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Direttore: Vincenzo Di Guida

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15 novembre 2018

Prodi tenta a rifregarci


Domenica 25 dicembre, SANTO giorno per noi cristiani, si rinnova il nostro amore per Cristo. Mi alzo, caffè, Marlboro tra le mani e comincio la mia personale rassegna stampa, sfoglio sfoglio alla ricerca di qualcosa che possa accendere la mia curiosità ma oltre gli immigrati che cercano di scavalcare qualcosa, il premier che sta distribuendo mance a destra e a manca, commercianti italiani disperati e stranieri padroni. Niente suscita in me quell’attenzione che merita una riflessione. Ma all’improvviso vedo una foto di una mortadella, no mi sono sbagliato è Romano Prodi, uno degli architetti della UE che negli ultimi tempi è stato rilanciato dalle testate giornalistiche nostrane come l’unico in grado di salvare l’unione europea.
Comincio a leggere l’intervista e subito mi viene in mente ciò che ci siamo detti l’ultima volta sul riciclaggio del pensiero marxista, sulla tattica di incolpare gli altri dei propri fallimenti. Dopo aver propinato la solita solfa sull’Europa unità e l’euro come unica soluzione di salvezza, dopo una intera prima pagina dedicata alla sua ricetta per salvare ciò che unito sta male, quasi se fosse un piano d’ amore, comincia ad incolpare l’attuale establishment per i fallimenti europei dimenticando i suoi.
Per l’onorevole Prodi il pericolo dell’Europa non è la sua impalcatura burocratica e l’incompetenza voluta, ma i populismi (ma a quali populismi si riferisce non è lecito sapere). Ciò che più mi fa rabbrividire è la sua minaccia: “senza avere un aggancio in Europa siamo finiti”, caro mortadella l’Inghilterra non mi sembra stia sprofondando. Il tortellino bolognese dimentica che è proprio con la sua genialata della moneta unica che sono cominciati i problemi italiani. Al Signor Prodi ricordo che avevamo il sistema della svalutazione della lira che ci veniva invidiato persino dai tedeschi tanto è vero che in una intervista al n.1 di Confindustria Germania questi ha più volte sottolineato come per il sistema industriale tedesco il passaggio dell’Italia dalla lira all’euro era stato un toccasana per le industrie tedesche che si erano sbarazzate della concorrenza sgradita Italiana soprattutto del Made in italy. Ciò nonostante il Mortadellone, come presidente della commissione europea, e Carlo Azeglio Ciampi come ministro del tesoro hanno elemosinato per entrare in Europa e sono 17 anni che ci sentiamo dire che siamo il paese più indisciplinato quando invece siamo i più virtuosi.
Avevamo ed abbiamo un avanzo statale primario positivo negli ultimi 10 anni la spesa pubblica é scesa di 2 punti, cosa che nemmeno la Germania ha fatto. Vorrei sapere poi perché con la lira riuscivamo a competere con i concorrenti e da quando c’è l’euro abbiamo perso per strada il 19,1% di produzione industriale.
Capisco che per un economista allo sbaraglio come lei è più facile diffondere panico che dare risposte ma la prego vorrei saperlo.
Il paese non ha bisogno di “salvatori” come lei ed i suoi amici. Si sappia che questi “esperti” hanno venduto il paese al peggior offerente e i grandi gruppi del Made italy sono oggi in mano straniere mentre gli stranieri hanno blindato i loro tesori. Bisogna uscire dall’eurozona perché rischiamo di diventare un paese deindustrializzato. Abbiamo perso il 20% di produzione industriale ed un terzo del manifatturiero venduto a cinesi e bengalesi quando vantavamo nomi come Armani, Valentino, Dolce e Gabbana, Missoni.
No, caro Sig. mortadella, io non ci sto e voglio pensare all’Italia e alla grandezza della sua gente e non dell’Europa (che è stata grande finché i suoi componenti sono rimasti divisi).
Ma il nostro caro economista il suo meglio l’ha dato tra gli anni ’80 e il 2000 prima come presidente dell’IRI istituito da un romagnolo come lei ma che a sua differenza lo istituì per il bene della nazione e non per regalare, o quasi, asset industriali agli amici. Infatti l’attività di Prodi dal 1982 al 2007 è stata concentrata principalmente in un solo unico compito: svendere (praticamente regalare) tutti gli enti pubblici dello Stato al suo alleato Carlo De Benedetti a un prezzo irrisorio con bandi discutibili. De Benedetti, dal canto suo, si è poi puntualmente affrettato a rivendere immediatamente tali società al loro reale valore di mercato (di solito 20 volte il loro prezzo d’acquisto) a gruppi stranieri o addirittura allo Stato stesso, che li ricomprava a prezzi folli, realizzando guadagni incalcolabili a danno degli italiani.
Insomma la vera abilità di Romano Prodi è sempre stata di riuscire a prendere soldi dallo Stato a costo zero. La conferma viene da un articolo di Paolo Cirino Pomicino, nel quale si rileva che dei 28.500 miliardi erogati dallo Stato a titolo di fondo di dotazione dalla data di nascita dell’IRI, Romano Prodi ne ottenne ben 17.500! Va poi ricordato anche che, nel 1986, Romano Prodi svendette il più grande gruppo alimentare dello Stato, la SME alla Buitoni sempre a Carlo De Benedetti per soli 393 miliardi, mentre il valore globale della SME, che già soltanto nelle casse aveva più di 600 miliardi di denaro liquido, era di 3.100 miliardi: a Prodi e De Benedetti fu dato torto in primo grado, in Corte d’appello e in Cassazione da ben 15 magistrati (all’unanimità). Ma il vero capolavoro di questo novello Ricardo fu la creazione dell’ulivo. Tanto perché i lettori rammentino bene di cosa parliamo, vogliamo ricordare che a opera di alcuni vedovi della Democrazia Cristiana, appartenenti soprattutto alla corrente della Sinistra di Base (quella comunemente denominata «economica», per i forti legami con l’industria di Stato) dopo il crollo della prima Repubblica e il fallimento elettorale del Partito popolare erede della Dc e diretto dallo sconfittista Mino Martinazzoli, venne elaborata la formula politica denominata Ulivo. Già, nel panorama nazionale, s’era vista la Quercia, simbolo e riferimento dell’ex Pci diventato Pds e poi DS (Partito democratico della sinistra). Ora con l’Ulivo si definiva un perimetro costituito dagli ex democristiani portatori, come già accennato, degli interessi e delle relazioni della Sinistra di base, dagli ex-comunisti e da tutti gli altri piccoli partiti che popolavano l’area più a sinistra, in particolare Rifondazione comunista, diretta da Fausto Bertinotti.
Caro Prodi l’Italia non si merita ne lei e tanto meno ulivi, cespugli o foreste. Quel precedente, che adesso viene visto da alcune testate come speranza per far rinascere l’Italia, dice in realtà la cosa opposta: racconta cioè il risultato negativo (inevitabile) di un progetto che sarà pure stato interessante come tutti gli esperimenti, ma che però appartiene alla categoria degli esperimenti falliti, apprezzabili e proficui proprio perché ci dicono che quella cosa lì proprio non funziona.
Quando avremo tolto il visore di realtà virtuale che infiamma le nostre giornate, forse scopriremo che i personaggi che oggi si impancano a padri nobili sono in realtà gli stessi che hanno fallito in modo miserabile per lustri, accompagnando il paese in un mondo fatto di illusioni ed impoverimento e che oggi, nonostante i danni procurati al paese, non accettano di cedere il passo.

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