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25 Ottobre 2020

Democrazia, libertà, coerenza: questi sconosciuti


Nel comune di Sermide e Felonica, un piccolo centro nel mantovano, la lista dei fasci del lavoro inaspettatamente ha riscosso il 10,41% delle preferenze alle elezioni amministrative tenutesi in settimana.
Subito la cosa è diventata un caso nazionale perché la formazione, ovviamente di destra come il contrassegno lascia supporre, esibisce nel simbolo elettorale un fascio littorio e ne riporta la dizione nel nome.
Il Presidente della Camera On. Boldrini, definendo la cosa come inammissibile, ha scritto al Ministro degli Interni che, a sua volta, ha immediatamente richiamato l’attenzione del Prefetto di Mantova Carla Cincarilli che, a cascata, ha chiesto lumi al piccolo comune. Anzi il prefetto di Mantova, in accordo con il ministero, ha revocato le designazioni dei funzionari componenti della settima sottocommissione elettorale circondariale di Mantova competente per quel Comune e sul caso indagano ora i Carabinieri.
Alcuni auspicano, addirittura, l’annullamento delle votazioni poiché le stesse sarebbero state falsate da una formazione politica che forse non aveva diritto a parteciparvi. L’ipotesi paventata è quella della violazione della Legge Scelba, una norma risalente all’immediato dopoguerra, quando ancora profonda era la spaccatura tra i fascisti della Repubblica di Salò e tutti gli altri che, improvvisamente, si erano scoperti “anti”. Tale legge, figlia di quei tempi ancora tormentati, doveva assicurare l’impossibilità di ricostituire il partito fascista.
Infatti la legge 20 giugno 1952 n.645 (la c.d. Legge Scelba) vietava agli italiani, e a maggior ragione a qualsivoglia formazione politica, ogni richiamo a simboli del partito fascista introducendo, tra l’altro, il reato di apologia del fascismo.
Insomma un modo dittatoriale con cui la neonata democrazia voleva preservarsi imponendo, con forza repressiva, addirittura l’oblio della storia recente del paese secondo il consolidato adagio che nei grandi confronti politico militari dell’umanità la storia la fanno tutti ma la scrivono solo coloro che alla fine prevalgono.
In nome di tale disposizione, sono state condannate svariate persone ree di non aver cambiato casacca al termine del primo tempo della seconda guerra mondiale, quando l’Italia cambio alleanze, colpevoli di non essere saltate all’ultimo secondo sul carro dei vincitori, responsabili di non aver inteso nascondere le proprie convinzioni politiche. Persone cui addebitare la grave colpa di volere, anche se solo con modi pacifici, continuare a esteriorizzare le proprie idee coerentemente al proprio sentire. A distanza di oltre sessantanni dalla promulgazione della legge Scelba, le condizioni sociali e politiche della nazione e del mondo sono radicalmente mutate al punto da doversi chiedere se tale norma ha ancora un senso o se non sia il caso di abrogarla. Recentemente difatti, anche la Cassazione ha assolto in svariati casi persone dall’ipotesi di reato di apologia del fascismo riconoscendo che alcuni modi di dire o di proporsi, non sono propri del fascismo ma patrimonio culturale italiano che si perde nella notte dei tempi. Come oramai noto, difatti, casomai fu il fascismo a prendere a prestito taluni tratti della romanità classica e, per ovvie ragioni, non fu certamente il viceversa.
Sia come sia, nel caso che ha scosso in settimana la provinciale italietta dei benpensanti c’è da dire che la formazione politica mantovana da ben quindici anni si presentava alle competizioni elettorali locali con tale nome e simbolo ma mai nessuno, fino a che non ha incassato l’exploit elettorale di pochi giorni fa, si era mai preoccupato che violasse alcuna norma dello Stato.
Di conseguenza sorgono spontanee alcune domande.
Ci si chiede se sia o meno un ossimoro, cioè un controsenso, che una democrazia impedisca il libero pensiero e la libera, pacifica e democratica espressione dei suoi cittadini.
Ci si domanda se le leggi dello Stato valgono sempre e se sia eticamente coerente ricordarsi di una Legge, oramai figlia di tempi lontani, solo quando conviene, ossia solo quando il popolo dimostra in modo non marginale di preferire una formazione politica lontana dalla propria. Posto che l’attuale competizione elettorale del piccolo comune di Sermide e Felonica sia stata davvero falsata dalla partecipazione della fuorilegge Lista dei fasci del lavoro al punto da dover essere (forse) annullata, il quesito è se la stessa sorte deve riguardare, sia pure retroattivamente, tutte le precedenti elezioni dove la formazione politica ha partecipato senza che nessuno sollevasse perplessità o contrarietà.
Ci si interroga infine se la Boldrini, che ha definito come inammissibile la vicenda, si riferisca alla non ammissibilità legale della Lista dei fasci del lavoro alla attuale competizione elettorale o, più supponentemente e come sembrerebbe considerando che nelle passate elezioni non sono state eccepite irregolarità, sostenga sotto sotto che è inammissibile che oltre il 10% della popolazione possa pensarla diversamente da lei.
Contrariamente alla tradizione del nostro civile paese, ad alcuni sembrerebbero sconosciuti i significati delle parole democrazia (se poi non si riconosce al popolo la piena sovranità), libertà (se permangono ancora anacronistiche norme che limitano la libera espressione del pensiero quando è pacificamente proposto), coerenza (se le norme non sono applicate sempre ma secondo la convenienza politica del momento).
Quali che siano le risposte che saranno date per le elezioni del comune di Sermide e Felonica, al di là delle belle parole, si è assistito all’esibizione di tutta la doppiezza di taluna parte politica che invece non perde occasione per definirsi democratica, liberale, coerente.