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27 Novembre 2020

Dall’agorà ai baretti


In un mondo allargato e quasi omogeneizzato, in cui le voci dei singoli si perdono in quelle della massa che si muove in spazi senza confini in cui anche le poche, deboli barriere rimaste sono considerate un handicap, si assiste a un fenomeno alquanto particolare di ridimensionamento, lì dove, invece, sarebbe opportuno mantenere margini più ampi di movimento.
I luoghi di incontro, in particolar modo per la platea più giovane, vanno progressivamente a rimpicciolirsi: dalla piazza, alle strade, ai vicoli, ai tavolini di un bar, ad un angoletto nei pressi dei locali della movida, al marciapiede sul quale consumare quanto ordinato, insieme al tempo.
Idee e opinioni restano costrette in un ambito di pochi metri e ciò vuol dire anche che non vanno molto lontane da chi le detiene o le propugna e, nel migliore dei casi, si fermano a un altro membro, fisicamente vicino, della ristretta cerchia di amici o conoscenti presente, senza cozzare con punti di vista provenienti dall’esterno, magari in grado di scardinarle per poi permetterne una rinascita, prive della possibilità di acquistare solidità grazie pure al confronto, finanche allo scontro.
Il punto di ritrovo per eccellenza, sin da tempi più che lontani, dell’assemblea dei cittadini, legittimata proprio dalle adunanze che in essa si svolgevano, era la piazza, agorà ρer le popolazioni greco-antiche, in cui anche i momenti di relax e di lontananza dagli officia lavorativi diventavano occasione di proficuo scambio verbale. Il termine agorà deriva dal verbo ageìro (ἀγείρω) che significa, appunto, “riunire”, “convocare” e che si ricollega alle varie funzioni che il luogo ricopriva al tempo, quando, dopo la fine del periodo miceneo, le attività della politica oltrepassarono le mura dei palazzi dei re per riversarsi al centro della città. L’agorà era, infatti, luogo in cui si esercitava l’arte della politica e si amministrava la giustizia, santuario all’aperto in cui veniva praticato il culto delle divinità tradizionali olimpiche ma anche di semidei ed eroi leggendari, arena in cui si svolgevano agoni sportivi e culturali e si intessevano, a partire dal V sec. a. C. in poi, accordi commerciali.
La parabola del foro di romana memoria fu, invece, di tipo inverso rispetto a quella dell’agorà poiché, inizialmente deputato ad accogliere in maniera esclusiva le attività di scambio e di mercato, solo successivamente, a partire dal IV sec. a.C., esso assurse a centro politico dell’agglomerato. L’etimologia del termine deriva forse ( non tutti gli studiosi accettano questa versione pur non proponendone altre) dal verbo “ferre”, ovvero “portare” poiché tra il VI e il V sec. a.C. vi si portavano i prodotti della campagna e i derivati animali da vendersi. Diverse erano inoltre, a quel tempo, le bettole che ne contornavano il perimetro e che conferivano al luogo forum il carattere di punto di incontro anche per chi arrivava tra le mura dell’Urbs dalle campagne. In epoca repubblicana esso divenne anche centro religioso e, nel 145 a.C., con il trasferimento dei comitia curiata nel suo ampio spazio, palcoscenico della politica attiva e coinvolgente degli oratori, tribunale all’aperto e scuola per futuri avvocati.
Soprattutto, sia agorà che foro, aldilà degli aspetti di ordine politico, religioso e commerciale, erano il punto di convergenza della popolazione tutta, il perno della città intorno al quale ruotavano le attività e le relazioni sociali. Le strade, che da questi si irradiavano, trascinavano per la loro lunghezza le conversazioni, le discussioni, i patti che lì erano nati, rendendoli il luogo in cui, semplicemente, le idee nascevano e si sviluppavano con grande facilità, dove anche i maestri della filosofia e i principi del foro amavano dissertare e lavorare tra gli altri, confrontandosi, dialogando e spingendo al dialogo.
Oggi, le attività cui le piazze dell’antichità classica erano deputate, politica, religione, commercio, sport, si sono nascoste alla gente comune e, fingendo di coinvolgerla, l’hanno allontanata, spingendola a chiudersi nella consorteria di pochi gruppi e nel blocco del traffico e della trasmissione di idee.
L’occasione collettiva di ritrovo, in un momento di lavoro, così come nell’allegria del sabato sera diventa sterile e fine a se stessa; magari si giunge alla risoluzione della problematica in questione oppure si trascorre una serata in spensieratezza, ma tutto rimane nello stretto e ristretto ambito imposto dalla diffusa mancanza di fiducia, dalla volontà di negarsi all’altro, anche al vicino di tavolo o al ragazzo che osserva dall’altra parte della strada, un po’ staccato dal suo gruppo, forse una occasione per dare arricchimento alla nostra conversazione. E invece, ci si chiude a tale possibilità e si rimpiccioliscono gli spazi di azione.
Chi si nega al dialogo non avrà mai opportunità di crescita poichè più limitato è il confronto, più si corre il rischio di credere in assunti non solidi, di costruire una propria idea su basi traballanti, di essere un cittadino incompleto e un uomo egoista che non farà mai la storia.
Che senso ha, pertanto, il concetto di mondo globalizzato se le sue cellule primordiali, le città e i piccoli centri, non riescono, nel loro interno, ha ritrovare una unità, una generosità e una complicità di fondo e in cui prevale invece il desiderio di coltivare un orticello infecondo di idee?

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