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28 Ottobre 2020

L’idea di Patria per Demostene


Demostene non è soltanto un uomo di Stato, che lavora sul piano diplomatico. E’ anche un’espressione della cultura ateniese del secolo IV a.C. E’ una volontà tenace che opera sul suo popolo e vuole riformarlo e rieducarlo nell’ideale tradizione della sua patria. E’, quindi, oltre che uomo politico, profeta e fanatico di un’idea, di una “crociata” panellenica, ben più vera e sentita di quella predicata dall’intellettuale Isocrate. L’identità etnica fra Greci e Macedoni, affermata da molti uomini di cultura, non solo non regge agli studi etnologici, ma non esclude che i Macedoni fossero considerati allogeni, di altra stirpe o nazione anche per grado e cultura, dagli stessi Elleni.
In un primo momento, Demostene (384 a.C. – 322 a.C.) partecipa alla reazione antidemagogica della classe colta e possidente di Atene. In questo gruppo dirigente non arriva ad assestarsi e prosegue per la sua via fino a creare, fra innumerevoli difficoltà, un proprio seguito. Lo anima, pur sempre, il grande ideale civico della tradizione ateniese. Ma in Atene vi è ancora qualcosa di stanco. L’espansione politica della città non ha più la suggestione che Tucidide descriveva nella Atene periclea. Lo sviluppo fatale della politica espansiva in un’egemonia che potesse piegare le altre città, si era rivelato un sogno vano e fallimentare. La ribellione, per due volte, aveva fatto franare in infinite rovine la presunta supremazia ateniese, due volte instaurata. Ogni azione di politica estera sembrava riportare alla posizione infeconda del tentativo egemonico. Vi avevano rinunciato i grandi commercianti ed i banchieri, che ben sapevano di dover pagare, alla fine, le spese di simili insuccessi. Vi aveva rinunciato la moltitudine di coloro che, avvalendosi di mercenari, si erano a poco a poco distaccati dalla disciplina politica. Sopravvivevano, invece, le prevenzioni grette e tenaci di Atene, città particolare, contro le altre città, sia contro Tebe che contro Rodi e Chio, responsabili quest’ultime, del crollo della seconda federazione marittima. I tentativi di Demostene, di superare le angustie, nel senso di una politica di più largo cuore, con i discorsi per i Megalopoliti e per i Rodii, non ottennero alcun successo. Si distacca, quindi, dal ceto dirigente, si distacca da Eubulo. Assale Eschine, punge l’inerzia svogliata dei concittadini, cerca di impiegare i dispendi teatrali per armare navi, sente il pericolo rappresentato da Filippo II, il Macedone; cerca di salvare la consolidata posizione predominante di Atene nell’Egeo settentrionale e ad arrestare Filippo dinnanzi ad Olinto. Ma Demostene non gode ancora di un sufficiente prestigio e i suoi consigli, le sue orazioni infervorate cadono nel vuoto. La rovina di Olinto gli dà ragione, nel momento in cui lui stesso consiglia la pace, che fu detta di Filocrate.
La grande opera di Demostene fu l’organizzazione della guerra nazionale ellenica contro Filippo. E’ vero, fu militarmente sconfitto, così come fu di nuovo sconfitto e costretto a morire nel tentativo di riscossa della guerra lamica, scoppiata subito dopo la morte di Alessandro (323 a.C.), tentativo, l’ultimo, della Grecia di sottrarsi al dominio macedone. Ma, in quanto assertore di una fede e di un ideale, egli si collocò al di sopra delle vicende della guerra. Sarebbe troppo comodo sostenere che la fedeltà alla propria patria e al proprio ideale è doverosa solo quando patria ed ideali sono trionfanti. Indubbiamente, Demostene ha segnato il confine tra la grecità classica, incentrata nella “polis” e la civiltà ellenica che fiorisce in ogni terra, universalistica e che ha assimilato le migliori conquiste del pensiero e della tecnica. Ma questo particolarismo “poliade” della vecchia Grecia, che comunicava al mondo il suo bene e che non doveva rimanere esclusivo, con Demostene ha, comunque, scolpito un ideale di valore eterno e trovato posto nel duro mondo dei Diadochi, gli immediati successori di Alessandro Magno: la libera partecipazione dei cittadini ai destini di una libera patria e la fedeltà ad essa oltre i limiti della fortuna politica e militare. Perciò il vinto oratore si è insediato fra i più grandi, che hanno trasmesso a tutti una parola immortale. E’ questa l’importanza del senso della storia.