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28 Ottobre 2020

Primo Carnera: un mito italiano


Il Gigante buono si è addormentato mezzo secolo fa, il 29 giugno del 1967, a Sequals, in provincia di Pordenone, ma la memoria delle sue imprese non si è mai persa. Perché quello di Carnera è un mito che resiste al mutare delle stagioni, al declino della boxe, allo sbiadirsi dei suoi protagonisti.
Campione del mondo dei pesi massimi, fra il 1933 e il 1934, incorniciato nella sua sagoma immensa per quell’epoca (2,05 metri per 125 chili), ha rappresentato l’icona di un’Italia che come lui, ma senza la sua forza, ambiva ad essere extralarge, invincibile ed esportabile. Il regime fascista volle mettere il cappello sulla sua vicenda, ma Carnera nel dopoguerra divenne cittadino americano e fu adottato dalla Hollywood cinematografica. Talmente popolare da trasformarsi persino in fumetto. “In Italia e negli Usa, ancora oggi, quando sentono il mio cognome, subito mi chiedono se sono una parente”, dice Giovanna Carnera, la figlia del campione, che dopo essersi laureata in psicologia ed aver abitato a lungo a Tampa, in Florida, da qualche anno è tornata a Sequals. “E lo fanno con una passione che continua a commuovermi. Non molti sportivi sono ricordati così a lungo”.
Giovanna racconta che suo padre era molto affettuoso. Quando doveva partire, per la famiglia era una vera e propria tragedia. Ma quando tornava, allora “si riaccendeva la luce”. Non parlava tanto, ma era saggio. Diceva cose che arrivavano dirette al cuore. La lezione più importante che ha trasmesso ai figli, “quella di mantenere sempre la propria dignità”. Era orgogliosissimo di quella che chiamava la “mia Italia”. Il regime fascista volle farne un proprio eroe, ma lui non aveva un’appartenenza politica. Italiani, tedeschi, francesi, americani, per lui erano semplicemente essere umani.
In famiglia non parlava quasi mai di boxe. Era una storia a parte. Ne era appassionato, ma al figlio Umberto, che poi diventò medico, ripeteva, “guai a te se fai il boxeur, è una vita troppo dura”. La tragedia di Ernie Schaaf (il pugile che morì quattro giorni dopo essere stato messo ko da lui, nel 1933) fu la vicenda che lo segnò di più. Raccontava di non aver mai più usata tutta la sua forza, per paura di fare troppo male e che, sul ring da quel giorno funesto, combatteva sempre contro due avversari: quello reale e l’ombra di Schaaf.
Aveva molti amici. Giovanna ricorda una cena nella loro casa di Los Angeles con Max Baer, Joe Louis e Max Schmeling. Ridevano e scherzavano come ragazzi. Fuori dal quadrato fra di loro c’era tanta amicizia. Sorride nel ricordare che sua madre era un’ottima cuoca e alla fine i tre le chiesero: “Signora, quando possiamo tornare?”.
In Nino Benvenuti aveva trovato il proprio erede. Per Carnera Nino era una grande persona, un fratello, forse un figlio. Giovanna crede che suo padre sarebbe disilluso dalla boxe di oggi. Lui, Baer, Louis davano grande dignità a questo sport. Oggi sembra solamente uno show.
La Signora Carnera racconta di aver visto “La Montagna che cammina”, il film su suo padre diretto da Renzo Martinelli. Lo giudica un bel film, con bravi attori, dove lei stessa ha avuto una piccola parte. Crede però che sia rimasta in ombra la grande umanità del padre. “Quando era negli Usa aiutava gli immigrati a trovare un posto, ad ambientarsi. Un giorno a New York, sotto Natale, vide una bambina che piangeva perché la bambola che desiderava costava troppo: entrò nel negozio e gliela comprò. Anni fa in Italia una signora, saputo che ero la figlia, mi raccontò che aveva donato migliaia di lire per mantenere aperto l’orfanotrofio dove lei lavorava. Era un’anima buona e dolce. E non parlava mai del bene che faceva”, ricorda.
Non si arrabbiava mai. Solo se i figli mancavamo di rispetto alla mamma, che era severa ma giusta. Fra di loro c’era un legame incredibile.
Amava l’opera. Se sentiva un brano alla radio immediatamente riconosceva il libretto e gli interpreti. Le sue preferite erano l’Aida, la Ragazza del West e la Bohème. E gli piaceva tanto giocare a bocce. Aveva anche avuto un’esperienza da attore.
Primo Carnera non si sentì mai tradito o dimenticato dall’Italia. Non ne aveva avuto il motivo. È stato amatissimo sino alla fine. Rifuggiva dall’adulazione, ma se gli dimostravano affetto, come avveniva sempre nel suo locale preferito di paese, il Bottegon, provava una gioia immensa.
Se si dice Carnera, ancora oggi tutti pensano a Sequals. Ed anche Giovanna è voluta tornarci.