Banche: ieri, oggi, domani


Le prime forme di attività bancaria risalgono alle antiche civiltà mediorientali e mediterranee. Già presso gli assiro-babilonesi e gli egiziani vi erano particolari luoghi, in genere templi, dove venivano ammassati i metalli preziosi allo scopo, non solo di custodia, ma anche di deposito per i pagamenti a distanza. Nelle città greche operavano banchieri privati i cosiddetti trapeziti che ricevevano moneta in deposito, effettuavano cambio di valute, pagamenti e riscossioni per conto terzi, concedevano prestiti su pegno e crediti di tipo ipotecario. In età ellenistica sorsero banche pubbliche con funzioni di tesoreria. Nel mondo romano i banchieri detti argentarii, nummullarii, collectarii oltre alle operazioni in uso presso i greci, effettuavano speculazioni su prodotti agricoli ed appalto di imposte.
Con l’affermazione della civiltà feudale e dell’economia curtense, l’attività creditizia assunse forme nuove. Dal secolo XIII, accanto ai cambiavalute, si diffusero in tutta Europa le figure del mercante banchiere e dell’orafo. Essi custodivano le monete affidate loro dai clienti, accertandone il titolo e il valore, ed effettuavano operazioni di prestito e pagamenti anche in località lontane tramite propri corrispondenti in loco. L’insicurezza delle strade e la grande confusione monetaria causata dall’esistenza di più monete di diverso titolo, insieme alle frequenti alterazioni del contenuto di metallo fino apportate dai principi e dai privati, accrebbero la rilevanza sociale dell’attività svolta dalle nascenti imprese creditizie. Fino all’avvento del fascismo, il sistema bancario italiano si caratterizzava per l’assenza di una specifica normativa di settore. L’attività creditizia era assimilata alle altre attività commerciali. Non c’era distinzione tra attività creditizie ed attività di emissione. Qualsiasi impresa bancaria, previa autorizzazione del governo, poteva emettere titoli al portatore pagabili agli sportelli. Una regolamentazione giuridica speciale era prevista soltanto per gli istituti di credito fondiario, gli istituti di credito agrario, gli istituti di credito per le imprese di pubblica utilità. Nel 1888 le casse di risparmio ottennero la qualifica di enti creditizi e furono staccate dalle Pubbliche Amministrazioni che le avevano costituite. Appena giunto al potere, il fascismo riorganizzò il sistema creditizio italiano secondo un profilo gerarchico che subordinava l’economia alla politica. La legge bancaria del 1926 razionalizzò i rapporti di vertice. La facoltà di emissione fu sottratta al Banco di Napoli ed al Banco di Sicilia e concentrata nella Banca d’Italia, che divenne così l’unico istituto di emissione dello Stato italiano. Il Ministro per le Finanze ed il Ministro per l’Economia Nazionale avevano il potere di concedere e ritirare l’autorizzazione per la costituzione di nuove banche, l’apertura di filiali e la fusione di banche già esistenti. La Banca d’Italia assunse il ruolo di banca centrale e le fu riconosciuta la natura di ente pubblico. Oltre a diventare l’unico istituto di emissione, svolgeva funzioni di vigilanza su tutte le banche: riceveva rapporti periodici ed aveva potere di ispezione. In seguito acquisì anche la vigilanza sui cambi.
Ricordiamo che il 2 giugno 1992 approdò a Civitavecchia il panfilo Britannia, affittato da una lobby angloamericana; a bordo era un forte gruppo (detti: gli invisibili) di alti finanzieri, di capitalisti e di maneggioni vari. Presero graziosamente posto anche Mario Draghi e Giulio Tremonti. Di cosa trattò questa bella gente? Nella trasmissione televisiva sopra indicata, si accusava la finanza mondiale di voler mettere le mani sui residui beni dell’Unione europea. Mi chiedo da cosa è rappresentato il debito pubblico di quasi 2 mila milioni? Esso è rappresentato dal rifinanziamento bancario. Questo debito non va pagato, perché illegale e iniquo. Soprattutto è stato frutto della più grande truffa mai prima messa in atto dal reddito da signoraggio. In altre parole le banche centrali si sono impossessate, truffaldinamente, di un reddito che appartiene ai cittadini. Ecco, allora, spiegato il perché dell’astronomico debito pubblico messo a nostro carico, ecco perché, nel lontano 1936 Benito Mussolini mise a punto la legge bancaria, legge che poneva lo Stato a controllo dell’arroganza delle banche.
A tutto questo marciume, c’è una soluzione?
La successiva legge bancaria del 1936 sottopose il sistema bancario italiano al potere di indirizzo e di controllo del governo, riducendo fortemente i margini di autonomia e indipendenza della stessa Banca d’Italia. Al vertice del sistema creditizio fu posto un Comitato di Ministri diretto dal presidente del Consiglio, cioè da Benito Mussolini, e composto dai Ministri di Finanza, Agricoltura, Economia Nazionale che poteva perseguire scopi di politica economica anche attraverso interventi selettivi sulle scelte delle imprese bancarie. La funzione di vigilanza fu sottratta alla Banca d’Italia ed attribuita ad un organo della Pubblica Amministrazione definito Ispettorato per la difesa del risparmio e l’esercizio del credito, che era presieduto dal Governatore della Banca d’Italia, ma svolgeva soltanto funzioni ausiliarie del comitato diretto dal Duce.
La normativa del 1936 confermò la distinzione, introdotta dalla precedente legge del 1926, tra istituti di credito che raccoglievano risparmio a medio e lungo termine ed aziende di credito che raccoglievano risparmio a breve termine. Il fine era di bandire dal sistema uno dei principali amplificatori della crisi del 1929, cioè la banca mista che utilizzava fondi raccolti a breve dai risparmiatori per finanziare a medio e lungo termine la costituzione e l’aumento del capitale fisso delle imprese e di affermare una rigida specializzazione dell’attività creditizia basata sulla indicazione formale della durata delle operazioni. Fu tuttavia accentuata l’impostazione pluralista del sistema, conservando una disciplina speciale per alcune categorie di banche: istituti di credito di diritto pubblico, banche di interesse nazionale, casse di risparmio, monti di credito su pegno, banche popolari, casse rurali e artigiane.
La classe politica del dopoguerra ha dapprima snaturato e poi cancellato la riforma bancaria fascista. Per finanziare la ricostruzione postbellica, le aziende di credito che avrebbero dovuto esercitare solo il credito a breve termine finirono con l’esercitare anche il credito a medio e lungo termine attraverso sezioni speciali, dotate di autonomia organizzativa, o istituti giuridicamente autonomi ed appositamente costituiti, verso cui le banche fungevano da agenzie per la raccolta dei fondi da essi amministrati. Di fatto rinasceva la banca mista. Le sue appendici, oltre che a finanziare lo sviluppo ciò almeno in teoria servivano a dare posti di lavoro alle clientele partitiche. La dottrina si adeguò alla nuova logica clientelare. Fu abbandonata la distinzione basata sulla durata delle operazioni, che distingueva le imprese bancarie in aziende o istituti, e fu accolta la distinzione basata sulla natura del credito, che definiva ordinario quello a breve termine e speciale quello a medio e lungo termine.
Fino al Testo Unico del 1993, che ha epurato il sistema bancario italiano da ogni residuo della legislazione fascista. Hanno prevalso la specializzazione ed il pluralismo dei soggetti, con normative differenziate in base al tipo di banca.
Con la progressiva attenuazione della specializzazione funzionale e l’allargamento della gamma di servizi offerti, la banca ha finito per configurarsi come un department store of finance, una sorta di grande magazzino dove si vende moneta quindi sia denaro che capitale in tutte le forme possibili: prodotti creditizi, finanziari, assicurativi. A livello mondiale è in atto un processo di concentrazione delle aziende di credito, attraverso fusioni ed incorporazioni, ciò al fine di conseguire economie di scala non diversamente da quanto avviene in ambito industriale. Con la formazione di potenti gruppi a dimensione planetaria il settore creditizio, che è uno dei pochi settori realmente globale, ha assunto da tempo le caratteristiche tipiche dei mercati oligopolistici. il Fascismo prima di pensare alla vita internazionale, volle che la vita nazionale fosse assicurata e si sviluppasse. È questa, ancora una volta, è un’idea socialista.