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Direttore: Vincenzo Di Guida

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20 Maggio 2019

Il tema della globalizzazione nella scuola italiana


Sfoglia di qua sfoglia di la che l’occhio sempre qualcosa coglie. Tempo fa un caro amico lamentava il fatto che il figlio liceale dovesse imparare nozioni storiche del tutto strampalate, lavorando nel campo dell’istruzione confesso che non mi sono mai preoccupato di sfogliare un libro adottato dal sistema scolastico nostrano, inoltre essendo le mie figlie ancora al 1° ciclo d istruzione di amenità ne leggo poche, senza dilungarmi troppo arrivo al punto della situazione: il passaggio è tratto da Leonardo, sussidiario di educazione tecnica per la prima media inferiore, libro scritto a quattro mani da Cesare Benedetti e Corinna Romiti ed edito da DeA scuola, il ramo educazione della casa editrice De Agostini. Così leggiamo a proposito della probabilmente più esecrabile pratica della globalizzazione: “Essa è un vantaggio per l’azienda, che in questo modo riduce il costo della risorsa lavoro e può quindi offrire il suo prodotto ad un prezzo più basso, risultando più competitiva”. Tutto qui. Non una parola sulle decine di migliaia di posti di lavoro persi nel corso degli anni a seguito del trasferimento di produzioni dall’altro capo del mondo, (Laura Boldrini ex presidentessa della camera loda l’internazionalizzazione delle imprese, dicendosi però preoccupata per la delocalizzazione (?)). La delocalizzazione è il punto massimo delle teorie neo liberiste ed è da questo spunto che oggi voglio discutere con voi di liberismo. Senza dubbio il padre della scuola liberista (o classica), conosciuta anche come scuola del liberalismo economico, fu Adam Smith che visse nell’Inghilterra del XVIII sec. Cardine della sua teoria è l’assoluta convinzione che l’operare del singolo, alla ricerca del proprio esclusivo interesse e benessere economico, determini un miglioramento delle condizioni dell’intera collettività. Egli chiama tale meccanismo equilibratore “mano invisibile”.
Affinché lo stesso meccanismo possa esplicare al meglio le proprie potenzialità, è necessario che lo Stato si limiti ad assicurare l’ordine interno, la difesa dei confini nazionali da eventuali attacchi esterni, la giustizia, ecc. Punto e basta. Uno Stato, quindi, che non può e non deve intervenire ed interferire nelle faccende economiche. Ma ciò che emerge a chiare lettere dall’interpretazione smithiana è l’acritica fiducia nel ruolo del mercato che sarebbe in grado, da solo, di ripristinare in ogni momento l’equilibrio tra domanda ed offerta. Ciò appare in modo ineluttabile dalla “legge degli sbocchi” di J. B. Say secondo cui un bene, per il sol fatto di esser stato prodotto, genererebbe una domanda di importo equivalente. Appare quindi il momento di operare alcune considerazioni. Anzitutto la validità della”mano invisibile” sembra posare su pilastri d’argilla poiché è tutto da dimostrare che, nel tentativo di perseguire un beneficio personale, l’individuo possa sic et simpliciter aumentare il benessere della collettività. Al contrario, in tal guisa si favorirebbero comportamenti egoistici ed utilitaristici della società che risulterebbe non più guidata da uno spirito di effettiva solidarietà tra gli individui e/o le categorie.Per quanto attiene al ruolo che il mercato debba svolgere, occorre sgombrare il campo da ogni eventuale fraintendimento e sottolineare che esso rappresenta un indispensabile strumento per premiare il rischio d’impresa, l’innovazione, l’abilità, ecc. Ma il mercato, nella visione di Smith e degli ultra-liberisti, appare come un’arena in cui prevale una sola legge: l’assenza di leggi! Chi vince è il più ricco, il più spregiudicato, chi si fa meno scrupoli e coloro che soccombono debbono essere rimossi poiché rappresentano un intralcio per il successivo arricchimento. Al di là di ogni considerazione di tipo morale, vi è da ricordare che il crollo della Borsa di Wall Street nel ‘29 contribuì a mettere a nudo l’intrinseca vulnerabilità della teoria liberista ed a riassegnare il giusto ruolo allo Stato nelle vicende economiche con l’affacciarsi della Teoria Generale di Keynes.Ciò che appare in netto contrasto con un sentimento comune di “giustizia sociale” è la determinazione del prezzo di tutti i fattori della produzione (terra, capitale, lavoro) in base all’incontro della curva di domanda e di offerta. In tale concezione il lavoro, e dunque l’uomo, viene trattato alla stessa stregua di una qualsivoglia merce o materia prima, per cui il salario sarà da fissarsi in corrispondenza di quel valore che assicuri “il livello minimo di sussistenza” intendendosi per tale quello che garantisca al lavoratore nulla più che l’acquisizione dei mezzi necessari per mantenersi in vita ed essere reinserito in un nuovo processo produttivo.Tradotto in termini più elementari i liberisti affermano che al lavoratore occorre somministrare, come stipendio, quello che gli permetta di comprarsi un pezzo di pane per non essere “colpito da debolezza improvvisa”, perché altrimenti non può più reggersi in piedi per lavorare!Come fare per mantenere il più possibile stabile nel tempo tale livello? La risposta ce la fornisce Malthus altro bell’esempio di liberista! per il quale bisognerebbe fare in modo che il tasso di crescita della popolazione non superi quello di produzione di beni. Per far ciò occorrerebbe aumentare il degrado morale e materiale degli strati più poveri della popolazione ed in quest’ottica le carestie e le guerre sarebbero un ottimo toccasana. Malthus ebbe tredici figli…Mutatis mutandis, trasliamo questi principi ai giorni nostri: quando si suggerisce ancor più di liberalizzare il mercato del lavoro, significa forse voler pagare uno stipendio da fame a fronte di un orario di lavoro che ricorda alcune pratiche schiaviste di sfruttamento dell’uomo sull’uomo?Quando dal covo di usurai e di plutocrati di Bruxelles o dal Fondo Monetario Internazionale (pardon, Fondo Usuraio Internazionale), si suggerisce (per tenere calmi i mercati) di varare riforme strutturali (cioè permanenti) in tema pensionistico-previdenziale, ci vogliono forse dire che l’assistenza agli anziani ed alle fasce più deboli della popolazione è un “lusso” che il sistema liberista non può permettersi?Ci stiamo forse incamminando verso un modello di “involuzione” socio-economico di tipo amerikano tanto caro a certe lobby di circoncisi in cui un individuo assume un valore solo se produce, distribuisce e consuma?Non dimentichiamoci che le ricette pseudo-miracolistiche di stampo liberista applicate (ma, sarebbe meglio dire: imposte dal Fondo Monetario Internazionale) all’America Latina, ai Paesi dell’Europa dell’Est, all’Africa sub-sahariana, hanno comportato l’acquisto a prezzi stracciati di minerali preziosi da parte delle multinazionali, il crollo della produzione nazionale, l’aumento vertiginoso della disoccupazione e l’abolizione di ogni garanzia sociale per i più deboli, come i bambini.Le politiche di matrice liberista non esitano un solo istante a deturpare interi paesaggi o distruggere foreste per sfruttare giacimenti minerari, costruire ville di lusso o far passare un’autostrada. Il tutto in nome del dio-denaro e del profitto fine a se stesso.La liberalizzazione e la “sacralizzazione” del liberismo stanno comportando la possibilità di poter spostare in tempo reale flussi immensi di denaro da un’area all’altra del mondo semplicemente pigiando dei tasti, impoverendo e gettando sul lastrico interi popoli ed arricchendo uomini (?) senza scrupoli, come lo speculatore George Soros.L’acritica fiducia in mercati scevri da qualsiasi controllo statale, a questo punto, non dovrebbe far inorridire certi “borghesucci perbenisti” di fronte all’esistenza di un mercato della droga o del porno.Per quale motivo scandalizzarsi se esiste una domanda di tali beni proveniente dal mercato? D’altronde, il perseguimento del benessere del singolo non comporta automaticamente il benessere della società? L’ha detto Smith, c’è da fidarsi. Allora forza liberisti filmate le vostre mogli e le vostre figlie in atteggiamenti equivoci e rivendete le immagini sul mercato; producete e spacciate droga, non importa se leggera o pesante, tanto il mercato “tira”. Il vostro personale arricchimento si trasformerà in sollievo per tutti noi e darete un duro colpo alla disoccupazione.

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