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21 Ottobre 2020

Immigrazione non sempre fa rima con integrazione


Mentre l’altro ieri (NDR: venerdì 01 settembre) centinaia di musulmani invadevano la centralissima piazza Garibaldi a Napoli usandola come moschea a cielo aperto violentandone la storia e snaturandone la funzione, solo pochi giorni prima avveniva a Rimini l’ennesimo episodio di atroce violenza, anzi animalesca violenza, ai danni di una coppia che nottetempo passeggiava sulla spiaggia della civilissima cittadina adriatica: lui pestato a sangue e lei, sotto gli impotenti occhi del compagno, violentata ripetutamente da nordafricani.
Il commento che un mediatore culturale, tale Abid J., individuo di cultura islamica in forza a una cooperativa sociale bolognese dedita alla integrazione degli immigrati, ha lasciato sul suo profilo Facebook è stato: “Lo stupro è un atto peggio ma solo all’inizio, una volta si entra il pisello poi la donna diventa calma e si gode come un rapporto sessuale normale”. Un commento feroce quanto l’atto commesso dal branco dei nordafricani.
Questa, peraltro, è solo l’ultima aggressione in ordine di tempo perpetrata da extracomunitari (specie africani) a danno di donne europee nel vecchio continente.
Incredibilmente, tra noi italiani c’è chi addirittura minimizza o quasi giustifica l’accaduto ricordando la pericolosità di alcune spiagge riminesi al calar del sole, quasi come per voler dire che la coppia se la è andata a cercare o argomenta che sul totale dei reati di stupro commessi in Italia c’è equiparazione tra le percentuali di tali crimini perpetrati da italiani e da stranieri. A questi inguaribili ottimisti, che sembra non si diano pensiero per mamme, spose, fidanzate, sorelle o figlie a cui può accadere una disgrazia del genere, non si può che rispondere che in Italia non dovrebbero esistere zone “off limits” in cui c’è il coprifuoco serale e che la sproporzione esistente tra consistenza numerica della popolazione italiana e quella degli immigrati che attualmente calcano il suolo italico, dato che nel nostro Paese c’è un rapporto di 12 a 1 tra italiani e stranieri residenti (l’ISTAT dice che al 1 gennaio 2017 gli stranieri residenti in Italia erano 5.047.028 contro un totale di popolazione di 60.589.445), fa conseguire che il dato statistico va letto nel senso che questi ultimi commettono reati a sfondo sessuale con una frequenza dodici volte maggiore rispetto agli italiani.
Il dato statistico, che ovviamente non può essere considerato razzista in quanto numericamente oggettivo, non deve sorprendere in quanto si spiega facilmente se si considera quanto poco peso e considerazione sostanziale ha la donna nella cultura islamico africana.
Nell’Arabia pre-islamica la condizione della donna era simile a quelli degli schiavi e dei subordinati. Non aveva diritti alla proprietà o all’eredità. Negli affari domestici non aveva voce sui figli, sulla casa o su se stessa. Poteva essere anche venduta o abbandonata dal marito. Non poteva divorziare, anche in caso di violenza o abuso da parte del coniuge, e l’istruzione che riceveva era scarsa.
Insomma una condizione estremamente dimessa che, specie se associata al ruolo di miscredente, ossia di non aderente alla religione musulmana, autorizzava moralmente qualunque forma di violenza fisica e sopraffazione morale nei suoi confronti.
Tale considerazione è continuata nel sistema sociale introdotto dall’islam al punto che nel Corano, il libro sacro da cui i musulmani traggono precetti religiosi e immutabili regole di vita, è riportato a chiare lettere:
Sura IV, v. 34: “Gli uomini sono anteposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre”; Sura IV, v. 11: “Ecco quello che Allah vi ordina a proposito dei vostri figli: al maschio la parte di due femmine”; Sura II, v. 282: ”Chiamate ad assistere due testimoni, se non sono due uomini, siano un uomo e due donne, perché se una di esse dimentica, l’altra la faccia ricordare”; Sura II, v. 187: “Vi è reso lecito, durante la notte sul Ramadam, il sollazzarvi con le vostre donne”; Sura IV, v. 25: “Se dopo il matrimonio [le donne] commettono un’infamità, abbiano la metà della pena che spetterebbe alle donne libere”; Sura V, v. 6: “O credenti, quando vi accingete alla preghiera lavatevi la faccia e le mani. Se avete toccato donne, e non trovate acqua, cercate della polvere pulita e passatevela sulla faccia e sulle mani”; Sura II, v. 221: “Non sposate le donne atee o idolatre finché non avranno creduto, perché certamente una schiava credente è meglio di una donna politeista, anche se questa vi piace”; Sura IV, v. 3: “Sposate allora le donne che vi piacciono, due, tre o quattro…”; Sura II, v. 229: “Un uomo può divorziare da sua moglie per mezzo di una dichiarazione pubblica, mentre la moglie non possiede tale diritto: il ripudio v’è concesso due volte”; Sura IV, v. 34: “Quanto a quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti, poi battetele”; Sura II, v. 223: “Le vostre donne sono come un campo per voi, venite dunque al vostro campo a vostro piacere”.
Questi insegnamenti coranici, forse accettabili dal comune sentire all’epoca di Maometto, non si può sperare possano essere revisionati neppure oggi, a distanza di secoli, in quanto nell’Islam nessun uomo, poiché entità imperfetta, può correggere quanto asserito da un’entità perfetta quale quella divina. Questi precetti inducono, se non a simpatizzare con gli aggressori di Rimini, a restare sostanzialmente indifferenti considerando la donna, specie se non di religione islamica, poco più di un oggetto anche da parte delle menti più moderate, Chi tra i buonisti nostrani giustifica l’immagine della donna con lo hiyab dimentica, o vuole distogliere lo sguardo, da come gli uomini di quella comunità trattano le donne e, in particolare, di come considerano quelle senza velo come le europee: esse sono esseri di facili costumi, senza alcuna diritto di dignità umana, di cui potersi impunemente servire per sfogare i più bassi istinti punendole della loro condizione di infedeli miscredenti.
Tale mentalità retrograda e oscurantista, evidentemente, alligna anche nei giovani extracomunitari che apparentemente, solo apparentemente, si sono bene integrati nella nostra società. Difatti il primo commento sull’accaduto di Rimini è stato lasciato da un individuo a suo modo colto (studia giurisprudenza in Italia), giovane poiché appena ventiquattrenne, accettato pienamente nel tessuto sociale italiano al punto che gli è stato affidato il delicato ruolo di “mediatore culturale” ossia di indirizzo ai connazionali provenienti dal continente africano. Questo mediatore culturale, nella sua improvvida spontaneità, ha perfettamente reso l’idea di qual’é la considerazione della donna in talune culture che tanto ci sforziamo di assimilare. La cooperativa sociale nelle cui fila ha lavorato questa “risorsa culturale per l’Italia” ha preso le distanze ma resta il fatto che se questi sono i moderati, ossia coloro che dovrebbero essere la nuova generazione di musulmani italiani, figuriamoci come pensano e come agiscono i non moderati. Probabilmente come i feroci assalitori della sfortunata coppia.
Del resto in buona parte del mondo islamico si assiste a violenze sulle donne di ogni genere e non è raro avere notizia di lapidazioni per il solo fatto di avere avuto, anche se sotto costrizione o temendo per la vita, rapporti sessuali al di fuori di quelli coniugali.
Non a caso DABIQ una delle patinate riviste di propaganda che l’ISIS diffonde grazie al dark web, riporta spesso articoli che giustificano, anzi incoraggiano sulla base di motivazioni religiose, una condizione della donna succube e dimessa, totalmente assoggettata alle esigenze e ai capricci dell’uomo islamico.
Tornando nel continente africano, da dove pare provengano i feroci assalitori di Rimini, i casi di rapimento di donne da parte dell’organizzazione terroristica jihadista sunnita Boko Haram, che letteralmente significa «l’istruzione occidentale è proibita», sono tristemente all’ordine del giorno. Ragazze adolescenti o addirittura bambine rapite e ripetutamente violentate dopo aver assistito alla barbara uccisione dei propri familiari e poi fatte diventare schiave sessuali a perenne disposizione dei guerriglieri dell’organizzazione.
Non si tratta quindi di razzismo, come qualcuno vorrebbe dare a intendere, ma di prendere atto che tali persone hanno un modello culturale diversissimo dal quello europeo ed occidentale basato sull’uguaglianza dei diritti tra uomo e donna, sulla libertà, sul rispetto di tutti.
Anzi, a ben vedere, si potrebbe forse parlare di prove di razzismo all’incontrario.
La verità, infatti, è che moltissimi di coloro che giungono in Italia e in Europa dai paesi africani non hanno alcuna volontà di integrazione. Noi possiamo accoglierli quanto vogliamo ma la vera differenza con l’immigrazione del secolo scorso in paesi come gli USA, il sud America e l’Australia da parte dei nostri connazionali è proprio su questo punto: gli italiani emigrati all’estero espatriavano con l’aperura mentale di volersi integrare nelle nuove comunità mentre questa nuova genia di emigrati lo fa quanto meno con l’idea della soft-jihad ossia con l’intento di esportare, e col tempo imporre, il proprio modello culturale nelle società ove si stabiliscono. Tra poco, ad esempio, inizieranno nuovamente le scuole e, sicuramente, si ricomincerà a discutere se mantenere il crocifisso nelle aule oppore no. Chiaramente si tratta di un falso problema assurto però agli onori delle cronache, dopo appena duemila anni di pacifica accettazione, solo da quando si è registrata una maggiore presenza di immigrati di cultura islamica nella nostra utenza scolastica. Insomma è un po’ come se gli italiani giunti negli Usa a cavallo tra la fine ottocento e la prima metà dello scorso secolo, una volta resisi conto di essere diventati un buon numero, avessero voluto imporre di non giocare più a baseball nelle scuole americane perché a loro piaceva che i figli giocassero al calcio. La maxi manifestazione religiosa avvenuta a Napoli solo ieri l’altro, nella strategia propagandistica del numero chiama numero, è proprio espressione della soft jihad.
In quest’ottica, proprio le colombe che appaiono oggi come maggiormente dedite a sostenere le tesi dell’accoglienza indiscriminata e buonista in virtù di un ideale “volemose bene” universale, forse non si rendono conto che stanno invece ponendo le basi di una situazione esplosiva: forse saranno proprio loro gli inconsapevoli catalizzatori di sanguinosi conflitti in terra d’Europa.
In ordine al fattaccio di Rimini, ed è davvero un’agenzia giunta da poco, pare che due nordafricani del violento branco, si siano costituiti. Ma non ci illudiamo che l’abbiano fatto per un senso di rimorso quanto solo, visto che il cerchio degli inquirenti si stava stringendo inesorabilmente intorno a loro, per approfittare degli sconti di pena che questo comporta. Probabilmente, vista anche la loro giovane età e le nostre leggi davvero permissive, faranno poco o nulla di galera.
D’altra parte sul web gira un modo di dire, che a ben vedere non lo é poi tanto, secondo cui questa marea umana penetra spavaldamente nel nostro bel Paese al motto di: “Vi invaderemo grazie alle vostre leggi democratiche e vi domineremo con le nostre leggi religiose”.
La triste conclusione di questa amara vicenda é che l’inserimento acritico e massiccio di tali “risorse culturali” nel tessuto della nostra società, viste le avvisaglie di nessuna volontà di reale integrazione da parte loro a un modo di vivere civile, non può che indurre a ritenere che vi sarà un futuro fatto di involuzione, violenza e negazione dei diritti umani facendoci ripiombare in un oscuro medio evo simile ai tempi bui antecedenti il nostro rinascimento.
In fin dei conti noi italiani, popolo di cultura greco-romana, siamo già nell’anno 2017. Loro a ben vedere, come del resto ci dovrebbe ammonire il calendario musulmano, solo nel 1439.

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