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26 Ottobre 2020

Povero Colombo!


La città di Los Angeles ha deciso di abolire la sfilata del Columbus Day, la festa nazionale voluta nel 1937 dal presidente Roosevelt per onorare lo scopritore del continente americano.
La motivazione data dai sostenitori di questa bizzarra tesi è stata che “Celebrare l’arrivo di Colombo nel 1492 è un oltraggio alle popolazioni indigene e alla storia degli Stati Uniti”.
Quindi, a dispetto di tutto ciò che hanno patito gli italiano un secolo fa durante la grande migrazione, oggi si cerca di ricondurre a Colombo tutto ciò che suona razzista verso le minoranze.
Che poi tanto minoranze non sono se dopo i fatti di Charlottesville l’ondata di revisionismo e la mania del “politically correct” che ha colpito in particolare le vestigia sudiste è anche riuscita a demonizzare una parte significativa del passato americano. Infatti, nonostante l’amministrazione Trump faccia il possibile per tenere a freno questi movimenti uterini, purtroppo molti cittadini “non bianchi” (nativi, neri, latinos, asiatici, ecc.) stanno riversando il loro astio contro tutto ciò che richiama la popolazione bianca e l’epopea nordamericana. A farne le spese sono state ad esempio la statua equestre del generale Lee e il busto di Italo Balbo a Chicago.
Anche il sindaco De Blasio ha ordinato una revisione di statue e manifestazioni a New York, per individuare ciò che meriti essere eliminato. Già presi di mira sono stati il maresciallo Pétain e lo Scià di Persia.
Il rischio di questa deriva si è già evidenziato quando una consigliera ha chiesto a De Blasio di eliminare il monumento a Columbus Circle. L’imbarazzo del sindaco è stato grande, ma per il momento è riuscito a glissare sull’argomento.
Il problema è meno banale di quanto possa sembrare, perché di questo passo qualcuno potrebbe spingersi a chiedere la rimozioni di monumenti a personaggi storici quali le statue del presidente Ulysses Grant, il quale quando era generale dell’esercito nordista durante la guerra civile ordinò l’espulsione degli ebrei da ben tre stati dell’Unione, o come la gigantografia di Horatio Seymour nel municipio newyorchese, a causa della frase spesso pronunciata: “Questa è la nazione dell’uomo bianco”.
Per non parlare di personaggi come i generai nordisti Sheridan, Miles, Crook, Sheridan e Howard, che al termine della guerra civile iniziarono lo sterminio dei nativi che si concluse con la traduzione dei superstiti nelle riserve.
Tutte le prese di posizione su questi argomenti sono lecite e possono essere oggetto di dibattito. Ma occorre ricordare che la Storia (quella con la S maiuscola), sebbene spesso scritta dai vincitori non per questo deve per forza essere falsa o quanto meno travisata: infatti, tornando al Columbus Day, ora sostituito da un inquietante “Indigenous Peoples Day”, la vice presidente della commissione dei nativi americani di Los Angeles, Chrissie Castro (nome per nulla nativo, peraltro) ha sentenziato che occorre smantellare le celebrazioni di un genocidio sponsorizzate dallo Stato”.
Per quanto ridicole queste tesi possano suonare a persone raziocinanti, la storia ci ha insegnato anche che spesso gli americani hanno un raziocinio per lo meno sfuggente: il genocidio dei nativi è stato voluto e iniziato da americani di origine anglosassone, e perpetrato per oltre un secolo da un esercito e da coloni in cui convivevano molte etnie presenti negli States.
Forse tra di essi ci furono anche italiani o figli di italiani, ma certo furono una sparuta minoranza di cui nessuno ha mai saputo nulla.
Dare a Colombo la colpa del genocidio dei nativi americani è come dare ad Avogadro la colpa delle camere a Gas durante il Terzo Reich.

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