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30 Ottobre 2020

Vendetta per Artemisia, giovane stuprata nel 1611


Una fonte di luce, probabilmente una grossa candela o una lanterna a olio, illumina con decisione tre figure, due donne e un uomo unite come in levigato gruppo scultoreo.Spiccano le braccia dei tre e i volti delle due fanciulle, mentre quello maschile è confinato in una patina di oscurità dalla quale riescono tuttavia a sporgere due macabre orbite oculari spalancate sul niente e una bocca aperta come ad esalare l’ultimo respiro.
Stropicciamoci ancora una volta gli occhi, cerchiamo di orientare la luce della candela o della lanterna in modo poter osservare la scena con maggiore chiarezza: le due donne dominano letteralmente l’uomo e lo stanno assassinando. Una, quella che risalta maggiormente nell’insieme, avvolta in un abito blu dalla scollatura profonda e sensuale, sta decapitando il malcapitato impugnando, con polso che appare estremamente fermo ed esperto, una spada dalla grande elsa; nel suo sguardo, addirittura lampi di ironica considerazione, di freddo compiacimento, di altera soddisfazione mista a disprezzo, per la sua vittima. L’altra, che indossa un abito rosso su un altro bianco, quasi un’uniforme da lavoro, blocca lo sventurato con volto inespressivo, come se avesse compiuto questo gesto altre volte, come se al suo posto vi fosse un animale da sgozzare per un banchetto luculliano.
Intrappolato dalle due donne, il grosso uomo, reso inoffensivo da un attacco evidentemente inaspettato, forse sferrato nel sonno, muore, imbrattando di sangue un giaciglio una volta candido.
La donna in blu dall’atteggiamento fiero è l’eroina biblica Giuditta, quella vestita di rosso è una sua ancella e l’uomo è il generale assiro Oloferne, ucciso in quanto seria minaccia per la sicurezza di Betulia, città delle sue carnefici, così come sono stati rappresentati da Artemisia Gentileschi nel celebre dipinto “Giuditta che decapita Oloferne”, olio su tela del 1613 conservato a Napoli, presso il Museo di Capodimonte (del quadro esiste anche una versione portata a termine dalla Gentileschi nel 1620 e conservata nella Galleria degli Uffizi a Firenze che differisce dalla prima principalmente per le dimensioni, molto più imponenti e per colori degli abiti delle protagoniste).
Oltrepassando l’innegabile ed evidentissimo valore dell’opera in sé come prodotto del barocco italiano, essa è stata da più parti vista come un’affermazione, da parte della sua autrice, della propria professionalità e indipendenza e come una sorta di rivalsa in relazione all’episodio che condizionò profondamente le sue scelte di vita, costringendola a lasciare la sua Roma, ovvero lo stuprum subito nel 1611 ad opera del pittore Agostino Tassi. Costui, ben avvezzo alle relazioni adulterine, giunse a Roma dopo il tentato omicidio della moglie Maria, a sua volta fedifraga, insieme alla cognata quattordicenne, con la quale pare avesse una relazione. Divenuto amico e collaboratore di Orazio Gentileschi, padre di Artemisia, usò violenza alla ragazza ma non volle né poté, essendo già ammogliato, riparare al torto perpetrato tramite il matrimonio.
L’iter giuridico che ne seguì fu gravoso e impegnativo per la giovane Artemisia, esempio di donna che non teme il confronto col proprio violentatore e che partecipa in prima persona al processo contro di lui, non sottraendosi al faccia a faccia, descrivendo, nei particolari, quanto subito, sottoponendosi alle visite mediche in grado di attestare l’effettiva perdita della verginità confermando, anche sotto tortura (intesa dagli inquisitori come strumento di purificazione), la propria versione e controbattendo con passione alle accuse rivoltele, tese a dipingerla come una fanciulla dai facili costumi.
Il fatto che Orazio Gentileschi avesse però denunciato l’accaduto solo un anno dopo lo stupro, forse per non compromettere il lavoro che stava eseguendo insieme al Tassi alla Loggetta del Cardinale Borghese (attuale Casino delle Muse che i due avevano ricevuto l’incarico di affrescare, forse avvalendosi dell’aiuto della stessa Artemisia) o perché solo dopo tale lasso di tempo si era finalmente reso conto che il suo collega non avrebbe mai sposato la figlia, contribuì, insieme ai dubbi avanzati sulla effettiva verginità della ragazza, alla determinazione di una condanna lieve e parziale per l’accusato. Artemisia, seppur vincitrice della causa, fu costretta a un matrimonio riparatore con il modesto pittore Pietrantonio Stiattesi, si trasferì a Firenze, dove restò fino al 1620 e poi a Genova, dove incontrò Anthony Van Dick. Ritornata a Roma, lavorò negli anni del barocco di Gian Lorenzo Bernini, continuando un percorso artistico di grande spessore, frutto di innate capacità, di una solida preparazione e dell’osservazione diretta delle opere di grandi maestri del tempo, tra cui il Caravaggio che ella ebbe la fortuna di conoscere personalmente negli anni giovanili e Velásquez, che frequentò durante gli anni del soggiorno a Napoli, dove morì nel 1653.
“Giuditta che decapita Oloferne” è stato portato a termine nel 1613, pochi mesi dopo la conclusione del processo e nella figura dell’eroina ebraica, nella risolutezza del suo sguardo, nella crudezza del soggetto, in molti hanno voluto ravvisare decisi tratti autobiografici, la “vendetta artistica” che la coraggiosa pittrice volle prendersi sul Tassi. L’impavida protagonista del dipinto riafferma, inoltre, la capacità della Gentileschi di gestire autonomamente la propria vita, di non temere i pregiudizi e di portare tenacemente avanti le proprie convinzioni, sia nel privato, combattendo, nei primi anni del XVII secolo, una battaglia devastante per le donne di ogni epoca, che in ambito professionale, muovendosi con la naturalezza di una nostra contemporanea.

Nell’immagine a corredo dell’articolo:
A sinistra, “Giuditta che decapita Oloferne” conservato al Museo di Capodimonte.
A destra, la versione del dipinto ammirabile presso gli Uffizi.

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