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25 Ottobre 2020

Le idee costano care


Doddore Meloni è morto.
Il combattente di mille battaglie per l’indipendenza della sua terra è stato alla fine fermato da magistrati senza scrupoli, senza cuore né dignità.
Doddore, al secolo Salvatore Meloni, aveva 74 anni ed è stato il più famoso irredentista sardo degli ultimi cinquant’anni. La sua morte, avvenuta all’ospedale Santissima Trinità di Cagliari lo scorso 5 luglio, deve far riflettere.
L’indipendentista sardo era stato arrestato lo scorso 28 aprile per cumulo di condanne per reati fiscali e tradotto prima nel carcere di Massama (Oristano), e poi in quello di Uta (Cagliari).
Appena arrestato Meloni aveva iniziato lo sciopero della fame e della sete. A seguito delle sue condizioni di salute era stato trasferito nel carcere di Cagliari-Uta, dove aveva proseguito lo sciopero della fame e della sete.
Nonostante le reiterate istanze del suo avvocato, Cristina Puddu, solo alla fine di giugno fu permesso al suo medico personale di visitarlo, quando ormai le sue condizioni erano del tutto compromesse, e i magistrati autorizzarono il ricovero in ospedale, dove giunse ormai in coma.
Fu fondatore del movimento Meris in domu nostra (Padroni in casa nostra) e successivamente del Partidu Indipendentista Sardu (Paris).
In passato Doddore Meloni fu protagonista di azioni clamorose.
Già nel 1981 fu autore di un complotto indipendentista, con altri suoi sodali, e cercò anche di proclamare sa indipendentzia della Sardegna con l’uso delle armi, confidando in un aiuto da parte di Gheddafi, che però non giunse mai, rimediando di conseguenza 9 anni di carcere.
Chi viaggia in Sardegna può facilmente imbattersi in scritte tracciate con un pennello sui muri delle massicciate stradali: “Indipendentzia”: sono i segni tangibili di un movimento sotterraneo di cui Meloni è sempre stato tra i capofila.
Fu anche imputato nel processo contro gli indipendentisti veneti, da cui uscì però senza troppi danni.
Nel 2008 si proclamò, con uno sbarco filmato anche dalle televisioni di mezza Europa, presidente della Repubblica di Malu Entu, occupando il 26 agosto l’isola di Maldiventre di fronte alla penisola del Sinis (Oristano), affollata di turisti che però non presero la cosa molto sul serio.
A questo punto, col cappello in mano e il capo chino di fronte alla morte, possiamo aggiungere solo alcune considerazioni.
La prima che passa per la mente è che un uomo è stato lasciato morire non per aver ucciso o per aver compiuto reati gravi, ma solo per le sue idee. Queste cose accadevano nel Medio Evo, e poi in tempi recenti nei regimi totalitari, di qualunque colore fossero. Russeau diceva: “Non sono d’accordo con te, ma morirei per far sì che tu possa esprimere la tua idea”. La morte di Meloni ci fa ripiombare a tempi monocratici precedenti all’illuminismo e a regimi in cui il potere domina il suddito e se ne frega della sua vita.
Non è importante il benessere del cittadino, ma la sua fedeltà all’idea dominante. Qualsiasi elemento spurio deve essere eliminato. Con qualsiasi mezzo. Ecco quindi che quando uno di questi elementi ti porge il coltello per tagliargli la gola, anzi, ti dice anche dove tagliare, l’occasione è troppo ghiotta, e lo stato assassino non se la lascia scappare!
Doddore aveva annunciato che avrebbe proseguito lo sciopero della fame e della sete fino alla morte. Aveva detto che sarebbe morto come Bobby Sands, il giovane irlandese che morì dopo 66 giorni di sciopero della fame nel carcere di Maze, nell’Ulster.
Lo aveva proclamato in faccia al mondo, come era stato solito fare durante tutta la sua vita, senza nascondere la faccia e i suoi baffoni bianchi che mettevano allegria solo a guardarli.
Perché Doddore era una persona sincera, genuina, uno che non ha mai avuto paura di dire come la pensava, per tanto scomodo che fosse il suo pensiero. Chi va in carcere per le sue idee? Nessuno, direte voi, siamo in democrazia! Ci sono fior di indipendentisti in Europa, dalla Catalogna alla Scozia, per non parlare di valloni che vogliono divorziare dai fiamminghi. Tutti perfettamente leciti e nel pieno dei loro diritti, in questo povero continente che ha ormai perso ogni parvenza di dignitosa identità.
E invece no. Con la scusa dei reati fiscali e del cumulo di pena hanno incarcerato un uomo che le sue idee le aveva sempre gridate in faccia al vento.
Lo hanno nuovamente privato della libertà e non hanno fatto nulla per fermare la sua ultima battaglia, ben sapendo che i suoi propositi erano ormai decisi e irrevocabili: sciopero della fame fino alla morte!
E nonostante ciò è stato lasciato morire perché un magistrato ancora una settimana prima del ricovero aveva stabilito che le sue condizioni erano compatibili con la carcerazione.
Meloni non chiedeva la libertà: avrebbe pagato le sue colpe come aveva sempre fatto. Chiedeva solo un po’ di umanità, di lasciare che un povero vecchio bislacco scontasse ai domiciliari una pena fin troppo grande.
Aveva evaso le tasse, è vero, ma ci sono fior di evasori che non si fanno nemmeno un giorni di galera e con aria di supponenza mandano i loro procuratori a patteggiare la multa da pagare, che di solito viene ridotta di oltre la metà.
Doddore Meloni aveva un contenzioso con il fisco italiano (ossia di uno stato estero di cui non si riconosceva parte, e pertanto perché doveva pagargli dei tributi?) di gran lunga inferiore a quello di grandi campioni dello sport che se ne vanno tranquilli a risiedere a Montecarlo o che tornano a Napoli dove hanno giocato a calcio, nonostante il fisco gli chieda una caterva di milioni arretrati.
Lui no. Lui voleva solo pagare il suo debito in una condizione meno pesante per sé e per i suoi famigliari, gente non certo benestante che si doveva sobbarcare i viaggi per andare a trovare quel povero vecchio testardo.
Così hanno pensato bene di approfittare della sua testardaggine e di archiviare la pratica definitivamente.
Ora qualcuno dovrà pagare. Perché chi conosce i sardi sa che non basta la morte a fermarli. Ora inizieranno le inchieste e Dio salvi quei funzionari che per troppo zelo hanno travalicato i dettami di leggi troppo spesso applicate male.
Giovanni Giolitti disse che le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici. Per Doddore è stato proprio così.
Ora i politici si sprecheranno a rilasciare dichiarazioni grondanti indignazione. Già si sente parlare di vergogna di stato, di trattamento disumano, di condizioni di salute colpevolmente ignorate, di pietà morta.
Ma per Doddore questi commenti sono inutili come un cactus in un campo nudisti. Scorreranno come pioggia sulla sua tomba, insieme agli appelli inascoltati, alle lacrime di chi lo amava (alcuni) e lo rispettava (tanti).
Viene da chiedersi che cosa ci sia ancora da salvare in uno stato che si comporta così con un suo figlio. Se basta al volontà di un giudice, che vede solo i codici e non invece l’umanità delle persone che è tenuto a giudicare, per abbattere le idee, per mettere la mordacchia a tutto il gregge chiudendolo in un recinto di ignoranza, che cosa resterà che valga la pena salvare?
La morte è sempre definitiva. Chi resta potrà ricordare, potrà trasmettere pensieri, ricordi, azioni che abbiamo compiuto, ma noi e il nostro pensiero saremo del tutto fuori gioco. Mi piace pensare che – forse – potremo essere in seguito testimoni divertiti che dall’alto osservano le azioni di chi dopo di noi calcherà il palcoscenico terrestre, ma in ogni caso solo le azioni che abbiamo compiuto potranno ancora parlare di noi.
E questo nonostante altri uomini abbiamo cercato in ogni modo, con azioni deplorevoli e vigliacche, di fiaccare la nostra volontà.
Ci sono due modi per evitare che la gente si rivolti contro il tiranno: la violenza (come propugnavano Hitler e Stalin nel secolo scorso) o il vecchio “panem et circenses”.
Credevamo che le fallimentari democrazie occidentali usassero solo il secondo metodo, dandoci sempre più calcio, sempre più sesso e sempre più telefonini. Dobbiamo ricrederci: l’utilizzo consapevole e programmato della violenza è ancora vivo, sebbene sovente nascosto da un velo che ne nasconde le sembianze dandogli l’aspetto di una cosa informe, semisconosciuta e inintelligibile chiamata ‘burocrazia’.