II G.M.: I paracadutisti nella campagna di Sicilia


I carri armati “Tiger”, il nuovo modello con il quale l’alto comando tedesco sperava di ristabilire, sul piano qualitativo, quella superiorità nel settore delle forze corazzate, persa sul piano quantitativo, risultarono particolarmente inadatti alle condizioni del terreno siciliano poiché, data la loro altezza e la spessa corazzatura, erano ingombranti e poco mobili. Erano, altresì, troppo grossi per le strade strette di quella regione montuosa, facilmente identificabili dalla rigorosa ricognizione aerea anglo-americana e vulnerabili anche all’attacco di un singolo uomo, posto al riparo di alberi, come l’ulivo, di cui l’isola era fittamente coperta. Fuori strada, non potevano procedere poiché queste piante erano coltivate su terrazze sostenute da muretti in pietra, ricavate dal terreno in pendio. Lungo le strade, sempre troppo strette, i Tiger non potevano sterzare. Se si fermavano, anche per una lieve avaria, l’unico modo per poterli spostare era di farli trainare da altri due mezzi dello stesso tipo e, quindi, il “trio” di Tiger costituiva un magnifico bersaglio per il fuoco nemico. Pur tuttavia, si resero assai preziosi per tutto il corso della lenta e ordinata ritirata, attraverso l’isola, quando furono impiegati come carri anticarro. A tale scopo venivano disposti, mimetizzati, ai lati delle rotabili sulle quali i carri armati delle forze alleate erano costretti a passare, formando delle vere e proprie trappole. Quanto più lenta divenne l’avanzata nemica, tanto più si dimostrarono efficaci. Erano di gran lunga meno vulnerabili dei cannoni anticarro tradizionali, data la pesante corazzatura; nello stesso tempo potevano spostarsi di posizione, evitando il tiro concentrato delle controffensive nemiche. Dal punto di vista del morale, costituivano un forte supporto di sicurezza per la fanteria, presa in parte dallo scoramento, facilitandone la difesa, con l’uso dei loro apparati ricetrasmittenti.
Questa organizzazione costituì una consistente azione ritardatrice, imponendo alle truppe del Generale Bernard Law Montgomery (1887-1976) un inaspettato scacco matto, nella fase iniziale dell’avanzata sulla costa orientale, nel tratto dove minore era la distanza dallo stretto di Messina. L’arresto del movimento fu imposto dall’improvviso intervento di rinforzi tedeschi aviotrasportati.
In soli tre giorni, le forze britanniche si erano insediate nell’angolo sudorientale dell’isola e l’avevano rastrellato. Montgomery decise di fare il tentativo di irrompere nella piana di Catania, dalla zona di Lentini ed ordinare un attacco in grande stile per la notte del 13 luglio 1943. Il problema fondamentale era la conquista del ponte di Primasole, sul fiume Simeto, a pochi chilometri da Catania. Per tale compito venne impiegata una brigata di paracadutisti. Soltanto la metà degli uomini prese terra nel punto giusto, ma bastò per impadronirsi del ponte intatto. Quando, il 10 luglio, gli alleati sbarcarono in Trinacria, anche i tedeschi pensarono di lanciare nell’isola un immediato contrattacco con forze aviotrasportate.
Il Generale della Luftwaffe, Kurt Student, Comandante dell’Armata Paracadutisti (Grande Unità da lui ideata e fortemente voluta), propose a Hitler di impiegare due intere divisioni. Ma il Führer respinse la proposta. Il Generale Alfred Jodl (1890-1946), Capo di Stato Maggiore della OKW (Oberkommando der Wehrmacht – Alto Comando delle Forze Armate Tedesche), in particolare, era contrario. Così Student si limitò a trasferire in aereo la 1^ Divisione Paracadutisti, dalla Francia meridionale in Italia, in parte a Roma, in parte a Napoli. La 2^ Divisione, la tenne con se a Nimes. Ma ben presto, anche la 1^ Divisione fu inviata in Sicilia, ove sarebbe stata impiegata come unità terrestre, per dare man forte alle scarse truppe tedesche presenti nell’isola, quando le forze italiane avrebbero cominciato a sgretolarsi in massa. La divisione venne trasferita in aereo, a scaglioni successivi, che furono lanciati dietro le proprie linee, nel settore orientale, a sud di Catania. In realtà il Generale Student avrebbe voluto, a quel punto, che i lanci avvenissero dietro le linee nemiche, ma ordini superiori disposero diversamente. Il primo contingente, prese terra quasi simultaneamente ai paracadutisti britannici, che scesero, invece, dietro le linee germaniche per prendere possesso del ponte sul Simeto. I parà tedeschi riuscirono ad avere la meglio e a strappare il ponte ai nemici. Questo avveniva il 14 luglio. Benchè gli inglesi, ricevuti i rinforzi, fossero nuovamente riusciti ad occupare il ponte dopo tre giorni di duri combattimenti, il tentativo che fecero subito dopo di riprendere l’avanzata verso nord, fu bloccato dalla resistenza sempre più energica delle Forze Speciali e di quelle Corazzate tedesche. Sfumò così la speranza di una rapida corsa sulla costa orientale dell’isola, fino a Messina, distante un centinaio di chilometri. Montgomery fu costretto a far deviare l’8^ Armata verso ovest, per operare un’avanzata meno diretta, alle spalle del massiccio montuoso dell’Etna, coordinata con la marcia delle colonne americane, da Palermo in direzione est. Questa lenta e difficile avanzata su terreno impervio, contrastata da tattiche ritardatrici, durò un mese intero. I tedeschi riuscirono non solo a guadagnare tempo ma anche a riportare le loro truppe, nella penisola, sane e salve e “buone per un’altra battaglia”.
Con gran sollievo del Generale Albert Kesselring (1885-1960), Comandante del Gruppo Armate Sud, l’alto comando alleato non aveva tentato uno sbarco in Calabria, alle spalle delle forze tedesche che combattevano in Sicilia, per bloccarne la ritirata attraverso lo stretto. Per tutto il tempo della campagna siciliana, Kesselring aveva ansiosamente previsto un colpo del genere, senza avere le forze per contrastarlo. A suo parere “un attacco secondario alla Calabria avrebbe trasformato gli sbarchi, in una schiacciante vittoria alleata”. Sino alla conclusione della campagna di Sicilia e all’evacuazione delle quattro divisioni, impegnate nell’isola per la difesa di tutta l’Italia meridionale, Kesselring potè contare soltanto su due.
Contrariamente a quanto pensavano Hitler e l’OKW, continuò a credere che il Maresciallo Badoglio, nuovo Capo del Governo, dopo la destituzione di Mussolini, il 25 luglio, sarebbe rimasto fedele all’alleanza con la Germania. Deplorava “l’atteggiamento estremamente freddo del governo tedesco nei confronti di quello italiano, temendo che questo comportamento potesse spingere quest’ultimo a staccarsi e si preoccupava di evitare qualsiasi mossa che rischiasse un passo del genere. Ma come si sa, non fu così.
Questa, però, è un’altra storia, meritevole, comunque, di essere raccontata in un’altra occasione.