Rimini, Rimini!


Mi ero ripromesso di non scrivere di questa brutta storia, soprattutto per due ragioni.
La prima è che se ne è già parlato tanto, troppo, e molte parole sono state scritte a proposito e a sproposito.
La seconda è dovuta al fatto che so di non essere neutrale.
Non potrei mai esserlo, di fronte a tanto dolore e a tanto schifo. Dover reggere la bilancia incurante del fatto che un piatto, quello che non vorresti, venga a pendere più dell’altro non fa per me. Lascio volentieri ad altri quest’incombenza, ben conscio che un giudice potrebbe comunque emettere un verdetto che non mi piace. Ma tant’è: sento di non potermi esimere dal dire al mia su quanto accaduto a Rimini pochi giorni or sono.
Si sono letti e ascoltati commenti di ogni genere, dai più apertamente razzisti ai più esecrabilmente buonisti, mentre la cosiddetta maggioranza è parsa sulle prime in grande imbarazzo, salvo poi – capito dove tirava il vento – schierarsi più o meno velatamente con la maggioranza degli italiani, pur se con i soliti cavillosi distinguo: “Questi sono delinquenti e non rappresentano la totalità dei profughi….”; “Una mela marcia non deve farci buttare tutto il cesto…” e via dicendo.
Facciamo subito una precisazione: è ora di smetterla di chiamarli profughi: questi sono, nel 90% circa dei casi, clandestini. E tali li chiameremo d’ora in avanti. I profughi sono coloro i quali scappano da una guerra da una persecuzione razziale, religiosa o di altro genere.
Questi arrivano pagando il viaggio, anche se caro, anche se mossi da paure e pungolati da criminali che dovrebbero pendere da un ramo: sono migranti economici, come la CEE li ha ineffabilmente definiti.
Balle: sono clandestini. Il fancazzismo dilagante della burocrazia italiana unito alla paura di scontentare buonisti sinistri e accoglioni di ogni specie ha fatto sì che per anni abbiamo dovuto far buon viso a cattivo immigrato al punto che ormai il vaso è pieno e trabocca escrementi da tutte le parti. Se ne sono accorti persino i nostri politici, dalla Banda della Finocchiona alla stessa Bonino, che poche settimane fa candidamente confessava che fu il governo italiano a chiedere che i flussi migratori arrivassero sulle nostre coste. Vergogna.
E vergogna ancor più grande che ora si cerchi di minimizzare i fatti di Rimini, dicendo e strombazzando che grazie alle nostre brave Forze dell’Ordine (vero) i quattro majali sono stati ingabbiati, che i due poveri turisti polacchi si stanno pian piano riprendendo (falso, ora vi dirò perché) e che la giustizia farà il suo corso garantendo la certezza della pena, bla, bla, bla…
Invece non c’è proprio nulla da minimizzare: la ragazza polacca avrà bisogno di lunghi anni per dimenticare, semmai ce la potesse fare, quanto accaduto quella notte su una spiaggia italiana mentre il fidanzato è anch’egli sotto osservazione psichiatrica a causa dell’enorme trauma dal quale potrà uscire solo con un costante aiuto terapeutico.
Alcune voci – che riteniamo infondate – parlano addirittura di tentato suicidio dopo l’asportazione dell’intero apparato riproduttivo a causa dei danni subiti. Queste fake news danno la misura di come possano diventare virali certi episodi, un po’ a causa della morbosità congenita di buona parte del popolo della rete, ma in parte anche per colpa di un sistema di comunicazione giornalistica (su carta e in video) che sembra fatta apposta per attizzare gli istinti più beceri dei lettori. Basti pensare all’uso quasi pornografico che si è fatto delle trascrizioni dei verbali di Polizia Giudiziaria: sono state sbandierate con dovizia di particolari le modalità dello stupro, le “posizioni” utilizzate e così via. Di certo possono agire sull’opinione pubblica (se è lecito chiamarla così) in modo negativo, al pari dei manifesti affissi da Casa Pound che richiamano gli stupri avvenuti in Ciociaria da parte di truppe marocchine aggregate agli alleati, anche se – ad onor del vero – una popolazione immigrata che rappresenta circa il 5% del totale è responsabile del 50% degli episodi di violenza carnale che ogni anno accadono in Italia. Il che significa che se essi fossero metà della cittadinanza ci sarebbe da aspettarsi da loro oltre l’80% degli stupri. Vi pare poco?
Il guaio però non è la nuda verità sbandierata: non ci sentiamo di condannare il quotidiano che ha citato la “doppia penetrazione” nel titolo di un articolo. Il guaio, dicevamo, sta nella poca educazione all’informazione dei lettori e dei fruitori di notizie televisive.
Non mi sembra di fare il moralista come alcuni colleghi che hanno condannato senza remissione la la descrizione delle modalità di accoppiamento del branco con il trans peruviano, del quale occorre apprezzare il profondo senso civico e morale. Non abbiamo nulla da obiettare sulla sua professione: ci aiuta anzi a dimostrare che non sono costoro le persone da temere.
Sorvolando sul fatto che nei civilissimi Paesi da cui provengono i quattro majali di cinta (la ‘colorita’ espressione nasce quasi spontanea) vige la legge del taglione per la quale come minimo si vedrebbero tagliare l’arma del delitto che poi magari gli verrebbe infilata in qualsivoglia pertugio, occorre dire che nel nostro Paese il codice penale non prevede pene corporali, essendo state anche abolite le bastonate che prevedeva il codice militare Albertino.
La massima condanna che un tribunale italiano potrebbe infliggere ai quattro pezzi di sterco deambulanti sono circa vent’anni di galera, dei quali alla fine, tra buona condotta, detenzione preventiva ed eventuali amnistie, ne sconterebbero non più di dodici. Troppo poco, obiettivamente.
Ma una luce si sta profilando all’orizzonte: la Polonia ha già presentato una rogatoria internazionale per poterseli portare in casa e processarli secondo le loro leggi.
Secondo il diritto internazionale, la richiesta non è affatto infondata, essendo le vittime (almeno due di esse) di nazionalità polacca, e se l’avvocatura di Varsavia gioca bene le sue carte potrebbe anche prevalere questa linea.
Il nostro massimo auspicio sarebbe che un’illuminazione improvvisa cogliesse i giudici competenti, spingendoli ad aderire alla richiesta e a consegnare i quattro ad una giustizia senz’altro più severa. In Polonia non si applica la pena di morte, pertanto non sussistono condizioni ostative dal punto di vista umanitario, e se anche il Cile dovesse avanzare la stessa richiesta a seguito delle violenze subite dal transessuale, questa andrebbe per così dire “in continuazione”; come dire: mettetevi in coda.
A voler trovare un aspetto positivo in questa amara vicenda, potremmo dire che questa volta l’opinione pubblica non ha fatto orecchio da mercante come anche solo pochi mesi fa quando la stessa sorte toccò a una bambina triestina di soli 14 anni.
Rimane però un aspetto che dovrebbe, in un Paese civile, trovare la giusta soluzione: chi stabilirà il risarcimento alle vittime? E chi lo pagherà?
Forse la Boldrina (eh sì: è femminile…) con le sue sparate sempre più vaneggianti? Forse la Banda della Finocchiona che da anni ci sta allegramente prendendo per il naso mentre i soliti maneggioni intrallazzano con le organizzazioni criminali (anche non governative)? Forse i vari Berlusconi e compagnia cantante che per quasi vent’anni han fatto pure loro i fatti propri anziché quelli dei cittadini che li avevano votati? O forse Gino Strada che dall’alto del suo passato non proprio “urbano” tuona contro un ministro che pare aver trovato una via per porre fine a questo sfacelo?
Non lo sappiamo. Di certo vorremmo che fosse così, ma al contempo non vorremmo essere nei panni di quel giudice, quand’anche ve ne fosse uno, che dovrà stabilire cifre e responsabilità. Perché si troverà fra l’incudine dei buonisti e il martello dei giustizialisti in un’Italia che sempre più sta perdendo, da qualunque parte la si guardi, la strada della logica e della ragione.