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Direttore: Vincenzo Di Guida

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20 Maggio 2019

Espressioni comuni coniate dalla storia


“From Stettin in the Baltic to Trieste in the Adriatic, an iron curtain has descended across the continent”. “Una cortina di ferro è scesa attraverso il continente (europeo)”.
Con queste parole, pronunciate da Winston Churchill in una conferenza tenuta al Westminster College di Fulton, in Missouri, il 5 marzo del 1946, uno dei vincitori della Seconda Guerra mondiale parlò per la prima volta di quel clima di “gelida ostilità” che, al termine del conflitto, era sceso a separare il “mondo libero”, l’America e i suoi alleati, presenti e futuri, dall’Impero del male (come fu definito in seguito da Ronald Reagan il blocco comunista guidato da Mosca), composto dall’Unione Sovietica e dai Paesi dell’Europa orientale, liberati dall’Armata Rossa. L’ex Primo Ministro inglese, in visita negli Stati Uniti, dopo essere stato sconfitto alle elezioni politiche in Gran Bretagna, pronunciò il discorso che ancora oggi è considerato, da alcuni storici, come l’inizio della “Guerra Fredda”.
Questa espressione, coniata nel 1947 da uno dei più importanti giornalisti politici americani, Walter Lippmann, stava ad indicare lo stato di tensione  nelle relazioni internazionali, tra due blocchi, per la conquista del potere geopolitico tradizionale, con ideologie contrapposte e inconciliabili ed una tensione talmente forte e grave da assomigliare ad una guerra, senza tuttavia esserlo, ma con il pericolo di scatenarla.
In verità, nel suo trattato dal titolo  “Le risorse della pace”,  Churchill esponeva, con convinzione, il proprio pensiero sulla possibilità di una salda intesa fra le potenze alleate che avevano sconfitto il nazismo. “Non credo che la Russia sovietica voglia la guerra. Ciò che essa vuole sono i frutti della guerra e l’espansione illimitata del suo potere e delle sue dottrine”. Ed aggiunse: ”In tutto il mondo i Partiti Comunisti costituiscono un pericolo e una sfida crescenti per la civiltà cristiana. A questa espansione, le democrazie dovevano reagire mostrando unite le loro forze, perché gli amici russi nulla ammirano quanto la forza, mentre quel che rispettano meno è la debolezza, specialmente la debolezza militare. Se le democrazie si dividono o vengono meno al loro dovere, allora la catastrofe può davvero travolgerci tutti”.
Il patto globale non fu mai raggiunto, nemmeno in seguito. A Churchill, l’allora Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Josif Stalin, rispose: “Le nazioni che non parlano la lingua inglese non vogliono una nuova schiavitù”, sottintendendo che non ci sarebbe stato posto per un nuovo Impero britannico o, nella nuova situazione, anglo-americano, rivendicando per se stesso e per l’URSS un ruolo storico di alternativa al potere occidentale. La “cortina di ferro” cadde dopo quasi cinquanta anni di Guerra Fredda, con il crollo della Russia sovietica.
“La Guerra Fredda si sviluppò come conseguenza dell’esistenza di due progetti mondiali ideologicamente contrastanti, che i due schieramenti si adoperarono per diffondere, politicamente, economicamente e infine anche militarmente. La particolare asprezza assunta in Europa da questo scontro trova la sua giustificazione nel fatto che, se è vero che il potenziale tedesco venne controllato in entrambi i campi, è anche vero che quello tedesco-occidentale, ben più rilevante, non solo venne consolidato, ma venne anche mobilitato contro L’Unione Sovietica. Anche la Guerra Fredda, quindi, fu una conseguenza della lotta di conquista scatenata dalla Germania nazista” (“Dalla Guerra Mondiale alla Guerra Fredda”, di Jost Duffler, Yalta 4 febbraio 1945).
Ma fu il discorso di Fulton che rese popolare la frase e la fece conoscere al pubblico (tanto che venne anche ideata la variante “cortina di bambù”, con riferimento alla Cina comunista), anche se l’espressione “cortina di ferro” era già stata usata, dallo stesso Churchill in un telegramma al Presidente americano Harry Truman, l’11 maggio 1945, nel pieno della crisi di Trieste. “Una cortina di ferro è calata sul loro fronte [dei russi]. Non sappiamo che cosa stia succedendo dietro di essa. Non c’è dubbio che l’intera regione, ad est della linea Lubecca – Trieste – Corfù, sarà presto completamente nelle loro mani. A ciò inoltre bisogna aggiungere l’enorme area tra Eisenach e l’Elba, che gli americani hanno conquistato e che presumo i russi occuperanno fra poche settimane, quando gli americani si ritireranno”.
Il Ministro della Propaganda Nazista, Joseph Goebbels, l’aveva però utilizzata, il 26 febbraio del 1945, sulla rivista “Das Reich”, sostenendo che, “se il popolo tedesco depone le armi, i sovietici, in base agli accordi presi da Roosevelt, Churchill e Stalin, occuperanno tutta l’Europa orientale e sud-orientale, assieme a gran parte del Reich. Una “cortina di ferro” scenderà su questo enorme territorio controllato dell’Unione Sovietica, dietro la quale inizierebbe un massacro di massa, col prevedibile plauso della stampa ebraica di Londra e New York”.
Ma nemmeno lui ha la completa paternità di questo termine, ripreso sul fronte USA da Allen Dulles, agente segreto statunitense (Direttore della  CIA dal 1953 al 1961 e membro della commissione Warren), in un discorso del 3 dicembre 1945, riferendosi solo alla Germania: “È difficile dire cosa stia accadendo ma, in generale,  i russi stanno agendo appena meglio degli assassini. Hanno spazzato via tutta la liquidità. Le tessere per il cibo non vengono rilasciate ai tedeschi, che sono costretti a viaggiare a piedi nella zona russa, spesso più morti che vivi. Una “cortina di ferro” è discesa sul destino di queste genti ed è molto probabile che le loro condizioni siano veramente terribili. Le promesse di Yalta vanno al contrario e, probabilmente, da otto a dieci milioni di persone stanno venendo ridotte in schiavitù”.
Ma qualche settimana prima di Goebbels, ad aver usato la stessa espressione sarebbe stato, sempre su “Das Reich”, cl Lissabon,  firmando un’analisi sulle conseguenze delle conferenze di Mosca (ottobre del 1944) e di Yalta (inizio di febbraio del 1945): “Una cortina di ferro” di fatti compiuti dai bolscevichi è scesa su tutta l’Europa sud-orientale, nonostante il pellegrinaggio di Churchill a Mosca, dinnanzi alla scelta di Roosevelt (…) essa discende inesorabile sull’Europa (…). Il Dipartimento di Stato e il Foreign Office fanno a gara per inventare un qualche marchingegno diplomatico, al fine di dare, nei loro Paesi, l’impressione che anche le potenze occidentali in qualche modo collaborino a manovrare “la cortina di ferro”, prima che dietro di essa scompaia tutta l’Europa”.
Ma chi c’era dietro la sigla “cl Lissabon”? Grazie alle ricerche di Georg Meyer, uno storico di questioni militari, sappiamo che si tratta del giornalista tedesco Max Walter Clauss, nato nel 1901 e morto nel 1988, che aveva studiato ad Heidelberg ed era stato discepolo di Alfred Weber e Robert Curtius.
Termini, in definitiva, quelli di “guerra fredda” e di “cortina di ferro”, che le generazioni post-belliche hanno ripetutamente udito e con cui hanno convissuto per molti anni, fino alla caduta del Muro di Berlino, senza ovviamente porsi mai, per mera curiosità, l’interrogativo sulla loro genesi storica.

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