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25 Ottobre 2020

Consumatori e piccole imprese: mucche da mungere


In Italia non c’è bilanciamento tra lo strapotere degli operatori degli erogatori di servizi di telefonia, TV ed energia, ed i consumatori.
Questi, infatti, sono costretti a subire le angherie dei grandi gruppi a cui, volenti o nolenti, si devono rivolgere per avere una linea telefonica, vedere la TV, potere usufruire della corrente elettrica o il gas, oppure mantenere un conto corrente bancario.
E’ esperienza comune aver ricevuto la classica lettera di mutamento unilaterale delle condizioni contrattuali da qualcuno (o forse più d’uno) di questi operatori commerciali.
Ovviamente il consumatore, che in teoria potrebbe recedere dal contratto senza subire penali, non può che chinare la testa allo strapotere di questi operatori che si fanno forza del trading globalizzato a cui, strenuamente, ci vogliono votare taluni politici.
A che varrebbe recedere dal rapporto con un dato istituto di credito, ad esempio, se poi tutti operano in eguale maniera?
L’alternativa, oggi non più praticabile a meno di non rinunciare a servizi essenziali, sarebbe prosciugare il conto corrente e mettere i risparmi sotto la mattonella come facevano i nostri avi.
Analoghe iniziative di recesso, anche questa non fattibile al giorno d’oggi, sarebbe da intraprendere nei confronti di società telefoniche, energetiche o TV.
Ma i grandi gruppi industriali, quelli che usufruiscono dei benefici del mercato globale, sanno benissimo che il consumatore nostrano semplicemente non può estinguere il conto in banca e, oramai, non può più rinunciare alla TV o al telefonino.
E di questo stato di indotto bisogno, si approfittano.
Confessate: chi non ha mai chiamato al call center di una di queste grandi società e si è sentito trattare con sufficienza? Addirittura qualche gruppo non consente neppure di avere a che fare con operatori umani, riservando ai loro clienti-mucche solo la possibilità di interfacciarsi con sistemi risponditori automatizzati.
Contando sull’asimmetria dei rapporti di forza che esiste da loro e il singolo cliente privato, questi nuovi potenti decidono unilateralmente di cambiare le condizioni contrattuali, guarda caso sempre e solo a loro favore.
E’ il caso delle compagnie telefoniche che, sulla scorta di una apertura in deroga concessa dall’Autorità di vigilanza esclusivamente ai contratti di telefonica cellulare, si stanno tutti rimodulando in modo da considerare i periodi di fatturazione, prima mensili, su una base di quattro settimane.
Sembra la stessa cosa ma è appena il caso di fare notare che se in un anno ci fossero quattro settimane ogni mese, allora un anno di dodici mesi contemplerebbe solo quarantotto settimane e non, come invece è nella realtà, cinquantadue!
Nella buona sostanza, così facendo, queste società riescono a mungere una mensilità in più dalla loro impotente clientela così che le mensilità da corrispondere in un anno solare diventano tredici e non più dodici con un aumento di spesa per ogni famiglia di oltre l’otto per cento su telefonici, canoni TV, energetici etc. etc.. Ciò, nonostante una delibera dell’Agcom dello scorso marzo che, in teoria, vietava tassativamente agli operatori tale escamotage in danno dei consumatori.
Andi tali società si sono addirittura rivolte al Tar del Lazio per vedere riconoscere il loro (presunto) diritto di spadroneggiare sui loro clienti-mucche e ora si deve solo sperare che il Tribunale amministrativo adito riconosca, invece, la illiceità di tali iniziative.
Nel frattempo da Agcom si apprende che la stessa avrebbe aperto un fascicolo a carico degli operatori che non hanno ottemperato alle sue indicazioni di eliminazione della tredicesima mensilità ma, fino ad ora, tale organismo di controllo sembra non avere il potere adeguato per ottenere risultati concreti.
Passando apparentemente ad altra notizia la CGIA di Mestre, ossia l’Associazione Artigiani e Piccole Imprese, ha denunciato la crisi del settore del commercio minuto strozzato dalla distribuzione degli ipermercati.
Nella buona sostanza, stanno scomparendo gli esercizi commerciali di quartiere perdendo, nel solo anno 2016, venticinquemila attività e quattrocentomila posti di lavoro.
Ma il dato non deve solo fare riflettere in ordine alla negativa ripercussione occupazionale quanto anche sulle ripercussioni che la perdita del commercio minuto induce nella qualità della vita nei centri urbani.
Basta ricordare, infatti, che è grazie alle botteghe e ai negozi di vicinato che i quartieri rimangono vivi e non diventano esclusivamente quartieri dormitorio dove, cioè, al calare del sole si attua una sorta di coprifuoco.
Questo, è appena il caso di ricordarlo, è l’humus favorevole allo sviluppo di micro e macro criminalità che, col favore delle tenebre, diventano padrone di vie e piazze deserte come risulta ben noto agli abitanti di quelle anonime periferie tanto care agli architetti di sinistra della seconda metà del secolo scorso.
Lamterza notizia da commentare è costituita dal dato inerente il numero di controlli fiscali compiuti negli ultimi periodi dall’Agenzia delle Entrate. Su un totale di 746.000 controlli, ben 362.000 hanno dato luogo a un potenziale recupero di maggiore imposta non superiore a 1.549 euro. Analogamente a fronte di soli 2.367 controlli subiti dalle grandi imprese, le aziende di media dimensione sono state controllate 11.120 volte e i piccoli operatori economici, ossia i professionisti, ben 104.162 volte.
In tutte e tre le notizie sopra riportate, la chiave di lettura sembra essere sempre la stessa e cioè che l’attuale sistema economico mondiale e globalizzante è forte coi deboli, ossia i consumatori e i piccoli contribuenti, e debole coi forti gruppi economici che hanno tanto a cuore le logiche della globalizzazione.
Nonostante tutti i guasti che tale modo di procedere comporta ai privati e alle piccole e medie imprese, che dovrebbero essere il vero tessuto economico italiano, Draghi (Presidente della BCE, la banca centrale europea), dal raduno dei banchieri centrali organizzato dalla Federal reserve a Jackson Hole nei giorni scorsi in Wyoming (USA), ha ancora difeso la globalizzazione dei mercati insistendo con lo spauracchio dei pericoli del protezionismo. Il banchiere, difatti, ha rilevato che ci sono ambiti dove le politiche nazionali possono incidere per la crescita della produttività come la concorrenza, ricerca e sviluppo ma “quando pensiamo all’economia globale una delle chiavi per la produttività è l’apertura”. “Apertura ai commerci, ai flussi finanziari e agli investimenti” in quanto “giocano un ruolo fondamentale per la diffusione delle nuove tecnologie”. Il presidente della Bce ha poi rilevato anche che “il consenso sociale” rispetto all’apertura dei mercati “in anni recenti si è indebolito” e questa affermazione, detta un po’ tra le righe, tradisce che negli anni passati molto si è lavorato per ottenere, o meglio diremmo noi per indurre artificiosamente, un consenso sociale alle operazioni di globalizzazione dei mercati, di unificazione delle monete, di accettazione dei grandi flussi migratori. Una operazione di lavaggio del cervello delle masse che evidentemente perdura sfacciatamente ancora oggi, nonostante siano sotto gli occhi di tutti le difficoltà di ordine economico, nonché i guasti in ambito sociale e delle identità culturali locali e nazionali, che il sistema globale comporta.

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