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Direttore: Vincenzo Di Guida

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20 Maggio 2019

Pettegolezzi sul Garda


Salò era un centro di inesauribili chiacchiere, che davano la misura della statura e dei gusti dei protagonisti. Mogli invidiose e affannate, che avevano seguito i loro mariti in fuga e che si annoiavano nelle lunghe ore trascorse nelle ville sul lago, a “farsi i conti” l’un l’altra e ad annotare avventure, promozioni e quattrini; gerarchi confinati in una snervante “ultima Tule” (luogo lontano, irraggiungibile, ai confini del mondo, come dire ultima spiaggia), da cui sognavano di evadere e nella quale affondavano sempre più, ogni giorno che passava; intrallazzi, delazioni e, soprattutto, servilismo verso i padroni tedeschi, per ingraziarseli; piccoli affari e piccoli commerci, per cogliere l’occasione di arricchirsi; sfiducia di tutti (tranne per pochi idealisti) sul domani che li attendeva, come superstiti di un naufragio; donne che arrivavano da chissà dove e andavano chissà dove, ma che intanto potevano rappresentare il diversivo del peccato; serate inerti, vuote e cupe, dietro le tende azzurrate dei caffè con biliardo; nessun contatto con la gente del posto, gare, a volte imbarazzanti, per avanzare nella stima o nella considerazione del “Capo”….ecco il quotidiano ruolino di marcia dei poveri fuggiaschi. Le voci correvano, per pigrizia e per il piacere di inventare qualcosa, che rompesse la monotonia dei giorni. Si alimentavano le curiosità da portineria, circolavano dovunque e diventavano fatti ripetuti, come fossero stati veri. Ognuno si concedeva quel bagno di noia, che solo la banalità clamorosa della maldicenza riusciva a ravvivare per un istante. La vita si trascinava in un ritmo di tango da balera. Salò era un’isola di pensionati involontari, guidati da una schiera di superiori che tremavano alla sola idea della propria moglie, piombata in casa dell’amante per svergognarla.
Questo lo spaccato di vita, il quadro della realtà; e poi la routine, la lunga routine che addormentava o irritava, a seconda dei casi; e nella quale, a Gargnano, vicinissima a Salò, il povero Benito Mussolini si immergeva, forse alla ricerca di una giustificazione alla propria sopravvivenza.
Giuseppe Tassinari, docente universitario e politico, racconta che il Duce si svegliava tutte le mattine alle nove e scendeva in giardino per poi salire subito sulla macchina che lo avrebbe portato in ufficio. Lì riceveva, per primi, Guido Buffarini Guidi e il Capo della Polizia. Poi il Segretario del Partito, Alessandro Pavolini, spesso il Comandante della Guardia Nazionale Repubblicana, Renato Ricci (questo prima che litigassero e lo cacciasse), il Ministro della Cultura Popolare, Ferdinando Mezzasoma ed il Sottosegretario agli Esteri, Serafino Mazzolini. Raramente vedeva il Comandante delle SS in Italia, l’apollineo Generale Karl Wolff, che era il vero “padrone” di tutto. Molto spesso incontrava l’Ambasciatore tedesco, Rudolf Rahn. Si rimetteva a lavorare verso le tre e mezza del pomeriggio, dopo una breve siesta; poi altre visite. Veniva Rodolfo Graziani, con uno sciarpone grigio-verde intorno al collo, i capelli bianchi spettinati, gigantesco ed un cagnolino tra le braccia; dimenticava regolarmente gli occhiali e qualcuno doveva rincorrerlo per ridarglieli. Rahn ascoltava, senza battere ciglio, le intemerate di Mussolini, che protestava per il trattamento riservato all’Italia dall’”alleato”. Venivano tipi bizzarri, come il giornalista, ex socialista ed ex antifascista Carlo Silvestri, che si era messo in testa di riportare alle origini l’estrema incarnazione del fascismo repubblicano e, generosamente, chiedeva la grazia per vecchi compagni o avversari incarcerati (e sempre la otteneva). Venivano, di rado, i Generali Albert Kesserling e Erwin Rommel, che preferivano tenersi lontani da Salò. C’erano poi dei tedeschi incaricati di mettersi agli ordini di Mussolini, ma in pratica dovevano controllare che viaggiasse sui binari giusti: il Colonnello Ernst Jandl (che dopo la guerra troverà un’ottima sistemazione in Italia, alla Pirelli), il Tenente Hans Heinrich Dieckerhoff, giovane scapestrato e pazzarellone (il cui compito consisteva nel divertire gli imberbi “Avanguardisti”) ed il Colonnello Friedrich Prinzing, che si occupava di un non meglio precisato “collegamento culturale”. L’Addetto Stampa dell’Ambasciata tedesca, Hans Mollier, la cui moglie era giornalista e fece al Duce l’ultima intervista della sua stagione di Salò, abitava in una villa poco lontana. Il Capitano Helmut Hopp, dello Stato Maggiore, collaborava con Jandl, per riferire a Berlino sull’andamento della piccola capitale e spiegava ogni giorno a Mussolini il corso delle operazioni. Il Barone von Rieckert, primo consigliere di ambasciata, veniva al posto di Rahn quando l’ambasciatore era “impegnato”. Il Console Generale Friedrich Moellhausen, era il diplomatico numero uno. Poi c’era il Dottor Georg Zachariae, che il Führer aveva mandato, perchè riuscisse dove avevano fallito i medici italiani, da Aldo Castellani a Cesare Frugoni. Zachariae era un aiuto del famigerato Professor Theodor Morell, che curava Hitler con l’ipnosi e le pillole più strane. Bortolo Giovanni Dolfin, Capo della Segreteria Particolare del Duce, nel libro “Con Mussolini nella tragedia”, scrisse di lui: “ E’ la classica figura dello studioso tedesco. Corretto, compito, metodico in tutto. E’ di un’estrema puntualità nello “scocciare” Mussolini. Ogni mattina, alla stessa ora, né un minuto prima, né un minuto dopo, accompagnato da un uomo alto e biondiccio, il signor Horn, il massaggiatore, attende che il Duce si alzi per visitarlo. Gli pratica una serie di iniezioni e gli ricorda, con la scrupolosità di un militare tedesco in servizio, la tabella dietetica che gli ha prescritto. Il massaggiatore, che dorme in villa, fa la spola con Berlino. Per noi è della Gestapo. Per quanto il Duce abbia per Zachariae molta simpatia e lo stimi un uomo assai intelligente, quando lo vede arrivare, sbuffa da solo ed esclama “eccolo qua!”. Si cura, con la rassegnazione di chi compie un lavoro non gradito”.
A complicare la salute di Mussolini, vi fu il rumoroso scatenarsi della battaglia per il genero, Galeazzo Ciano, marito della figlia Edda. Tranne lui, che segretamente voleva salvarlo, non c’era nessuno a difenderlo. La sua maggior nemica era proprio Donna Rachele e il Colonnello delle SS, Eugen Dollmann, punto di riferimento per i rapporti tra i tedeschi in Roma e i dirigenti fascisti, assicurò che l’odio della suocera era senza remissione. La “pattuglia” di coloro che volevano la testa di Galeazzo era capeggioata da Pavolini che, in realtà, doveva tutta la sua carriera proprio all’ex Ministro degli Esteri. Con lui, irremovibili i suoi gregari Puccio Pucci e Olo Nunzi, mentre il Duce appariva restio alla condanna. Diceva: “Ciano è giudicato dagli italiani molto severamente. Egli non è né migliore, né peggiore degli altri. Tutti gli odi si appuntano su di lui per colpire me! E’ un vecchio gioco che si compie da anni. Chi ha macchinato tutto è stato Grandi, in accordo con Bottai, Federzoni e De Marsico”.
C’era anche chi non aveva dimenticato Galeazzo e meditava un’azione di commando per strapparlo alla sua sorte. Erano l’ex federale di Milano, Mario Giampaoli, coinvolto, in passato, nelle peripezie finanziarie di Arnaldo Mussolini (fratello minore di Benito) e Roberto Farinacci, già Segretario del Partito Nazionale Fascista. Volevano organizzare un manipolo di fidi squadristi e liberare il prigioniero. Ma Giampaoli era malato e morì poco dopo a Como. Il progetto finì lì.
Jandl notò ogni cosa e trasmise tutto a Berlino. Sulla salute di Mussolini telegrafò: “Si ammette generalmente che il suo stato di salute sia molto migliorato, rispetto a prima del 25 luglio; io posso solo dire che ora mi dà un’ottima impressione e spesso appare molto lucido; sembra che negli ultimi tempi non abbia sofferto di nulla. La sua andatura, il suo portamento, i gesti e le parole non sono affatto quelli di un uomo finito, anzi sono vigorosi e più o meno vivaci, a seconda di come si sente di giorno in giorno”.
Era come dire: sta meno peggio di quanto immaginate, qualche volta è perfino normale. Quello “spesso appare molto lucido” è una vera gemma di “sana” ipocrisia!

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