  da parte dei sopravvissuti. Vi è una foto che lo ritrae insieme alla filantropa americana Margareth Brown, nell’atto di consegnargli una coppa. Anche lei si trovava sul “Titanic”; si salvò e, per questo motivo, fu soprannominata l’”Inaffondabile Molly Brown” (nel film di Cameron è l’attrice Kathy Bates).
Il transatlantico “Carpathia” arrivò al suo appuntamento con la morte, il 17 luglio del 1918, mentre navigava negli “Approdi sud-occidentali”, al largo della Cornovaglia. Faceva parte di un convoglio, uno dei tanti istituiti per contrastare gli attacchi dei sommergibili tedeschi, in rotta da Liverpool a Boston. Aveva già fatto molti viaggi, portando in Gran Bretagna soldati americani e canadesi. Quel giorno navigava quasi vuota di passeggeri. Erano solo 57, oltre a 166 uomini di equipaggio. Fu colpito in maniera irreparabile dai due siluri dell’U-55 ed immediatamente evacuato. Poi un terzo ordigno lo spezzò in due, dopo che le scialuppe si erano già allontanate. Furono salvate 218 persone su 223. Le uniche vittime furono i cinque addetti ai motori, rimasti intrappolati nelle sale macchina.

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