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25 Ottobre 2020

La Cina conquista l’Africa (e forse il mondo)


La Cina sta costruendo in Angola e in tutta l’Africa città quasi del tutto vuote. Vi raccontiamo il perché.

All’incirca dal 2011 in molti Paesi africani, e in principal modo in Angola, stanno sorgendo nuove città, con tanto di edifici abitativi, servizi, centri commerciali, ospedali, cliniche e quant’altro una normale città dovrebbe avere.
L’unica cosa che manca è la popolazione.
Ad esempio, Nova Cidade de Kilamba, sorta nei pressi di Luanda, è una città “fantasma” che potrebbe ospitare oltre cinquecentomila persone ma che in realtà ne conta a malapena cinquemila!
Questa è solo una delle tante città che la Cina sta costruendo in Africa e a quanto pare il fenomeno non accenna a fermarsi.
Ma perché i cinesi sono così interessati a creare nuove città in Africa?
Facciamo un passo indietro: a partire dalla fine degli anni ’90 la Cina ha iniziato a investire il proprio surplus monetario acquistando pezzi dei debiti sovrani di molti stati occidentali (tra cui anche l’Italia). Chi ne ha maggiormente fatto le spese è stato proprio il Paese che più di tutti aveva debito da offrire, ossia gli Stati Uniti, che oggi vedono il debito pubblico nazionale in mano al governo cinese per una percentuale stimata oltre al 75%.
E’ chiaro che il possesso di così tanti bond dia origine a interessi che nel giro di una decade sono diventati mastodontici. Cosa fare dunque di tanto denaro?
Gli investitori cinesi, spinti dal governo di Pechino, hanno quindi dato il via ad una massiccia operazione finanziaria. Per il momento basti sapere che operazioni come quella che ha fatto sorgere Nova Cidade de Kilamba hanno un valore di circa 3 miliardi di dollari, e il fatto che la maggior parte degli alloggi siano rimasti invenduti non sembra preoccupare minimamente il governo cinese.
Infatti, un fiume di denaro continua a riversarsi in Africa, e città “fantasma” come questa ne stanno sorgendo a decine.
Se volete avere un’idea più chiara di cosa siano queste città, è sufficiente fare una rapida ricerca su YouTube. Filmati grotteschi mostrano che Nova Citade de Kilamba è composta da circa 750 edifici abitativi di otto piani ciascuno, oltre a circa una dozzina di scuole e più di 100 locali commerciali.
Il problema è che non ci sono abitanti. Anche facendo una ricerca con le immagini da satellite di Google Maps si nota come le strade siano deserte e non vi siano persone in giro. Anche le auto parcheggiate sono veramente poche per una città che dovrebbe ospitare mezzo milione di abitanti!
Ma queste strane città fantasma sono realmente destinate alla popolazione africana?
Il fatto che da anni queste megalopoli siano rimaste praticamente disabitate pare si debba a due semplici spiegazioni: la prima è che non ve ne era alcun bisogno, la seconda che la bolla speculativa ha fatto crescere i prezzi del mercato immobiliare in Angola almeno del 40% rendendo impossibile proporle alla popolazione locale, assai povera, che ancora vive in case prive di acqua corrente elettricità, e servizi.
Si apprende che il prezzo medio di un appartamento in questa città è di circa novantamila euro, mentre il reddito medio della popolazione angolana non consente quasi a nessuno di vivere altrove che nelle baraccopoli.
In Angola non esiste il ceto medio: sono tutti molto poveri o molto ricchi. Ma allora perché numerose “Chinatown” stanno nascendo in tutta l’Africa, dalla Nigeria alla Guinea equatoriale, nel Ciad, nel Sudan, ma anche in Zambia, Zimbawe e Mozambico?
Il motivo va ricercato nel fatto che da anni la Cina cerca una soluzione al sovraffollamento, tanto da considerare l’Africa come uno sbocco quasi obbligato per smaltire parte della popolazione e per creare un’alternativa sostenibile all’imminente scarsità di risorse naturali. Per tale ragione l’Africa è vista come un investimento fondamentale per il futuro della popolazione cinese.
Questo neocolonialismo strisciante potrebbe portare – in un futuro non troppo lontano- il continente nero a diventare una sorta di “provincia d’oltremare” della Cina.

Vista dal satellite di Nova Citade de Kilamba
(Fonte: Google Maps)

Citando Trevor Ncube, un importante uomo d’affari africano con interessi editoriali di tutto il continente: “I cinesi sono dappertutto. Se in passato gli inglesi sono stati i nostri maestri, oggi i cinesi hanno preso il loro posto”.
La Cina è il più grande importatore di “commodities” al mondo (soprattutto metalli, rame cobalto, alluminio, ferro): circa l’80% delle forniture mondiali va a finire in Cina dove anche il consumo di petrolio è cresciuto del 3500% dal 2007 ad oggi! La popolazione cinese è triplicata dal 1970 ad oggi, passando da 450 milioni di abitanti a quasi 1,3 miliardi. Per queste ragioni il governo cinese ha lanciato il programma politico “Una sola Cina in Africa”, una specie di lotteria nazionale che permetterà a molti di lasciare il paese e stabilirsi nel continente “satellite”.
Anche se quasi nessuno se n’è accorto (e i nostri governi si sono guardati bene dal farcelo sapere, preoccupati di infastidire il più grande partner commerciale) almeno 750 mila cinesi si sono già trasferiti in Africa nell’ultimo decennio!
Il governo di Pechino ha messo in atto un piano studiato nei minimi dettagli nel corso di anni, forse decenni, per trasferire alla chetichella oltre 300 milioni di cittadini cinesi in Africa e risolvere così i problemi di sovraffollamento e quelli connessi: inquinamento, carenza di risorse, ecc.
L’Angola sembra essere la testa di pone di questo gigantesco sbarco: si aprono nuove strade, ponti, ferrovie. E la situazione sembra essere identica in molti altri Paesi africani, mentre la nuova borghesia cinese si fa notare per gli acquisti lussuosi, le auto di grande cilindrata che ormai sfrecciano in molte città africane e il tenore di vita decisamente fuori luogo in quei territori.
I mercati si stanno riempiendo di merci e abiti “Made in PRC”, mentre migliaia di ettari di foreste vengono disboscate illegalmente per fornire il legname richiesto dai nuovi “conquistadores”, che come hanno già dimostrato nel corso dei passati decenni, non si fanno alcuno scrupolo di depredare la natura e l’ambiente per i loro scopi.
Basti pensare che la domanda cinese di legname rappresenta circa l’80% dell’intera produzione africana. Per questo motivi intere foreste vergini sono già state distrutte, senza che l’ONU, il WWF o qualsiasi altra organizzazione sventolasse nemmeno una velina in una redazione giornalistica.
Per giunta, le concessioni minerarie acquisite dai cinesi non si contano più, mentre migliaia di nuovi schiavi neri lavorano per la favolosa paga di meno di un dollaro al giorno per estrarre oro, diamanti e tutti i minerali che servono a Pechino.
Migliaia di chilometri di ferrovie sono state costruite dai cinesi per il trasporto di miliardi di tonnellate di legname tagliato illegalmente: foreste incontaminate sono state distrutte per coprire il fabbisogno di legname della Cina che equivale al 70% di tutta la produzione Africana. Inoltre, il territori è stato sventrato per l’estrazione di diamanti e oro.
Il governo angolano ha inoltre stabilito (si ritiene non senza un tornaconto personale dei suoi membri) che il 70% dei lavori pubblici sia appaltato ad imprese cinesi, la maggior parte delle quali non impiega personale angolano.
A questo proposito, pare addirittura che serpeggi malcontento tra la popolazione indigena giacché, mentre la cantieristica europea usava servirsi di “generi di conforto” locali, i nuovi arrivati si portino anche le prostitute dall’Oriente! Anche molti nuovi ristoranti sorti in tutta l‘Africa servono solo cibo cinese e non permettono l’ingresso ai negri.
Nell’ambizioso piano cinese, nemmeno l’aspetto culturale è stato tralasciato: dietro la sponsorizzazione governativa stanno sorgendo in tutta l’Africa centri culturali denominati “Istituto Confucio”, con l’intento di insegnare alla popolazione locale la lingua cinese e le tecniche per entrare in rapporti d’affari nel modo giusto con i nuovi “padroni”.
A prima vista tutto ciò appare semplicemente come un enorme esodo programmato, con tutte le necessarie implicazioni economiche e sociali.
In realtà c’è un risvolto molto più bieco in questa gigantesca operazione, ovvero l’interesse moralmente insostenibile della Cina a fomentare le guerre tra Stati e le guerre civili tra le stesse popolazioni africane. In questo modo altri milioni di dollari piovono ogni anno nelle casse dei fabbricanti d’armi cinesi, grazie alle connivenze dei capi di stato africani, il più delle volte individui corrotti messi a capo di governi fantoccio dagli interessi occidentali, che non hanno esitato a mordere la mano dei loro benefattori nel momento in cui si sono resi conto che il vento stava cambiando.
D’altro canto la Francia, il Regno Unito e la Germania (e anche il Belgio, che ancora vive di molti interessi post-coloniali), chiudono volentieri un occhio su quanto accade, non solo per non inimicarsi il più forte share-holder del loro debito pubblico, ma per non perdere al possibilità di estendere il giro d’affari dalla vecchia Cina asiatica alla nuova Cina africana!
Tante parole sono state scritte e dette in merito a che fine fanno i soldi che giungono in mano ai governi fantoccio dell’Africa e negli ultimi tempi anche da noi non si parla d’altro che di “aiutarli a casa loro”, di hot spot in terra d’Africa e così via Macrondicendo.
Sorge il dubbio che sia tutta una facciata: è ben noto che i soldi raccolti dai trafficanti di uomini vadano a finire su conti cifrati negli Emirati Arabi, dietro ai quali si celino gli stessi governanti africani che spingono sempre più i loro popoli verso il genocidio pur di lucrare sulla pelle di quei poveracci. Il fatto che i diritti umani non siano tenuti in nessun conto da costoro non è certo un problema per i cinesi, abituati allo stesso regime dai tempi di Mao.
E il comportamento della Cina non fa che incrementare tutto ciò, favorendo la corruzione in una terra dove quasi un miliardo di persone non ha di che sfamarsi.
Ma il modus operandi di Pechino, a cavallo tra la locusta, un condor e un fungo saprofita, sembra dimentico di ogni scrupolo morale, giungendo a sfruttare le risorse di un continente senza nessun riguardo al futuro.
Con la filosofia del “finché dura” i cinesi continueranno a depredare finché in Africa non vi saranno più minerali, petrolio, foreste e altri beni a loro utili.
A meno che qualcuno li fermi.

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