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26 Ottobre 2020

Invasione! (3a parte)


Per quanto riguarda i numeri sulle imprese la situazione non è veritiera come dicono i diversi osservatori (non si capisce però cosa osservino) : Ma che bravi questi immigrati che riescono a mantenere in piedi loro imprese nonostante la crisi: peccato che la campagna di alcuni giornali non tenga conto di una serie di fattori. A fare una panoramica sulla situazione delle imprese è stata La Stampa con un articolo introdotto dall’occhiello “L’Italia delle diseguaglianze”. Sono 550mila come riporta il quotidiano torinese le imprese gestite da stranieri che nel 2017 hanno prodotto 96miliardi di valore aggiunto. Le start-up restano ancora poche, ma l’80% delle ditte sono individuali. Le imprese a gestione immigrata rappresentano quasi un settimo di tutte le ditte individuali del Paese (13,6%) e meno di un ventesimo delle società di capitale.Ci si chiede però in che misura queste aziende in mano agli immigrati paghino i contributi al personale di cui si avvalgono. Essendo principalmente imprese individuali, è evidente che i costi di gestione sono molto più bassi e in caso di cessazione dell’attività sono più facili da chiudere e magari anche da rivendere. Ecco, dunque, un primo indizio sul tipo di imprese che “eroicamente” riescono a sopravvivere a una crisi che ha letteralmente travolto le realtà italiane. Lo scorso maggio, l’allarme lanciato dal presidente di Rete Imprese Italia, Massimo Vivoli, parlava della chiusura di oltre 390 aziende al giorno. Tra le cause principali c’è stata la morsa in cui le imprese si sono trovate schiacciate, tra un mercato interno in stallo e l’aumento del prelievo fiscale, tra il crollo del credito e l’incremento del peso di adempimenti inutili e costosi. A nessuno, inoltre, sarà sfuggita l’enorme quantità di negozi gestiti da stranieri presenti in molte città italiane come la Capitale. È il caso dei banglamarket, esercizi commerciali che riescono ad ottenere licenze in tempi velocissimi ed essere aperti tutto il giorno, anche negli orari vietati a negozi gestiti da italiani. Molto spesso si tratta di frutterie che però non si sa per quale concessione straordinaria diventano call center o rivendono anche alcolici, evadendo l’Iva o in barba a qualsiasi legge che regola il suolo pubblico.Si tratta molto spesso, quindi, di vera e propria concorrenza sleale, fatta a danno di esercizi gestiti da connazionali che si sono trovati costretti a chiudere la propria impresa. Forse quando La Stampa parla de “l’Italia delle diseguaglianze” si riferiva proprio a questo…Ormai, le imprese straniere spadroneggiano nel commercio su area pubbliche: gli ambulanti allogeni sono circa 107.300, il 53,5% del totale. A livello macro, i settori con una quota maggiore di imprenditori di nazionalità non italiana sono il commercio all’ingrosso e al dettaglio (206.767 imprese), seguito dall’edilizia (130.567 imprese) e da alloggio e ristorazione (43.683). Il boom di imprese straniere è stato particolarmente forte nelle grandi metropoli e nelle città’ d’arte: oltre un quinto degli imprenditori non italiani (il 22,5%), infatti, si concentra in soli sette centri urbani: Roma, Milano, Napoli, Palermo, Bologna, Firenze e Torino. Guardando ai numeri assoluti, è Roma la capitale dell’imprenditoria straniera, con oltre 48.413 attività non italiane, cresciute del165% negli ultimi sei anni. Seguono Milano (33.496) e Torino (16.660). Ma a registrare il tasso maggiore di stranieri è Firenze, con 7.684 imprese, il 17,3% del totale. Questi numeri, però, destano qualche sospetto anche in associazione datoriale non ostile ai fenomeni migratori. Secondo Bussoni “rimane il dubbio che molte di queste attività pratichino forme di concorrenza sleale. Un dubbio corroborato non solo dalle segnalazioni delle altre imprese, che arrivano in continuazione ai vari ministeri, ma anche dai dati fiscali. Nel commercio ambulante, ad esempio, risultano conosciute al fisco solo 60mila delle oltre 193.000 imprese iscritte ai registri camerali”.C’è inoltre la questione del turn over, ossia il rapporto tra aperture e chiusure. Mediamente è il 24%, il doppio di quello delle attività italiane. In alcuni settori del commercio e dei servizi è poi ancora più elevato: è il caso dei centri benessere, in cui aperture e chiusure in un anno sono più della metà delle imprese (54%). Da spiegare anche i livelli di turnover  per frutta e verdura, ambulanti, autolavaggi, attività di alloggio, ristorazione con asporto, bar, lavanderie, barbieri e parrucchieri. Come è possibile tutto ciò?  Migliaia di persone che conoscono poche parole d’italiano fanno passaggi di proprietà come se fossero dei broker. È chiaro che dietro questa miriade di negozi ci sono organizzazioni che operano al limite della legalità. Purtroppo, però la magistratura non pare interessata a tali fenomeni. E forse i giudici hanno le loro ragioni. Come non ricordare il caso del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro. Il giudice catanese si è trovato nei guai per detto che alcune Ong aiutano gli scafisti. Non meravigliamoci, dunque, se quando le toghe sentono parlare di migranti si girano da un’altra parte. L’onda lunga della grande sostituzione travolge anche i piccoli esercenti con la complicità degli apparati dello stato che dovrebbero difendere la nazione. Mi si domanderà ,ma scusa i controlli della guardia di finanza e dei Nas? “Basta far fallire fittiziamente la propria attività dopo la seconda ispezione. L’escamotage – spiega un commerciante italiano che vuole restare anonimo e che è prossimo alla chiusura del suo negozio – sta nel non avere nulla di intestato, di essere un fantasma senza domicilio fiscale e beni “materiali” attaccabili dallo Stato (quindi da Equitalia) e in caso di sanzioni non pagate non si incappa in fermi amministrativi o altre multe che noi italiani dobbiamo pagare inevitabilmente”(da il fatto quotidiano). Senza questo stratagemma sarebbe difficile aprire, e soprattutto tenere in vita, un’attività semplice come quella del minimarket. Se, infatti, l’apertura della partita Iva in sé non ha costi particolari e, l’acquisto dei libri contabili e del registratore di cassa ammonta intorno ai mille euro, a pesare sono l’eventuale acquisto della licenza di somministrazione (che varia da 100mila a 1 milione di euro), l’iscrizione all’Inail e soprattutto all’Inps, la cui spesa minima si aggira intorno a 2800 euro. Un commerciante che rientra nell’aliquota Irpef più bassa, a fine anno, pagherà più di 6mila euro di tasse senza considerare affitto, bollette e acquisto merci. “Ma se ha una ditta con due dipendenti i costi variano a seconda che si usufruisca degli sgravi fiscali del jobs act oppure no. In questo secondo caso l’aliquota da versare all’Inps è pari al 38% e ciò significa che una busta paga netta di 1100 euro al titolare costa 1600 euro per un totale di 18/19mila euro annui a dipendente. Alla fine, perciò un commerciante con un utile netto di 10mila euro e 2 dipendenti alle spalle spende annualmente 28/30 mila euro di tasse, escluso affitto, bollette e acquisto della merce”. Alla luce di questi numeri pare difficile credere che i commercianti italiano possano competere con certe attività commerciali gestite da extracomunitari che hanno 4 o 5 dipendenti in busta paga e che restano aperte anche 12 ore al giorno. Sorge il dubbio di essere di fronte all’ennesimo caso di razzismo all’incontrario in cui a essere discriminati sono gli italiani onesti. L’accoglienza, infatti, non basta più. E non è soltanto la Chiesa a rendersi complice di questa invasione ormai programmata. La Region Sardegna, infatti, ha annunciato, proprio a fine dicembre, una nuova iniziativa economica dell’Assessorato regionale al Lavoro che, dal 6 marzo al 17 marzo, accoglierà le domande relative al progetto “Diamante Impresa”. Di cosa si tratta? Di finanziare, all’interno di un programma denominato IMPR.INT.ING., la nascita di imprese formate esclusivamente da immigrati al fine di accrescerne l’occupazione, come recita del resto il titolo dell’avviso. “L’obiettivo dell’avviso”, viene poi spiegato, “è quello di selezionare i soggetti attuatori, con significativi livelli di esperienze e competenze, per garantire ai cittadini di Paesi Terzi, motivati a mettersi in proprio, un supporto qualificato e personalizzato di assistenza e consulenza per la creazione di nuove iniziative d’impresa. Destinatari dell’intervento sono i cittadini di Paesi Terzi che abbiano compiuto la maggiore età, senza distinzione di genere, compresi coloro che hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Sono ammessi i richiedenti asilo e i rifugiati. I destinatari devono essere disoccupati e residenti o domiciliati in Sardegna da almeno sei mesi e almeno il 49% degli immigrati selezionati dovranno essere donne”. Due milioni di euro pare sia lo stanziamento che riceveranno gli immigrati. Alla faccia delle pari opportunità e del razzismo. Intanto dalla Sardegna passiamo al Lazio, per un’altra notizia forse meno sensazionale ma allo stesso modo ‘curiosa’ e significativa: poco tempo fa , infatti, è scaduto il termine per la domanda di partecipazione al progetto “Acquisizione di competenze in social media marketing” presentato da Alfor Pontina in collaborazione con Service Lazio 2000 insieme, ovviamente, al cofinanziamento dell’Unione Europea e all’immancabile patrocinio della Regione Lazio. Di cosa si tratta stavolta? Sicuramente avrete già indovinato. Perché, anche in questo caso, si tratta di un corso di formazione con una particolarità: metà dei destinatari saranno immigrati e sarà prevista un’indennità di frequenza. In breve, un unico progetto, soggetto ad un duplice bando: l’Azione A si rivolge ad un pubblico potenziale di 18 disoccupati e/o inoccupati laureati o diplomati, l’Azione B, invece, è esplicitamente riservata agli immigrati, senza nessun requisito dal punto di vista del titolo di studio. In breve, un capitolo a parte creato ad hoc per farli rientrare in graduatoria. Un’operazione di certo un po’ più fine ma non meno subdola dal momento che, dopo tutto, a finanziare in tutto o in parte sono, anche in questo caso, le nostre tasse. Per ultimo la beffa detrazioni : La norma parla chiaro. Scorrendo il testo delle istruzioni per la compilazione della dichiarazione dei redditi delle persone fisiche, aggiornato con provvedimento dell’11 aprile 2017 e visibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate, a pagina 18, punto 4, si legge che: «Sono considerati familiari fiscalmente a carico i membri della famiglia che nel 2016 hanno posseduto un reddito complessivo uguale o inferiore a 2.840,51 euro, al lordo degli oneri deducibili». Poi, dodici righe più sotto: «Possono essere considerati familiari a carico, anche se non conviventi con il contribuente o residenti all’estero: il coniuge non legalmente ed effettivamente separato; i figli (compresi i figli, adottivi, affidati o affiliati) indipendentemente dal superamento di determinati limiti di età e dal fatto che siano o meno dediti agli studi o al tirocinio gratuito». Sarebbe questa quindi la falla che consente anche agli immigrati di poter usufruire delle detrazioni d’imposta .Gli stranieri possono mettere familiari a carico anche se gli stessi familiari non sono mai stati in Italia. Una situazione paradossale che consente di eludere il Fisco a danno della collettività. Sempre nelle istruzioni per la compilazione, a pagina 19, è riportata una serie di documenti che i cittadini extracomunitari devono avere per richiedere le detrazioni, come per esempio la «documentazione originale rilasciata dall’autorità consolare del Paese d’origine, tradotta in lingua italiana e asseverata da parte del prefetto competente per territorio» o la «documentazione validamente formata nel Paese d’origine, tradotta in italiano e asseverata come conforme all’originale dal Consolato italiano nel Paese di origine». Ma il problema è quando la verifica dei documenti diventa difficile se non impossibile perché nel Paese di origine non c’è un’anagrafe attendibile. Una grana che riguarda Paesi come il Bangladesh. A Venezia la comunità bengalese sembra essere particolarmente preparata sull’iter da compiere per il recupero dell’Irpef. A sollevare la questione, infatti, è un esposto depositato alla Guardia di finanza lagunare da Luigi Corò, presidente del Cmp, un’associazione senza scopo di lucro, che riunisce comitati popolari e singoli cittadini. «Abbiamo tantissimi stranieri dice Corò – che provengono da Paesi dove non c’è l’anagrafe e che dichiarano di avere a carico congiunti nel Paese di origine, senza che ci sia la possibilità per il nostro Stato di verificare». Questo consentirebbe loro di avere una autocertificazione legalizzata e riconoscibile anche dal Prefetto ottenendo il rimborso Irpef.«Un numero elevato di stranieri si legge nell’esposto – che usufruiscono dei servizi, quali: ospedali, strade, trasporto pubblico, senza che questi concorrano alle spese, bensì gravando su tutta l’altra società. Una vera e propria ingiustizia a danno degli italiani, in particolare dei più deboli che si vedono di giorno in giorno ridotti i servizi». Quindi i Tito Boeri , le Boldrini, Papuccio Franceschiello, Cardinali pedofili della corte vaticana ,mediocri governanti fate bene i conti visto che questi non tornano , ma prima di tutto come diciamo noi a Napoli passat na man pa cuscienza che tradotto vuol dire fatte prima i conti con la vostra coscienza.