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26 Gennaio 2021

Alla ricerca della cittadinanza italiana


La vendetta dello “ius soli” ha i volti e i nomi degli “italiani di ritorno”, centinaia di uomini e donne con passaporto americano, ma sangue e luogo di nascita tra la Val d’Aosta e la Sicilia. Dopo molti anni, hanno deciso di riconquistare, ad ogni costo, un pezzo del loro passato e rivendicare il diritto di essere italiani come sono nati e, molti di loro, anche cresciuti. Mentre la politica discute e si scontra sullo ius soli senza trovare un accordo, da un angolo di passato riemerge la storia dimenticata di uno dei più imponenti casi di adozione di massa per l’Italia: avvenne tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta e coinvolse almeno 3700 bambini. Erano figli non riconosciuti, ma anche piccoli sottratti, con l’inganno, a genitori che speravano di poterli rivedere prima o poi. Erano il frutto amaro di un’Italia che iniziava appena a liberarsi dalle macerie e dalla povertà della seconda guerra mondiale, ancora lontana, però, dal benessere diffuso degli anni successivi. I bambini venivano mandati negli Stati Uniti seguendo percorsi ai limiti della legalità, a volte anche del tutto illegittimi. Il traffico andò avanti, indisturbato, sino alla fine degli anni Cinquanta, quando esplose lo scandalo. Il caso finì in Parlamento e il Ministero degli Esteri dovette correre ai ripari, assicurando che, da quel momento in poi, le adozioni avrebbero percorso canali regolari e che, comunque, i Consolati Italiani avrebbero seguito le pratiche di tutti gli orfani, fino alla maggiore età. A sessant’anni di distanza quei bambini sono ormai degli anziani, ma delle promesse di prendersi cura dei loro percorsi si è persa ogni traccia. Chi va presso i Consolati a chiedere di ripercorrere il cammino a ritroso, per ritrovare le origini, si vede chiudere le porte in faccia o, al massimo, incontra una grande confusione. Alla richiesta di accedere ai dati biologici, per dimostrare di avere diritto alla cittadinanza, spesso non ci sono risposte o ci si scontra con muri di gomma. È iniziata così la battaglia di questo gruppo di “italiani di ritorno”, rappresentati dall’Associazione Italiadoption, guidata da John Pierre Battersby Campitelli. Dove sono finiti i 3700 italiani adottati negli USA? E’ iniziato un puntiglioso lavoro per ricostruire la diaspora e documentare le storie di ciascuno di loro. Gli obiettivi dell’iniziativa sono due: ottenere il “diritto alle origini”, senza discriminazioni di nessun genere, e il riconoscimento della doppia cittadinanza per tutti i figli della diaspora, senza lungaggini burocratiche. Le armi a disposizione, per vincere sono molte. Potrebbero approfittare della “caduta del segreto sulle origini”, avvenuta dopo le sentenze della Corte Costituzionale e della Cassazione, ma si tratta di un percorso lungo e costoso. La solita burocrazia italiana prevede che si venga in Patria a fare richiesta. In alternativa, questi italiani, si stanno procurando le prove che i minori emigravano solo con il consenso dei Consolati e, quindi, i Consoli non possono far finta di nulla. Dai documenti dell’epoca risulta che la diplomazia doveva informare il Ministero degli Esteri sulla situazione morale, religiosa e economica della famiglia adottiva. Il minore italiano emigrava solo con il loro placet, doveva essere registrato nell’anagrafe consolare e seguito, nel suo inserimento nella famiglia adottiva americana, fino al compimento del diciottesimo anno di età. La cittadinanza italiana, quindi, era conservata, nonostante venissero naturalizzati come cittadini americani da minorenni. Le richieste di tornare a essere cittadini italiani stanno visibilmente aumentando. Ed è prevista un’interrogazione parlamentare in merito. Per ora, il Ministero degli Esteri si è limitato a rispondere ufficialmente che l’Ambasciata d’Italia a Washington, in stretto coordinamento con i Consolati interessati e con le competenti istanze italiane, sta seguendo alcuni casi segnalati dall’Associazione Italiadoption, poiché ogni realtà presenta profili diversi ed è differente dagli altri. Certamente non è questa la risposta che si aspettavano. La battaglia degli americani che vogliono tornare ad essere cittadini italiani è appena agli inizi. Ad esempio, John Pierre Battersby Campitelli, ingegnere, che lavora all’IBM, vicino Milano, dopo aver girato mezzo mondo e soprattutto dopo essere nato in Italia e adottato da una famiglia americana, ha scoperto, a un certo punto della sua vita, di dover fare il soldato in Italia e di non essere ancora riuscito a ottenere il passaporto italiano, perché, ufficialmente, non era cittadino italiano. E così ha vissuto, per anni, da straniero nel Paese in cui era nato e in cui avrebbe dovuto avere tutti i diritti. I suoi genitori adottivi americani scoprirono che la sua adozione, a New York, non era stata trascritta all’anagrafe di Torino e, perciò, per l’Italia era rimasto Piero Davi. E da lì sono nate, ovviamente, situazioni paradossali. Un John Pierre Campitelli, nato il 23 settembre 1963, non esisteva per l’anagrafe della sua città. E’ stato un avvocato torinese a risolvere la faccenda. Tornato negli Stati Uniti, ha vissuto serenamente fino a quando, nel 1986, rientrato nuovamente in Italia per un anno di studi, ha scoperto di essere ricercato come renitente alla leva. Ed ancora mille peripezie per dimostrare di essere già iscritto alla Selective Service System delle Forze Armate Americane. Ma allora, per cercarlo, l’Italia lo considerava ancora un suo cittadino, a tutti gli effetti? I radicati misteri della nostra ridicola burocrazia! Alla fine, è riuscito ad ottenere la tanto sospirata cittadinanza, attraverso l’arcinoto sistema delle “conoscenze”, quando sarebbe bastato che il consolato italiano avesse riconosciuto il suo status e gli avesse rilasciato il passaporto. Ora si batte affinché chi desidera la doppia cittadinanza la possa ottenere con una semplice iscrizione all’AIRE. Ed è anche il caso di Chris Emery, un produttore cinematografico, famoso, soprattutto, per essere l’autore di una delle tante ricostruzioni complottiste della tragedia dell’11 settembre. Ma dietro quel Chris Emery c’è Sergio Petroselli, nato anche lui a Torino, nel 1964, da una donna che non aveva potuto riconoscerlo, diventando uno dei tanti adottati. Da poco tempo è riuscito a scoprire l’identità della madre, una donna della Val di Susa e a ritrovare un pezzo della sua famiglia che nulla sapeva di lui. A questo punto Chris ha deciso di andare fino in fondo e di diventare italiano. Ha chiesto, per due volte, la cittadinanza al Consolato Italiano di Miami, ottenendo solo un rifiuto. La risposta: in attesa di istruzioni dall’Ambasciata Italiana, a Washington, che però, a sua volta, era in attesa di istruzioni dal Governo Italiano! Non si è arreso e, di sicuro, non si arrenderà mai. Ma questa è l’unica sua certezza, a quanto pare.

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