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25 Ottobre 2020

Clientela, non clientelis…


Le luci dell’alba illuminano il cielo rosato e le strade ancora deserte della città mentre un sommesso brusio comincia a ridar vita ad una nuova giornata: davanti alla porta intarsiata della domus patrizia si raccolgono lentamente uomini avvolti, nonostante il caldo, in ampie toghe, accompagnati dai loro servi e aiutanti, qualcuno dalla moglie. I volti di tutti, segnati da speranza e sollievo ma anche da incertezza e rassegnazione. Quanto tempo dovranno ancora aspettare prima che le ante di legno robusto vengano spalancate? Ieri faceva ancora più caldo, eppure sono stati costretti a una attesa parsa interminabile. Ma no, oggi il dominus sarà un po’ più mattiniero e, magari persino più sorridente e disposto all’ascolto. Macchè, resterà ancora una volta imperturbabile all’interno del suo tablinium, prestando attenzione prima ai pretori, poi ai tribuni e ai cavalieri; ancora una volta, liberti e liberi godranno solo dei rimasugli di tempo del patronus. Meno male che egli è comunque tenuto ad accoglierli in casa e prestare loro ascolto! Un sospiro di sollievo, spontaneo e liberatorio, accompagna questa ultima considerazione e chiosa un vero e proprio festival di supposizioni e timori che si rigenerano quotidianamente, soprattutto per chi, tra costoro, che attendono con ansia di porgere il proprio saluto al dominus di turno, è un liberto o un libero. Intanto, bisogna continuare ad aspettare: è loro dovere farlo e obbligo del dominus riceverli nei suoi appartamenti.
Nell’Urbe, come nelle piccole comunità del territorio romano, i clientes dovevano assolutamente rispettare il rituale dell’attesa prima di essere ricevuti dal proprio patronus per la salutatio matutina, in altre parole,l’ossequio quotidiano a lui riservato, al fine di accoglierne le richieste e, conseguentemente, avanzarne di proprie, legate ad esigenze spicce e di sopravvivenza quotidiana così come a problematiche più preoccupanti.
Il termine “cliens” deriva dal greco ” klùo ” che significa “ascoltare”  ma anche “stare a sentire” e, in effetti, il compito primario dei rappresentanti dell’istituto della clientela era quello di prestare orecchio ai desiderata del ricco dominus al quale veniva richiesta, in cambio, protezione e assistenza, anche in caso di problemi con la legge. I clientes gli procacciavano voti in periodo elettorale e ogni tipo di notizia che gli potesse essere d’aiuto per vita privata e affari, svolgevano per lui lavori e compiti particolarmente sgraditi e delicati, anche affrontando tragitti lunghi e perigliosi, finanche si arruolavano e andavano a combattere per sostenere gli ideali e le sorti dei propri protettori. Costoro, di contro, lì ricompensavano con la cosiddetta sportula, una elargizione di denaro o cibo così denominata dalla borsa in cui il cliente (a volte un suo schiavo che doveva provvedere a tenere in caldo le donazioni di tipo alimentare) metteva al sicuro i propri introiti, quasi una sorta di sussidio per personaggi senza un lavoro, squattrinati e sfaticati, ma anche acculturati non in grado di mettere a frutto capacità e studi, professionisti caduti in disgrazia che, con una buona parola del dominus, potevano ritrovare la fortuna perduta ma anche personaggi particolarmente astuti che preferivano godere di appoggi e avere le spalle coperte in caso di bisogno.
Avere un alto numero di clientes significava, per il patronus, godere di solida considerazione e influenza e, per ciò,egli era obbligato a ricevere, quotidianamente, tutti i suoi “collaboratori” (prima i pretori, poi i tribuni, di seguito, i cavalieri, i liberti e, infine, i liberi) senza mai tirarsi indietro davanti alle richieste di assistenza. Questi, avevano il dovere di presentarsi al loro benefattore ornati di toga e curati esteriormente, in segno ulteriore di rispetto per l’autorità del pater familias che li accoglieva ma anche in considerazione della possibilità di miglioramento che veniva loro offerta e che portava i clientes più svegli e intelligenti a divenire dei punti di riferimento irrinunciabili per i sovvenzionatori. 
Il tutto, sancito dalla deditio, l’atto formale di consegna al ricco e potente che trovava le sue basi nella fides, la fiducia reciproca, collante di un sodalizio inscindibile e talmente solido che le due figure che lo componevano non potevano testimoniare l’una contro l’altra. Esso acquisì, col tempo, anche il carattere dell’ereditarietà e ciò permise ai clientes, nel periodo repubblicano, di acquisire il nomen del proprio padrone (il verbo greco “klùo” e il suo corrispettivo latino “clueo” significano anche “chiamarsi”, “aver nome”) seppure l’istituto clientelare avesse perso, già dalla fine dell’epoca arcaica, la sua connotazione giuridica per trasformarsi in abitudine sociale.
Tramite Cicerone, veniamo inoltre a conoscenza dello ius applicationis, cioè il diritto di un romano ritenuto dominus di uno straniero, di poter ereditare da quest’ultimo anche in mancanza di un testamento, quasi egli fosse un suo cliente, che assimila il forestiero al cliens nostrano.
Marziale e Giovenale, mai in grado di sopperire, esclusivamente con le proprie attività, ai bisogni giornalieri, furono celebri clienti del periodo imperiale, quando già Mecenate (fortunatamente!) accogliendo a corte intellettuali da sovvenzionare e rifocillare in cambio del solenne riconoscimento di Roma divinamente predestinata alla gloria imperitura, aveva creato una sorta di spin–off della clientela propriamente detta.
La maggior parte dei romani della Repubblica e dell’Impero vide i clientes esclusivamente come parassiti e scrocconi ma (e non è affatto paradossale) è da sottolineare la riserva di lavoro che essi crearono, prestando comunque i loro servigi e operando a tutti gli effetti anche per lo Stato.
La società fondata sulla gens, che fu propria di Roma dall’epoca delle origini fino a quella dell’impero, favorì la nascita e lo sviluppo del sistema della clientela, ponendo, nella forza della stirpe e nei legami sanciti da patti sacri e inviolabili, il senso della vita sociale che portava al rispetto dell’autorità politica superiore, in nome e per il bene della quale si agiva, senza alcuna aspirazione a porsi contro di essa o a crearne un’altra che vi si potesse contrapporre con condotte illecite e violente.

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