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31 Maggio 2020

L’e-learning all’italiana


Dovevano essere la grande sfida dell’e-learning italiano, la rete di atenei che avrebbe permesso anche al nostro paese di entrare a testa alta nel mondo delle università on line, e dell’insegnamento a distanza. Invece, a 14 anni dalla loro nascita, istituita con il decreto ministeriale del 17 aprile 2003 firmato dal ministro dell’Istruzione Letizia Moratti e dal ministro dell’Innovazione Tecnologica Lucio Stanca, gli atenei telematici italiani sono diventati a tutti gli effetti un “sistema parallelo” per ottenere a pagamento una laurea in tempi da record, accorciando corsi di studio e collezionando crediti formativi. Un metodo rodato ed oliato per diventare dottori a caro prezzo ma con il minimo dell’impegno. Un anno di studi come sconto garantito, 24 mesi contro i 36 necessari, esami senza rischi e tesi compilate in fretta. Un business da milioni di euro l’anno, senza contare i proventi di master e specializzazioni.
In Italia le università telematiche sono 11, il numero più alto di tutta Europa, dove in ogni nazione ne esistono una o due soltanto, ma nonostante siano così numerose nell’anno accademico 2007/2008 tutte insieme contavano appena 13.891,nell’ anno accademico 15/16 circa 60000 studenti, con una percentuale del 90,7% di immatricolati oltre i 25 anni d’età. Universitari “maturi” eppure con il primato delle “lauree precoci”, quelle ottenute abbreviando cioè il corso degli studi, con il concetto di “laureare l’esperienza”. E in alcuni atenei, l’Unisu ad esempio, Università delle Scienze Umane “Niccolò Cusano” con sede a Roma, il numero dei laureati precoci ha raggiunto  la quota top del 69,8% di tutti gli allievi, con la conseguenza che in quell’università soltanto il 30,2% degli iscritti è diventato “dottore” nei tempi canonici. Ma da che cosa nasce questa anomalia italiana, verso la quale l’allora ministro Gelmini ha annunciato “tolleranza zero”? Come mai, pur essendo arrivati ultimi in Europa nella creazione dell’e-learning, gli atenei telematici sono poi diventati così numerosi in soli 14 anni? Quanto valgono sul mercato del lavoro queste lauree? E soprattutto come mai ben 7 atenei su 11 sono stati autorizzati uno dopo l’altro in soli 5 mesi, dal gennaio al maggio del 2006, quando il secondo governo Berlusconi era ormai agli sgoccioli? A queste domande hanno risposto i membri del “Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario”, (Cnvsu) nove illustri docenti che nel loro rapporto sullo stato dell’università italiana hanno evidenziato, senza appello, i mali e i malcostumi (oggetto anche di inchieste giudiziarie come quella aperta dalla procura di Bari sull’ateneo “Giustino Fortunato” di Benevento), degli 11 campus telematici italiani. Alcuni dei quali legati a doppio filo, anzi stretta emanazione di famosi “centri di assistenza agli esami” come E-campus, ad esempio, filiazione universitaria del ricco e potente Cepu, con sede prestigiosa a Novedrate, in provincia di Como, nell’ex centro di formazione Ibm, o l’Unisu, che aveva alle spalle, come denunciarono per primi gli universitari del portale Studenti. it, Universitalia, istituto romano privato di preparazione agli esami. Strutture che in maniera più o meno dichiarata funzionano da “vasi comunicanti”, immettendo gli studenti in un circuito a pagamento dove l’università indirizza al centro di preparazione agli esami, e i tutor spingono poi verso l’ateneo on line a cui sono collegati. Con il risultato che se un’iscrizione ad un corso di laurea costa in media tra i 3 e i 4 mila euro l’anno, altrettanti ne servono per il “centro di assistenza” a quell’ateneo collegato. Così in media per una laurea in tre anni si arrivano a spendere 12 mila euro.
Una scorciatoia per la carriera.
“Il vero problema è che le università telematiche, molte delle quali non avrebbero nemmeno i requisiti minimi per esistere, si sono trasformate in pochi anni in luoghi dove ottenere con facilità una laurea, che serve poi a farsi strada nella pubblica amministrazione. Con titoli del tutto equivalenti alle lauree statali sia come punteggio per i concorsi, che per gli avanzamenti di carriera”, spiega Giovanni Azzone, docente al Politecnico di Milano, vicepresidente del Cnvsu. Un’ingiustizia dunque, tutta a discapito di chi per ottenere un titolo cum laude studia e si impegna. “Nella prima fase queste università – aggiunge Azzone – hanno potuto contare sul business dei “fuori corso”, gli studenti adulti che volevano migliorare la loro posizione lavorativa grazie anche alle convenzioni stipulate dagli atenei con enti pubblici, sindacati e aziende. E si spiega così, non appena entrò in vigore la legge Moratti-Stanca, la corsa all’accreditamento di atenei sponsorizzati da gruppi privati, verso alcuni dei quali noi avevamo dato parere negativo, ma che poi sono stati autorizzati lo stesso”. Ed è questa secondo gli osservatori una delle anomalie italiane: la sfida dell’e-learning non ha portato alla creazione di una grande università telematica pubblica, come la Uned spagnola che ha 150 mila allievi, o la Open University inglese, che ne ha oltre 180 mila, ma alla creazione di tante piccole realtà con dichiarato scopo di lucro. Una sorta pasticcio all’italiana. Ma chi c’è dietro le università telematiche, dove il corso di studio avviene da casa con forum e videoconferenze e si frequenta la sede dell’ateneo soltanto per dare gli esami? Quali capitali? Quali interessi?
In realtà l’insegnamento a distanza, presente fin dal 1970 in Inghilterra e da oltre trent’anni nel resto d’Europa, nasce nel nostro paese più come una corsa ad un ricco business, che come un metodo di studio universitario e di long life learning. Un’occasione mancata, soprattutto per gli studenti lavoratori, dopo lo smantellamento delle scuole serali. Ma basta scorrere i nomi dei proprietari di alcuni degli 11 campus italiani, spesso già mutati in pochi anni, per capire gli interessi in gioco. La Guglielmo Marconi, la più frequentata tra le università telematiche, con oltre 8mila allievi e 30 corsi di laurea, sorge con l’apporto di Wind e di un gruppo di banche. Dietro il discusso ateneo Giustino Fortunato di Benevento, un unico corso di laurea attivato in Giurisprudenza, rettore Augusto Fantozzi, c’è la onlus Efiro, dell’imprenditore Angelo Colarusso, già patron di diverse scuole di recupero esami. La napoletana Pegaso è al 100% di proprietà di Danilo, Raffaele e Angelo Jervolino, già presenti in altri istituti privati partenopei. Diverso il caso della Uninettuno, fondata da un consorzio di università pubbliche con un team di aziende, Rai, Telecom e Confindustria. Un consorzio di cinque università si trova dietro la Iul di Firenze, Italian University on Line, unica università telematica pubblica in Italia. Hanno macinato studenti e profitti, in una crescita mirabolante, negli anni in cui l’università statale perdeva colpi. Riempiono cartelloni pubblicitari e spot dalle radio al cinema, con i loro studenti sorridenti davanti al laptop nei parchi, ma il top lo si raggiunge con l’università per migranti voluta da papa franceschiello. W l Italia terra di santi poeti navigatori e università telematiche!

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