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15 novembre 2018

Uno strano cruciverba


Ancora oggi, se non di più, è uno dei passatempi preferiti nei momenti de relax, in casa o in vacanza. Il “cruciverba”, ha origini lontane nel tempo.
Il primo esempio di “parole crociate”, terminologia di uso corrente, apparve nel supplemento domenicale del quotidiano New York World, di proprietà di Joseph Pulitzer, icona del giornalismo americano e mondiale, il  21 dicembre del 1913.
Fu il giornalista inglese Arthur Wynne a pubblicare sull’importante testata un nuovo gioco enigmistico, denominato “word-cross puzzle”.
 Il gioco presentava ancora una forma rudimentale rispetto al cruciverba classico, ma con regole già definite: dentro uno spazio di forma simile a quella di un diamante, vuoto al centro, bisognava inserire parole di diversa lunghezza, seguendo la numerazione progressiva delle definizioni riportate in basso, sia in senso orizzontale che verticale, cercando di trovare l’incastro perfetto. Solo in un secondo momento, per meglio definire i confini delle parole, vennero inseriti dei quadratini neri. Nell’uscita successiva al 21 dicembre, per un errore tipografico, il gioco apparve sotto il nome, accorciato, di “Cross-words” (parole crociate), colpendo positivamente l’autore che decise di conservarlo.
C’è, però, chi sostiene che il padre del cruciverba sia l’italiano Giuseppe Airoldi, il quale, sul Secolo Illustrato, il 14 settembre 1890, aveva pubblicato un gioco molto simile, gioco che fu accolto, però, molto freddamente dai lettori. La piccola griglia bianca di Airoldi (di dimensioni 4×4) non presentava caselle nere o spazi di demarcazione tra le diverse parole; ciò lo avvicinava più ai puzzles geometrici classici che alle parole crociate.
La prima rivista enigmistica specializzata nacque, in Italia, nel 1932, su iniziativa dell’ingegnere Giorgio Sisini, Conte di Sant’Andrea, che le diede il nome di Settimana Enigmistica. A Valentino Bompiani si deve, invece, il nome “cruciverba”.
Uno dei più famosi autori italiani di “parole crociate” particolarmente difficili da risolvere, fu Piero Bartezzaghi. Infatti, il suo gioco, pubblicato settimanalmente dalla rivista “Settimana Enigmistica”, era chiamato, per antonomasia,  il Bartezzaghi, il cui testimone fu poi raccolto dal figlio Alessandro. I migliori schemi sono difficili, ma non devono essere “astrusi”. Piero Bartezzaghi, infatti, sosteneva che l’abilità del creatore di parole crociate consisteva nell’impegnare il solutore in una sfida leale, lasciandogli aperte le strade per completare il gioco.
Particolarmente ostico è “il cruciverba più difficile del mondo”, redatto annualmente da Ennio Peres, un giornalista e matematico italiano che, per sua stessa definizione, svolge, da più di quarant’anni, l’inventata professione di “giocologo”.
Ma forse molti non sanno che questo intelligente passatempo, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, determinò scompiglio, insicurezza, paura, ricoprì, insomma, un ruolo da protagonista, nel convulso copione di quelle pagine di Storia.
Il 2 maggio del 1944, il Professor  Leonard Sydney Dawe  cominciò a essere sorvegliato, anche se con discrezione, dal Mi5, il controspionaggio britannico, in quel momento freneticamente impegnato a scoprire e fermare  ogni fuga di notizie sul piano che gli Alleati stavano meticolosamente studiando, per sbarcare in Normandia, nella Francia occupata dai tedeschi; e che sarebbe divenuto realtà poco più di un mese dopo, il 6 giugno.
Dawe, un tranquillo insegnante di matematica, che viveva a Leatherhead, nel Surrey, non sembrava avere nulla della spia. Ma nel tempo libero il professore era l’autore dei cruciverba che venivano pubblicati sul quotidiano londinese Daily Telegraph e che facevano, a dir poco, impazzire circa due milioni di persone. E proprio tra le definizioni e le soluzioni delle parole crociate, inventate da Dawe e dal suo amico Jones, erano apparsi con frequenza sospetta termini in qualche modo legati al progetto di invasione, tanto da far sospettare che il cruciverba altro non fosse che un codice per informare i tedeschi di quel che bolliva  in pentola. Diciamo subito che la storia non è nuovissima. L’aveva già raccontata Cornelius Ryan ne “Il giorno più lungo”, pubblicato nel 1959, il primo libro di “cronaca della storia” ad aver avuto un enorme successo di pubblico non specializzato.
Non è forse eccessivo ricordare che il titolo del best seller è tratto da una frase del Feldmaresciallo Erwin Rommel:….le prime ventiquattr’ore dell’invasione saranno decisive, per gli Alleati e per la Germania. Sarà il giorno più lungo!
Ci è poi stata riportata alla memoria da interessantissimi scritti inglesi sulla Seconda Guerra Mondiale, che hanno l’ambizioso progetto di ripercorre, in tempo reale, quello che succedeva 72 anni fa e diffonderlo come se accadesse  oggi.
Dunque, tornando alla nostra storia, gli agenti del Mi5 erano stati messi in allarme dallo schema del cruciverba pubblicato il 2 maggio, che conteneva la definizione: “Uno degli Stati Uniti”. La risposta era: “Utah”, la più occidentale delle cinque spiagge di invasione.
l 22 maggio, la definizione del “3 verticale” era “pellirosse del Missouri”. La soluzione era “Omaha”, la seconda delle spiagge di invasione americane, che il 6 giugno sarebbe passata alla storia come “The Bloody Omaha”, Omaha la sanguinosa, per le gravi perdite subite dai soldati degli Stati Uniti. E poi ancora, in altri schemi, gli spaventatissimi agenti del controspionaggio si imbatterono in “Mulberry” (il nome in codice dei porti artificiali che dovevano essere costruiti al largo delle spiagge normanne), in “Neptune” (che designava l’insieme delle operazioni navali di invasione) e infine, nello schema del 27 maggio, la soluzione all’”11 orizzontale” era “Overlord”, il nome dell’intera operazione di sbarco. Non solo, ma nei mesi precedenti erano apparse tra le soluzioni anche “Sword”, “Juno” e “Gold”, i nominativi delle tre spiagge assegnate a britannnici e canadesi. Il professore, interrogato il 4 giugno, cadde dalle nuvole. Non sapeva proprio spiegare cosa era successo, se non un insieme di fantastiche coincidenze. Perchè le coincidenze si verificano. In che misura? E qui sta il problema.
Una possibile spiegazione venne avanzata, nel 2004, da Val Gilbert, il “crossword editor” dello stesso Daily Telegraph, che citò una rivelazione fatta allo stesso giornale, nel 1984. 
Ronald French, allievo di Dave, che in quegli anni era quattordicenne, veniva impiegato, come altri scolari, a riempire gli schemi dal suo docente, il quale era assai convinto che la frequentazione dei cruciverba aprisse la mente dei ragazzi. Aveva ragione, molto probabilmente! French dichiarò al Telegraph che lui aveva sentito quelle parole pronunciate dai soldati americani, acquartierati nelle vicinanze e in attesa di partire per la Francia. In quel momento, a pochi giorni di distanza dall’invasione e con i militari già chiusi nei campi di transito, i nomi in codice erano a conoscenza di molti soldati, i quali ne parlavano apertamente di fronte a un ragazzino che, come tutti, era  affascinato da loro e, certo, non poteva essere una spia tedesca. French non ricordava di aver inserito nei cruciverba le parole incriminate, ma ricordava che il suo insegnante le aveva trovate in seguito, a invasione avvenuta, nel suo taccuino e, inorridito quanto spaventato, aveva ordinato che il quadernetto venisse bruciato.
Gli agenti del Mi5 credettero alle “coincidenze” e il professor Dawe uscì dalla vicenda immacolato e libero.
E ci piace pensare che il controspionaggio nazista, nelle stesse circostanze, non gli avrebbe creduto! Era anche per quello, in fondo, che gli alleati combattevano, perché nessuno venisse condannato senza prove!

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