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31 Ottobre 2020

Il dragone e l’Italia


La Cina è vicina. Forse troppo. E a valle della visita in Cina del Presidente della Repubblica, accompagnato da un abbronzatissimo Francesco Rutelli (22 febbraio 2017), abbiamo qualche domanda a voce alta da condividere con l’opinione pubblica italiana. Pechino crede nell’Italia (prodotti e scambi). Ma quanto il governo dell’Italia crede in se stesso e nelle sue imprese?
Sovranità è soprattutto non farci invadere dalla biancheria cinese. Infatti il problema non è tanto se si faranno o meno accordi e grandi scambi, ma quanto il nostro Paese tiene davvero alle proprie pmi (NDR: Piccole e Medie Imprese) e al tessuto del commercio, oltre che alla concorrenza leale che, ad esempio a Prato, non c’ è stata: lì il tessile è stato spazzato via dai negozietti cinesi, così come nel basso Salento. Senza dimenticare la piccola distribuzione a Milano e Roma, dove interi quartieri sono stati colonizzati da gruppi di cinesi che, tra l’ altro, acquistano immobili in contanti nel silenzio torbido della politica. Chi tutela il lavoro del commercio nostrano? Chi provvede ad una seria normativa che impedisca la concorrenza sleale di chi produce con un bassissimo costo del lavoro e grazie a manodopera poco chiara? Bisogna portare avanti una battaglia seria perché la contingenza già complessa dell’Italia non venga aggravata da decisioni miopi e figlie della volontà del governo di soddisfare i grandi gruppi, divenuti ormai colonizzatori dello Stivale, di cui ne stanno svilendo professionalità e aspirazioni. Vorrei pormi e darmi delle risposte per far comprendere meglio la politica aggressiva e silenziosa del dragone.
1) La Cina nel MES. Cosa cambierebbe per l’economia europea?
L’importanza di questa decisione risiede soprattutto nella concorrenza sleale praticata dalla Cina. In Europa abbiamo oggi degli strumenti per difenderci. La concorrenza sleale è fatta di dumping e sussidi. Se concediamo alla Cina lo status di economia di mercato, quando ancora non lo è, si indeboliscono pesantemente gli strumenti in mano all’Europa per contrastare la concorrenza sleale. Se vogliamo mantenere una economia sociale mercato – il sistema europeo in cui lavoro e ambiente hanno un valore – dobbiamo difenderci dalla concorrenza sleale.
2) La Cina manipola il mercato europeo. Come?
Abbiamo un esempio recente che lo dimostra. Si tratta dei prodotti costruiti con i cosiddetti “rare earth”, quei materiali che si utilizzano per costruire gli iPhone, gli smartphone o i computer. Non è facile reperirli perché sono pregiati ma sono molto importanti per la costruzione di questi strumenti moderni. La Cina ha fatto una politica di dumping perché ha un grande bacino di questi “rare earth”. L’esito di questo dumping è stato che tutti i produttori australiani, americani e sudamericani sono falliti. A questo punto, la Cina aveva in mano il monopolio della produzione di questi minerali e ha chiuso il mercato cinese impedendo l’esportazione di questi prodotti. Questo è esempio di come funziona la concorrenza sleale cinese: si fa il dumping, si fanno fallire i concorrenti e poi quando la Cina prende il monopolio e si chiude per controllare chi avrà accesso a questi prodotti, che sono essenziali per la vita moderna basata sulla tecnologia.
3) Come si comportano gli altri Paesi?
L’Australia, che è un importante produttore di materie prime, voleva l’accesso al mercato cinese e allora ha sottoscritto un accordo bilaterale. Per facilitare i negoziati di questo accordo, l’Australia ha concesso lo status di economia di mercato alla Cina. All’inizio tutto questo ha funzionato perché l’Australia è stata la prima nazione ad avere un accordo con la Cina, ma adesso tutti i settori in concorrenza con i prodotti mandati dalla Cina in regime di dumping soffrono. Gli strumenti di difesa non funzionano più. Ci sono delle statistiche che lo dimostrano: il numero di cause legali è diminuito del 50%, i dazi sono diminuiti dell’80%, la maggior parte delle denunce fatte dall’industria australiana non sono andate a buon fine. Il sistema non funziona più. In Canada, invece, la situazione è più complicata, perché qualche anno fa ha battuto tutti sul tempo e ha concesso alla Cina lo status. Poi, però il governo ha capito che aveva sbagliato e ha cambiato posizione ritirando la propria decisione.
4) Si può affermare che la Cina sfrutta il mercato nero a proprio vantaggio?
Sì. La politica cinese è una politica di controllo del mercato. Non è un mercato libero come quello europeo. Il suo sistema economico è tutto mirato all’esportazione, alla regolamentazione del commercio con l’estero, dei dazi, dei rimborsi della tassazione prima e dopo l’esportazione, tutto è costruito sul dumping. In Cina mettono dazi per fare girare le esportazioni verso un mercato, poi cambiano per andare su un altro. Questo metodo è figlio di un sistema cinese che è mirato a premiare l’esportazione. 5) L’Europa deve reagire. Come?
Se vogliamo difendere questo sistema dobbiamo fare pressione, parlare con tutti, educare, fare pressione politica per la difesa dei valori europei. Già un lavoro su capital flight e paradisi fiscali del Centro Studi Strategici Internazionali imprenditoriali dell’Università di Firenze svelava che tramite filiali colluse di agenzie di money transfer vengono dunque trasferiti i frutti dello sfruttamento del lavoro nero, della contraffazione e dell’evasione fiscale mediante migliaia di tranches sottosoglia di segnalazione, spesso a nome di persone inesistenti o decedute. Alla base di tutto, purtroppo, vi è spesso la clandestinità, che va ad ingrossare le file della manodopera a nero e a basso costo (proprio perché clandestina), utilizzata dai cosiddetti confezionisti cinesi, i quali guadagnano anche con un altro “trucchetto” fiscale, peraltro incentivato dalle norme della madre patria cinese: sull’enorme flusso del denaro dall’Italia alla Cina può infatti influire anche il fatto che il governo cinese concede un notevole credito di imposta a chi esporta tessuti. Così le fatture in partenza dalla Cina sono sovrastimate (per incassare più credito di imposta), mentre quelle in arrivo in Italia sono sottostimate (per pagare meno Iva e dazi). Il destinatario, però, deve comunque poi pagare la differenza e lo fa appunto, a nero, attraverso i money transfer. I dati della Banca d’Italia, elaborati sulla base delle segnalazioni degli sportelli money transfer, rivelano negli ultimi anni un crollo delle rimesse inviate da Prato e Firenze in Cina, tali dati però sono palesemente contraddetti da quanto invece emerge dalle indagini della Guardia di Finanza che, anche recentemente, hanno dimostrato che solo alcuni money transfer pratesi hanno in realtà inviato in Cina più di tutte le rimesse che risultavano ufficialmente inviate da tutti gli sportelli della provincia di Prato secondo i dati Bankitalia. Recenti indagini hanno inoltre scoperchiato un giro di evasione per centinaia di milioni di euro: importatori di nazionalità cinese ed italiana immettevano nel territorio comunitario merci di origine e provenienza cinese, dichiarando valori imponibili assolutamente “fuori mercato” e comunque apparentemente inidonei a consentire anche la sola copertura dei costi delle materie prime contenute nelle merci importate. Dietro tali elementi c’era dunque il sospetto di contrabbando doganale aggravato di tessuti, oltre alla commissione di altri reati di natura fiscale. La metodologia fraudolenta si basava in particolare sull’utilizzo di aziende, appositamente costituite, c.d. “cartiere”, utilizzate per brevi periodi, prive di una vera e propria struttura operativa (depositi e magazzini), economica e finanziaria, i cui rappresentanti legali, dietro il pagamento di un compenso, accettavano di figurare come titolari o legali rappresentanti delle stesse, senza svolgerne le relative funzioni. Lo schema di tale tipo di frode è (purtroppo) tipico ed ormai ben conosciuto, basato sullo sfruttamento della possibilità di importare beni senza il pagamento dell’Iva attraverso la loro introduzione in depositi fiscali presenti sul territorio nazionale. Il tutto con la complicità di società esportatrici e case di spedizioni, che predispongono o fanno predisporre all’estero la documentazione commerciale e di trasporto necessaria ad aggirare i controlli doganali. Secondo Lapo Cecconi, ricercatore di rete Sviluppo – ente di ricerca spin-off dell’Università di Firenze – le indagini della Guardia di Finanza rivelano sistemi illegali dell’imprenditoria cinese grazie solo ad una regolamentazione dei mercati lacunosa su molti aspetti. Il risultato è che in questi ultimi anni il territorio fiorentino e pratese cosi come l’area vesuviana, che era seconda solo al polo parigino per produzione di abbigliamento, si sono trovati a tentare di “fermare il mare con le mani”: ogni giorno milioni di euro abbandonano queste province, fuoruscendo quindi dal tessuto produttivo locale per dirigersi verso la Cina e altri Paesi. Lasciando per un attimo in secondo piano tutti quegli elementi relativi all’illegalità diffusa e all’evasione fiscale che caratterizza i sistemi che abbiamo descritto, vi è poi un discorso legato alla mancanza di liquidità del territorio, in un periodo storico in cui il sistema bancario evidentemente non sta facendo fino in fondo il proprio dovere di supporto al sistema produttivo. In questo momento siamo come un acquedotto pieno di piccoli fori: se non lo ripariamo per tempo il rischio di restare senza adeguate risorse finirà per diventare sempre più concreto. La concorrenza sleale sui prezzi, di cui parliamo oggi, consente alla Cina di colonizzare i mercati stranieri offrendo condizioni commerciali e prezzi convenienti drogando un mercato che, una volta conquistato e desertificato, vedrà imporsi aumenti dovuti da una mancante concorrenza. Il dumping sui prezzi fa parte di una strategia commerciale ben precisa che opera nel seguente modo. Il Paese produttore di determinati beni esporta quei prodotti ad un prezzo inferiore ai costi di produzione, impone i suoi prodotti ai mercati stranieri, ovvero fa chiudere i produttori di quei mercati e diventa monopolio con conseguente possibilità di imporre prezzi arbitrari e presumibilmente molto più elevati rispetto ai precedenti. Questo tipo di attività sleale non sarebbe possibile nel lungo periodo se dietro a questa strategia non ci fosse il supporto dello Stato compiacente e complice. Nel caso della Cina infatti le aziende che operano in regime di dumping vengono sovvenzionate tramite sgravi fiscali o veri e propri finanziamenti occulti, in modo che possano continuare a produrre sotto costo restando aperte. Il governo di Pechino è da mesi impegnato a livello diplomatico nella promozione di un ambizioso quanto strategico progetto di cooperazione internazionale con cui la Cina ha l’intenzione di assumere la leadership politica, economica e militare non solo dell’area del sud-est asiatico, ma addirittura ambisce a sfidare gli USA nel controllo delle principali materie prime a livello planetario, attraverso la creazione di una rete fittissima di infrastrutture, ferrovie, strade e linee marittime, gasdotti ed oleodotti che mettano in comunicazione la Cina e l’Estremo Oriente con l’Asia, l’Europa ed il Mediterraneo; permettano alla Repubblica Popolare cinese di assumere l’incontrastato controllo politico ed economico di questi territori influendo sui processi politici decisionali delle economie dei Paesi del Sud-Est asiatico, dell’Asia centrale, del Medio Oriente e della stessa Europa; riducano USA, Europa, India e potenze petrolifere arabe emergenti ad un ruolo di comprimari nelle relazioni internazionali ed impongano infine il pericoloso modello del sistema politico economico di libero mercato gestito da un regime totalitario a partito unico, il Partito Comunista cinese. La Cina con la sua politica fatta di falsi sorrisi dimostra che l’ideologia comunista è l’arma bianca del capitalismo più sfrenato.
In conclusione, atteso che i quesiti sopra esposti sono noti agli addetti ai lavori, i vari Mattarella, Rutelli (tra l’altro chi dovrebbe rappresentare a Pechino visto che nessuno lo ha eletto), Gentiloni e Padoan cosa fanno quando sono al Parlamento? Sembra che pensano a svendere paese piuttosto che a proteggerlo! Il CIS a Nola (NDR:una importante area a nord di Napoli dedita al commercio all’ingrosso) tra poco diventerà cinese cosi come i maggiori porti italiani rendendo l’Italia priva di pmi ed un Bangladesh a cielo aperto tutto questo grazie agli amici cattocomunisti al governo. E’ necessario invece opporsi a questo andazzo e difendere il MADE IN ITALY ossia ciò che ci ha reso famosi in tutto il mondo e ci ha reso un Paese (una volta) ricco.