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WeeklyMagazine

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Direttore: Vincenzo Di Guida

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25 maggio 2018

Attenti all’antirevisionismo! – p. 2 di 2


Vorrei segnalare ai nostri numerosi lettori la seconda e ultima parte di questo articolo scritto a quattro mani da Patriota nero e Vittorio Bobba, due dei più attivi ed acuti collaboratori di WeeklyMagazine, per la lucidità con la quale si traccia il filo conduttore della storia italiana così come raccontata negli ultimi settant’anni.
L’articolo, un po’ più lungo dei nostri standard, per ragioni editoriali è stato suddiviso in due puntate. Eccovi la seconda (la prima è stata pubblicata domenica scorsa).
Il Direttore.
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Crediamo si debba riflettere su una frase che Asor Rosa si è lasciato scappare in un articolo sul Manifesto: “Capisco sempre meno quel che accade nel nostro paese”. Una frase che è, al tempo stesso, vera e falsa.
È vera perché testimonia l’incapacità degli intellettuali di comprendere la realtà che hanno di fronte e le sue mutazioni. Non è cosa da poco, se si pensa che per tutti costoro vale il detto di Marx: “Non bisogna limitarsi a interpretare il mondo, bisogna cambiarlo” (perché il cambiamento porterà con sé, necessariamente, una nuova visione del mondo).
La frase di Asor Rosa, che è il classico intellettuale marxista, è quindi il segno di un’incapacità di agire, una sorta di paralisi, una mancanza di vie d’uscita che genera le reazioni a cui assistiamo: boicottaggi culturali, proclami dell’Anpi (ormai associazione di mummie, crediamo), sfilate antifasciste, etc…
È falsa, invece, perché l’antifascismo di ritorno è un fenomeno motivato dalla paura, ma da una paura che ha un fondamento nella realtà: l’egemonia (per usare un termine gramsciano) in questo paese è cambiata, non solo sotto il versante politico, ma anche culturale. È finita l’egemonia culturale che si riscontrava nel linguaggio e nel pensiero unico della sinistra comunista e postcomunista (e che abbracciava anche la sinistra cattolica, si pensi a Dossetti).
Da una parte i buoni, dall’altra i cattivi: così siamo stati abituati, per molti anni, a leggere la storia. Buoni erano, per esempio, tutti gli artefici del Risorgimento italiano: i Savoia, Cavour, Mazzini, Garibaldi; e cattivi erano Pio IX e i Borbone. Buono era il popolo italiano che aveva dovuto subire il fascismo, al quale si era poi ribellato con un movimento di massa chiamato Resistenza. Cattivi erano tutti i totalitarismi di destra, mentre quelli di sinistra erano buoni, se non nella realizzazione perlomeno nelle intenzioni. Una storia dogmatica, indiscussa e indiscutibile. Poi è arrivato Renzo De Felice, che già nei lontani anni Settanta ricordò il consenso popolare di cui il fascismo a un certo punto godette. Libri duramente e chiaramente antifascisti, quelli di De Felice; chi li ha letti lo sa. Eppure De Felice, solo per avere rotto lo schema fissato dalla storiografia dominante dopo il ’45, è stato considerato un parafascista. Ricordiamo che già ai tempi del liceo i professori di sinistra tacciavano De Felice di revisionismo e ne parlavano come di una specie di bandito a cui qualche malsano editore aveva dato spazio e carta. Da quelle polemiche molto tempo è passato e da allora altri schemi storiografici sono stati ridiscussi e molti altri studiosi hanno cercato di reinterpretare la nostra storia, soprattutto dal Risorgimento in poi. Ma spesso a questi studiosi è stata appiccicata un’etichetta squalificante: l’aggettivo “revisionista”, una sorta di marchio d’infamia affibbiato indistintamente sia agli storici seri che tentano di approfondire sia a chi molto sbrigativamente cerca di piegare la Storia al suo volere. Così siamo arrivati a una paradossale situazione: da un lato, il dibattito sulla storia è molto più vivace di vent’anni fa; dall`altro questo dibattito è viziato da una sorta di scomunica rivolta verso coloro che portano nuove interpretazioni del passato. E’ il revisionismo è oggi la malabestia, mentre l’antirevisionismo nascente sta cercando di prendere nuovamente la scena rimuovendo i brandelli di verità appena emersi prima che possano riunirsi e dare corpo ad una realtà più vera della precedente. Ciò che lo storico ha il dovere di combattere è proprio questo: il tentativo di rialzare la testa da parte di chi per decenni ha cercato di schiacciare la testa al nemico sconfitto non permettendogli di raccontare la sua parte della verità.
Il fenomeno dell’antirevisionismo, come abbiamo deciso di chiamarlo, ha purtroppo ricadute molto negative anche a livello sociale e culturale: molta gente, quando per la prima volta viene in contatto con il revisionismo, rimane sconcertata. Le spiegazioni sembrano avere una certa logica: “… ma come è possibile?”. Tutti crediamo alla storia così come ci viene insegnata, dalla Resistenza, al risorgimento, al nazismo, etc… Non è possibile che una cospirazione abbia potuto seppellire la verità per mezzo secolo. Per comprendere come tutto ciò sia potuto accadere, è sufficiente riflettere sull’ortodossia politica e intellettuale dell’Europa medievale, della Germania nazista, o dei paesi del blocco comunista. In ognuna di queste società la grande maggioranza degli intellettuali si sottomette al pensiero comune. Asserviti all’ideologia prevalente e al suo modo di vedere e interpretare la realtà, questi studiosi sentono che è loro diritto, e perfino loro dovere, proteggerne e tutelarne ogni minimo aspetto. E’ indirizzata a questo scopo l’oppressione cui sono sottoposti tutti coloro che a questa ideologia non sono e non vogliono allinearsi e tentano di veicolare pensieri ritenuti offensivi o pericolosi. In ognuna di queste società sono gli intellettuali a svolgere la funzione di controllo delle idee. Nella nostra società, all’interno del dibattito sul “politicamente corretto”, c’è qualcuno che volutamente tenta di banalizzare la questione, sostenendo che, in realtà, non ci siano problemi di libertà di pensiero e che il “politicamente corretto” si riduca a poche regole finalizzate alla tutela delle minoranze. In realtà esiste anche un aspetto più serio e più profondo: all’interno di qualsiasi Università esiste un ampio nucleo di idee e di punti di vista che è proibito discutere in pubblico. Perfino di fronte a fatti o realtà palesi, però politicamente sconvenienti, si sceglie di sopprimere e censurare. Per avere un’idea di come pensino e agiscano gli intellettuali organici all’ideologia dominante, basti osservare la loro reazione quando, ad esempio, un tabù viene rotto ed è concesso ai revisionisti uno spazio pubblico. Per prima cosa si dicono tremendamente offesi dal fatto che idee tanto oltraggiose e pericolose possano essere pubblicamente espresse. Rifiutano comunque di rispondere e di prendere parte alla discussione, perché ciò significherebbe dare una legittimazione ai revisionisti. Attaccano gli avversari attribuendo loro epiteti come “antisemita”, “razzista”, “neonazista”, “fascista”, additandoli come potenziali stragisti o massacratori di popoli. Accusano i revisionisti di mentire, ma non specificano su cosa, né concedono loro repliche o faccia a faccia. 
I sostenitori della “veridicità resistenziale” accusano i revisionisti di essere gente piena di rancore e di diffondere una dottrina dell’odio. I revisionisti, però, non sono seguaci di una dottrina o di un’ideologia, ma semplicemente degli studiosi. Se gli storici e gli altri intellettuali ortodossi cercano chi diffonde l’odio, diano prima un’occhiata a se stessi e alle proprie dottrine. Chiunque voglia invitare uno storico revisionista all’interno di un Ateneo è duramente attaccato e anche quando l’ospite riesce a prendere la parola, accade spesso che sia subito zittito e minacciato. Le biblioteche e le librerie subiscono intimidazioni di ogni tipo quando prendono in considerazione il materiale revisionista. Tutto questo continua sotto gli occhi della maggior parte dei Rettori e dei presidi di facoltà, che se ne stanno in silenzio lasciando che siano gli attivisti politici a decidere ciò che è bene leggere e ciò che non lo è. In secondo luogo, gli intellettuali ortodossi cercano di distruggere il revisionista eretico sia nella sua credibilità professionale, sia finanziariamente, avviando e coordinando varie azioni legali contro la sua persona. I tribunali sono talora usati per attaccare il revisionismo: si cerca di sostenere che la scuola revisionista sia stata dichiarata falsa durante un qualche dibattimento. In realtà le tesi revisioniste non sono mai state giudicate o valutate nel corso di un processo. Infine si cercherà in tutti i modi di “raddrizzare” quella fetta di media o di docenti che ha concesso spazi ai revisionisti. Può perfino essere un istruttivo esercizio intellettuale quello di riconoscere e di individuare gli argomenti, oltre al revisionismo storico, che potrebbero infastidire, generando le medesime reazioni. Di recente alcuni presidi e Rettori hanno stabilito che le amministrazioni degli Atenei dovrebbero porre in essere azioni concrete per sbarazzarsi di tutte quelle idee pericolose per lo stesso sistema universitario. Sicuramente con ciò si è scelto di assumere una posizione liberticida e di offrire un invito esplicito alla tirannide. Qualunque gruppo, munito di una robusta base militante, potrebbe, infatti, sgomberare il campo dalle idee scomode e imporre la propria ortodossia. E’ certamente molto più semplice, per presidi e Rettori, eliminare le voci scomode che tenere a bada gruppi di scalpitanti e di ringhiosi, ma è indiscutibilmente il loro dovere quello di far sì che le Università rimangano luoghi di libero scambio e di libera manifestazione del pensiero. Quando attraverso le idee si provocano dei danni è giusto colpire il responsabile del danno, non l’idea in se stessa.
Conclusioni:
L’influsso del revisionismo, che vede le sue origini risalire al 1977, con la pubblicazione del libro “La menzogna del XX secolo” di Arthur R. Butz, sta crescendo a vista d’occhio sia negli Stati Uniti, sia in Europa. Oggi il prof. Butz è ordinario di ingegneria elettrica e informatica alla Northwestern University di Evanston, Illinois.
Coloro che si avvicinano alla causa revisionista, compongono un ampio ventaglio di posizioni politiche e filosofiche. Di certo non sono né criminali, né bugiardi, né demoni come la lobby cerca di far credere. Non esistono demoni nel mondo reale. Anzi, le persone raggiungono i livelli più bassi proprio quando iniziano a vedere e demonizzare l’avversario come l’incarnazione del diavolo. La loro logica è destinata, com’è giusto, ad una triste fine.
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Patriota nero
Vittorio Bobba
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(NDR: La prima parte è stata pubblicata nell’edizione di WM di domenica scorsa)

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