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26 Gennaio 2021

Quando il tifo è troppo


Con il termine ultraroyaliste si indicava, nella Francia del XIX secolo, il partito reazionario guidato da Carlo di Borbone, fratello di Luigi XVIII ed egli stesso re dal 1824 come Carlo X, tenacemente proteso a far riguadagnare alla classe nobiliare del paese i beni materiali e i privilegi persi a seguito della Rivoluzione.
L’etimologia del termine è rinvenibile nella natura dei suoi rappresentanti che si autoproclamavano ancora più (appunto ultra) realisti del re stesso e miravano anche ad ottenere una sorta di indennizzo per i danni derivanti dallo stravolgimento subito, da ricavare mediante l’imposizione di tasse alla classe borghese. In questa ottica, il nuovo sovrano emanò la cosiddetta “legge milionaria” o “legge miliardo” che fissò in 650 milioni di franchi il “contentino” per gli aristocratici costretti alla fuga durante la rivoluzione e si impegnò a consegnare alle sfere clericali le competenze in materia di istruzione, oltre a varare disegni finalizzati al ritorno della pena di morte per sacrilegio. Proprio tali atteggiamenti contribuirono ad alimentare la miccia che, alla fine del luglio 1830, porterà allo scoppio dei moti e all’abbandono, da parte dell’ultrareazionario sovrano, del trono, lasciato al nipote, duca di Bordeaux.
Ora, torniamo nei confini che delimitano l’italico suolo e, al termine di un simbolico, pindarico volo temporale di 140 anni circa, atterriamo sul manto di gioco dello stadio di San Siro durante una partita del Milan.
Siamo nel 1968 e per la prima volta, sugli spalti dei settori popolari, in corrispondenza della rampa 18, un numeroso gruppo di animati tifosi, per lo più di giovanissima età, espone uno striscione su cui spicca, al centro di una folta criniera il primo piano di un leone ruggente. Nasce così e in questa occasione il primo gruppo ultrà calcistico italiano, denominato appunto Fossa dei Leoni, dal nome del campetto vicino Linate in cui, negli anni passati, il Milan aveva disputato i propri incontri.
Il vocabolo latino “ultra”, dunque, che aveva indicato, nella Francia del post-restaurazione, l’atteggiamento conservatore del partito di cui Carlo X era ritenuto il capo segreto, diviene il biglietto da visita di vaste frange di supporters calcistici che prendono a distinguersi prima per il carattere deciso, impetuoso e colorato del tifo praticato (sul modello di quello brasiliano e inglese), immediatamente dopo, per il loro avvicinamento a esasperate posizioni politiche, tale da portare il calcio ad una inutile e sterile strumentalizzazione e, contemporaneamente, per una involuzione rea di aver sporcato la genuinità del tifo e del divertimento sportivo con più di un tragico episodio di violenza.
Alla formazione degli ultras di fede milanista, segue, nel 1969, quella dei sampdoriani, intitolata a Tito Cucchiaroni (Ernesto “Tito” Cucchiaroni, argentino di nascita, ha concluso la sua carriera di ala sinistra nel club blucerchiato, nel 1963) e quella dei Boys interisti. Nel 1971, tocca alle Brigate Gialloblù veronesi e al Viola Club Viesseux, seguiti dagli Ultrà partenopei, riunitisi nel 1972. Nel 1973 è la volta di un altro gruppo ultrà di fede milanista, le Brigate Rossonere, della Fossa dei Grifoni del Genoa e degli Ultrà Granata del Torino. L’anno successivo nascono i Forever Ultra bolognesi, nel 1975 i Fighters juventini e, nel 1976, le Brigate Nerazzurre atalantine e i Rangers dell’Empoli. Nel 1977 si formano i gruppi ultra delle due squadre capitoline: gli Eagles Supporters laziali e il Commando Ultra della Curva sud della Roma.
Come è evidente, dal riferimento al calcio vero e proprio che rimanda alla storia di una società (Fossa dei Leoni e Ultras Tito Cucchiaroni), si passa, in un arco temporale brevissimo quanto estremamente caldo per il nostro paese, all’adozione di nomi legati allo scenario politico degli anni di piombo (vedi la scelta di definirsi “brigate” e “commando”). Inoltre, dall’abbigliamento comodo e casual da stadio si passa a quello militaresco, con ultras che assistono alle partite in mimetica, pronti a difendere il proprio confine, la curva, il loro territorio “legittimo” su cui vantano un vero e prorio ius soli da conservare ad ogni costo, da cui esercitare la propria influenza e lanciare messaggi anche a chi sta al di fuori dello stadio, all’autorità che spesso e volentieri viene sfidata e contestata, finanche ad altri gruppi di tifosi della loro stessa squadra, in un clima che somiglia alla pretattica di una battaglia. Passa in secondo piano il tifo più soft e sincero dei club, nati all’inizio degli anni ’50, caratterizzati dalla assenza di connotazioni politiche al loro interno e dalla volontà di recarsi allo stadio con l’unica aspirazione di sostenere la squadra del cuore: alcuni di questi spariscono mentre altri vengono inglobati nell’onda ultrà.
Si è voluto vedere, nella nascita di tale tipologia di tifo, una sorta di rivincita di minoranze appartenenti a classi sociali non particolarmente abbienti, che avrebbero così modo di esplicare ed affermare supremazia e forza fisica impossessandosi, con forte senso di territorialità, di parte dello stadio, eleggendola a proprietà privata, dettando legge dagli spalti, confortati dalla presenza del gruppo, “isolato” nella curva e portavoce di una cultura traballante, degradata, in taluni casi, totalmente assente.
Il calcio, nato come sport seguito per lo più da una borghesia medio-alta, divenne più popolare a partire dagli anni ’20, quando Benito Mussolini ne colse il naturale potere unificatore, una sorta di magico influsso che non parevano invece possedere discipline ritenute di più nobile lignaggio. Ciò considerato, procedette a una sorta di riforma del campionato che portò, tra l’altro, con l’applicazione dei principi della Carta di Viareggio del 1926, all’abolizione degli unici due gironi allora esistenti, Nord e Sud, a favore di un unico girone di livello nazionale.
E oggi? Oggi il calcio può considerarsi ancora un fattore positivamente aggregativo?
Lo spirito del tifoso autentico, che pure frequenta le curve degli stadi, che ama esclusivamente gioire delle imprese dei propri beniamini, che non si abbatte anche nella delusione della sconfitta e che spera nella rivincita del prossimo incontro, si perde sempre più in cori offensivi e volgari, in sconvenienti e inopportune manifestazioni di ignoranza meritevoli soltanto di punizioni immediate, capaci di scoraggiare ad horas ogni altro tentativo simile.
La triste verità è che le divisioni e i conflitti che affliggono l’Italia sono diventati alimento domenicale per le frange ultrà, le quali, in un paese che non riesce a trovare punti di contatto nemmeno nel tifo per la propria nazionale di calcio, messa spesso da parte per il proprio campanile e per il singolo club, adoperano gli scontenti popolari per rendere ancora più rovente un’ atmosfera che, dallo sport preferito dagli italiani, dovrebbe ricavare solo una salutare dose di ristoro.

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